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Due stanze: "Nelle acque dello zingaro" e "La vertigine del ritorno". Brevi liriche quelle di Giuseppina Rando che mi sono familiari, che apprezzo per la brevità, per i contenuti e per il legame che lei ha per la sua terra. Apre questa silloge "Una sonata in si be molle maggiore", prefazione di Marilia Bonincontro.
"Il passo del pastore esule non lascia orme" e il fantasma... E in quei versi scarni e affilati dove... "sul pozzo arso | da secoli scavato | cinto di rovi | lamenti e sete | torna a zufolar | della terra primitiva | dei colori del suo arcobaleno | dei fiori che marcirono | lungo i fiumi del tempo", c'e tutta la nostalgia di un mondo lontano, un mondo sognato. Un mondo che le appartiene e dal quale non riesce a staccarsi. Le liriche, cosi scarne, sono quasi scagliate sulla carta come pietre. Un modo per concludere ciò che è rimasto sospeso. "Nell'oscuro smarrimento | ritrovarsi | in arabi giardini | o in dammusi profumati | gobbe stracolme di | di limo e rosmarino....". Si potrebbe affermare che sono poesie d'amore, d'amore per "un giorno senza nome segnato su un ignoto calendario" (Marilia Bonincontro). "Questo è amore. Si tratta di capire per chi o per cosa, ma in ogni caso una maniera per comprendere come siamo noi e il mondo che ci circonda anche attraverso le parole". "A nord della baia | pareti di roccia cantano | luce di passato | tombe scavate | nella pietra marnosa...". Dunque ancora nostalgia, ancora memoria, immagine e fantasia. E un modo per vedere con occhi diversi ciò che la poesia c'insegna, ciò che le sensazioni, i moti del cuore ci costringono a mettere a nudo. Fare poesia vuol dire aprire il proprio animo agli altri e Giuseppina Rando ha fatto in modo, con questa silloge, che noi, con gioia, potessimo entrare nel suo mondo. |
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