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Quella organizzata dal Comune di Padova in Galleria Civica (dal dicembre del 1996 al gennaio del 1997), dal titolo Rivisitazioni, è stata la prima di una serie di mostre con le quali venivano riproposte all’attenzione della città, e non solo, opere di artisti che avevano operato tra le due guerre. La retrospettiva di dipinti di mio padre, dal titolo Uno sconfinato desiderio di cieli azzurri è stata una mostra molto apprezzata dalla critica, dagli amici, e dai colleghi pittori. Disegni di raffinata bellezza, di grande respiro, riempirono la vecchia Galleria Civica di Piazza Cavour, ma c’erano anche piccoli disegni fatti durante la guerra, acquerelli delicati dov’erano ritratti commilitoni attenti alle faccende più comuni. In quell’occasione, tra varie donazioni che mio fratello Nemi e io facemmo all’Università, c’erano sette carboncini datati 1942 che sono l’unica testimonianza dei restauri al Bo. Lavori in presa diretta, effettuati quando si stava ultimando il processo di restauro e allargamento iniziato durante il rettorato di Carlo Anti. Al Museo Civico della città, donammo I restauri di Santa Sofia del 1975, ultimo olio coloratissimo e due carboncini del 1942. Al Museo della Terza Armata venne, invece, destinato quello che abbiamo sempre chiamato, in modo improprio, Quaderno di guerra. Rivedere recentemente, dopo tanto tempo, quelle pagine colorate mi ha impressionato in modo particolare. Non avevo più avuto occasione di vederlo. E devo dire che mi ha colpito molto, in tale occasione, il militare (un soldato di servizio al Museo) che, con guanti bianchi, sfogliava davanti a me quell’album con tanta attenzione e rispetto. Devo tutto ciò, e le emozioni che ne sono derivate e ne deriveranno, al generale Enrico Pino, Comandante del Comando Militare Esercito Veneto, storico appassionato. Il fatto di aver trovato al Museo i disegni del papà lo aveva molto interessato e coinvolto. Quest’anno si celebrano i novant’anni dell’anniversario della fine della Grande Guerra. Altri scriveranno e racconteranno la guerra, l’Armistizio, le battaglie. Ma quello scenario di guerra sull’altipiano di Asiago, tra Brenta e Piave, mio padre lo ha documentato in modo diverso e personale. Con lui, con mio padre, ho avuto sempre un grande legame. Quel papà, con la barba e i capelli bianchi, con le mani lunghe e affusolate, dal tratto nobile che gli era congeniale, con gli occhi azzurri che mai erano severi anche quando forse ce ne sarebbe stato bisogno, è stato il mio mito. Silenzioso, sempre assorto nelle sue figurazioni, nelle storie fantastiche, nel suo mondo fatto di grandi pensieri, di concretezza, ma anche di passeggiate solitarie, ma più spesso fatte assieme alla mamma che ha amato moltissimo, e a mio figlio Massimo al quale ha dato molto. Un papà, il mio, che mi ha insegnato a dipingere e a scrivere, e che è stato il mio maestro, unico e insostituibile. Certo, come i papà di tutti. Ma il mio era un papà speciale, tanto da non dipingere la guerra. Cosa vuol dire questo? Come spiegare il fatto che un ragazzo di vent’anni, che ha lasciato gli studi universitari al Politecnico di Torino per partire volontario per la Grande Guerra portandosi appresso un taccuino di ottima carta da disegno e tutta l’attrezzatura per disegnare e dipingere, abbia ritratto la natura, il teatro delle operazioni, ma non le scene di guerra? Certo, crede in quello che sta facendo. Ma la guerra, quella per la quale egli combatte, convinto (e per la quale riceve un encomio solenne il 23 novembre del 1915 per aver partecipato all’opera di salvataggio e al recupero dei corpi di commilitoni caduti, a Cima Sappada, una Croce al Merito di Guerra e il Fregio da Ardito, del “Corpo Armata Assalto” in zona di guerra il 6 novembre 1918), non lo coinvolge nei momenti di pausa delle operazioni. Cosa avrà visto in trincea, cosa lo aveva colpito a tal punto da lasciarlo libero di dipingere la guerra da un altro punto di vista? Papà sembra un osservatore con gli occhi in alto per non vedere in basso. Questa è l’anomalia del taccuino. Gli scrittori di guerra scrivono sulla guerra magari in polemica con la guerra stessa; gli intellettuali talvolta esaltano la guerra, altre volte la deprecano o ne ragionano criticamente. Ma qui manca la guerra, e, con essa, la gente che la vive. Forse, in filigrana, si potrebbero intravvedere dei tratti di malinconia, dei segni che resteranno indelebili nelle figurazioni del suo album. La fisionomia del taccuino è abbastanza normale, un album di 16 cm. per 23. La tecnica usata per i disegni è quella ad acquerello, una tecnica difficile, ma splendida se la si esegue con particolare esperienza. L’acquerello non perdona: o è pulito e chiaro o non è nulla, è solo colore senza vita. Ogni pagina del taccuino viene utilizzata per intero, con uno sviluppo e un’estensione dei soggetti, molto attenta. Qui, nei disegni eseguiti al fronte, che egli ha diligentemente eseguito nelle due pagine aperte del taccuino (il 4 dicembre del 1917) e che egli denomina Prospetto del fronte italiano tra Brenta e Piave, sono segnate tutte le cime, dal Monte Collalto, al Grappa, a Costa, a Vagare, al Monte Boccaor, a Madonna della Rocca, a Cornuda, a Palazzo Sanaiotto, e l’osteria Monfenere, al Filatoio di Marcato, a Col dell’Orso, Monte Pallone, Monte Monfenera, Monte Crocetta, Onigo e – in fondo – il Piave, Quero, San Vito, Riva Sacconi, Cimolo, fino a Villa Alberini, San Pietro, Vidor, Santo Stefano, Nervesa. E tanti altri luoghi teatro di guerra.
