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Caro Andrea,
ho pensato che forse il modo migliore per onorare la tua più recente pubblicazione, L'arte deviata. Otto Biennali di Venezia ed altri saggi. Edizioni dell'Archivio L. Pirandello, piuttosto che una recensione [che, per altro, ebbi già il piacere di proporti con il testo La "verifica trascendentale". Un impegno radicale in difesa dell'arte, nel 2002) fosse una personale ancorché estemporanea riflessione su alcuni contenuti, presenti nella forte denuncia resa esplicita dai tuoi saggi, contro un mefitico sistema che è stato in grado di annichilire l'arte nel momento stesso in cui la valorizza.

Innanzi tutto, non mi sembra trascurabile la datazione dei saggi raccolti nel tuo libro, prima edizione ottobre 2010; si procede dalla Quarantesima edizione della Biennale del 1982 "Arte come arte: persistenza dell'Opera", fino ad arrivare alla Cinquantesima Biennale di Venezia, direttore Bonami, "Sogni e conflitti/la dittatura dello spettatore". Sono esattamente i venti anni durante i quali il peggio è accaduto e si è costituito in sistema. Gli altri saggi appartengono per lo più allo stesso periodo, in prevalenza scritti fra gli anni '80 e '90, con il saggio introduttivo "Per una gestione democratica dell'arte" tutto quanto interno al dibattito ancora vivo alla fine degli anni '70, la chiusura dei quali ha segnato l'inizio di un'altra storia. Una storia caratterizzata da una logica in cui l'arte [e gli artisti) sono divenuti variabile dipendente della Comunicazione e dello Spettacolo con gli interessi che vi girano intorno.

Leggendo questo tuo libro si ripercorre passo per passo la costruzione del sistema che ha deviato l'arte dal suo cammino verso l'estrinsecazione sempre più libera della potenza creatrice dell'opera umana, al fine d'una sempre migliore e progressiva umanizzazione dell'uomo. Dagli anni Ottanta ad oggi ha cominciato a verificarsi un moto di deragliamento dell'arte che ha finito per asservirne ogni potenzialità ad un'unica funzione, quella di essere strumento per la valorizzazione d'una certa immagine della società del consumo. La creazione artistica convertita in professionalità creativa.

Uno degli elementi maggiormente distruttivi di tale movimento che produce, nella situazione attuale, uno stato di vera e propria "morte dell'arte" cui si sostituisce, sempre più spesso, lo spaccio di una pseudoarte dagli effetti drogati, come tu scrivi, di trionfale ibridismo della estetizzazione e della spettacolarizzazione totalizzante, come un'estesa fìctìon oppiacea elargita a dei borghesi piccoli piccoli; uno di questi elementi tu lo hai identificato molto bene nella scomparsa delle individualità artistiche eclissate dal nuovo ruolo protagonistico e iperpresenzialista del critico a cui, da parte di una borghesia imbarbarita e incolta, è stato delegato il potere di istituire il riconoscimento sociale dell'arte.

Come diceva Giulio Carlo Argan "l'arte è arte in quanto la critica la riconosce tale", sicché il critico non è tanto colui che legge nell'opera di un artista i caratteri della sua artisticità, quanto colui che teorizzando quale debba essere l'artisticità dell'opera la consacra come opera d'arte, fino al punto che potrebbe perfino non essere un'opera ma un intervento, un'azione, un semplice objet trouvé.

Il paradosso è, se si vuole, che il critico senta di essere autorizzato ad assumere un simile ruolo proprio dalle conseguenze più rivoluzionarie generate dalle avanguardie storiche come, per esempio, nel solco del contromovimento dadaista dell'antìarte culminata per l'appunto nel ready made duchampiano. La differenza però è che il gesto di Duchamp fu una provocazione inaudita volta ad annientare la mistificazione dell'arte ufficiale che rischiava di uccidere lo spirito della vera arte; mentre lo stesso gesto riproposto ora dal critico agli artisti come liberatorio e rivoluzionario orizzonte di un'arte nuova diventa una mistificazione, essa stessa, che annulla la potenza originale di creazione, così come potrebbe essere espressa dalla singolarità di ciascun artista se posto davvero di fronte ed a confronto con la realtà del proprio tempo.

Cosa che la mediazione del critico impedisce strutturalmente di fare, cosicché non importa la visione individuale che l'artista avrebbe inteso consegnare nell'opera, ma la sua riducibilità a teoria operata dal critico. La poiesi vivente dell'arte ridotta alla visione teorica del critico di turno.

Ciò che ora mi chiedo e ti chiedo: sarebbe possibile osare di pensare alla rinascita di un contromovimento nel corso del quale gli artisti trovino il coraggio di riappropriarsi di quell'intellettività che è stata loro sequestrata dai critici e i critici, a loro volta, trovino la forza di rinunciare al potere servile loro conferito, per sostenere la vera libertà della creazione artìstica? Sarebbe possibile osare di pensare all'apertura di uno spazio pubblico di discussione atto a favorire l'incontro artista-critico, per una gestione autenticamente democratica dell'arte?

gennaio 2011

Recensione
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