Nella prima pagina è disegnato il numero della compagnia alla quale appartiene: 168ª compagnia, 7° genio, 2ª divisione d’assalto. Successivamente, sarebbe passato al grado di caporale e quindi alla 30ª compagnia genio telegrafisti.
Ora abbiamo di fronte le pagine colorate, bellissime che cercherò di raccontare, perché solo così si può capire la dolcezza dei colori e la pulizia della tecnica. Una porta d’ingresso in città, Bassano, sormontata da una costruzione che trattiene le campane, un tralcio colorato di verde e giallo avvolge la scena. Il cielo è grigio turchino, pulito, un cielo che ritroveremo ancora.
In un disegno successivo, il cielo è diverso. Ha lampi di colore tipici del tramonto. La scena è attraversata da rami sottili degli alberi, con le foglie pronte a cadere. In fondo, il paese tra toni azzurri ed erbe colorate. E’ Pederiva Il fronte all’imbrunire. Ma le montagne velate di azzurro, le cime appena toccate dalla neve lontana lassù, scivolano verso il piano dove una macchia verde, picchiettata di blu, scopre una casa dal tetto rosso piccola e lontana. E’ Vidor.
Ed ora siamo sicuri: questa è una splendida veduta di Asolo, le torri, il Castello, le diverse costruzioni, e le strade in mezzo ai colli asolani che ancora oggi sono lì, come allora, con i colori puliti, con i verdi squillanti, con i sentieri che si arrampicano sui monti.
Le pennellate sottili e pulite, il groviglio delle foglie, dei rami fitti che nascondono una capanna forse di rimessa di attrezzi. Qui predominano i verdi di diverse tonalità e io, che conosco bene mio padre, so che era un modo per risparmiare il colore, senza il quale non avrebbe potuto lavorare più. Forse era verso Vidor quel posto così suggestivo. Ma allora il cielo turchino chiazzato di rosa, le montagne che scivolano tra di loro riunendosi in un abbraccio con i sassi colorati, la vegetazione arsa, ma viva e presente, sono la testimonianza di un paesaggio visto dall’alto. E’ Col Campeggio, colle Vecchio e monte Or (sull’Altopiano di Asiago) Col Formiga e Val Paiso sono la rappresentazione di una situazione altamente colorata. Blu forti, verdi quasi liquidi con il cielo marezzato e le nuvole soffici grigie.
E, ancora, il cielo con un violento passaggio di blu presago di tempesta, dove nuvole minacciose accompagnano una pianura colorata, quasi serena. Ma in fondo il Piave: con un ponte in mezzo e il fiume che scorre lento tra colori forti. E poi due vedute di paese: è Cornuda con una chiesa affondata in mezzo al verde, e uno svettante albero sottile che accompagna una veduta con un campanile in mezzo alle case.
C’è un acquerello particolare di una sottile tenerezza e di un grande rispetto: l’ingresso al cimitero francese. Ne è testimone la bandiera sulla croce. E attorno fiori e erbe colorate, la montagna e il cielo sereno. C’è disegnata la teleferica con fili sottili, azzurri, che passano veloci sui colli.
E poi ancora albe e tramonti di disperata e solitaria suggestione. Una luce continua sulle cime delle montagne, rappresentazioni di respiro, ampio luminoso dai colori indescrivibili. Sono gli ultimi disegni del taccuino, di una bellezza folgorante. E’ faticoso restare distaccati da questo frammento di vita così lontana nel tempo, particolarmente per me che ne ho sentito parlare poco, perché mio padre era un taciturno, un personaggio che si faceva amare anche per la sua discrezione. Anche tra gli artisti e colleghi era conosciuto per questa sua riservatezza e godeva di grande rispetto. Gli hanno voluto tutti molto bene e la lunga carriera scolastica l’ha portato ad avere grande dimostrazione di affetto e di stima. Nel 2004 ho raccolto e pubblicato un libro di poesie dal titolo emblematico: L’abbraccio dei colori. Apre la silloge la poesia Memoria che gli ho dedicata.
L’ho molto amato, e sono fiera di essere stata sua figlia. Credo di aver imparato da lui le cose migliori che mi hanno accompagnato nella vita. Mio figlio Massimo, che è cresciuto alla sua ombra, ha scritto nel catalogo della mostra che “il nonno è da sempre l’alleato più sincero di un bambino e il mio nonno Piero era particolarmente abile in questo. Forse ciò che lo rendeva veramente unico era il fatto di essere un nonno come tutti gli altri”. Certo, chi racconta la guerra come l’ha raccontata lui, con gli occhi in alto, non può essere che una persona speciale. Unica. |
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