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Inquiete indolenze

Raffaele Piazza, oltre ad essere un bravissimo poeta in proprio, è anche un acuto lettore di poesia, cosa che lo porta a diventare un raffinato critico letterario. Proprio in questa veste, di lettore e di “analista” della poesia altrui, Piazza, per l’editore romano “Fermenti”, molto attivo nel campo sia della prosa e della poesia che del teatro con edizioni di autori sia noti che meno noti, ma comunque sempre interessanti, ha selezionato 18 poeti, chiedendo loro di produrre una breve silloge di testi, di cui egli ha curato la presentazione con una acuta, e spesso penetrante, scheda critica che si è aggiunta ad una breve auto-presentazione bio-bibliografica del poeta stesso.

Tutti gli autori presentano testi in lingua italiana, tranne il torinese Dario Pasero, che ci offre una silloge di 10 brevi testi in piemontese con relativa traduzione italiana.

Non potendo, per non appesantire la lettura, parlare analiticamente di ogni sezione, e quindi di ogni poeta, mi limiterò ad alcune osservazioni en passant, toccando comunque (dato che lo meritano) ciascuno dei 18 scrittori, che hanno tutti dato un titolo, coerente ed esplicativo, alle sillogi predisposte.

Si parte dunque, procedendo la raccolta in rigoroso ordine alfabetico, da Giovanni Baldaccini (Alla mia estraneità), nelle cui “interpretazioni onirico-psicologiche” (non per nulla egli è psicologo e psicoterapeuta) non mancano rimandi al volo ed agli uccelli, quasi cadute nel sogno e trasporti notturni in altri mondi, a Franco Celenza (Scenario dei brevi splendori), nei cui distici notturni nascono le invenzioni che chiudono i componimenti tutti rigorosamente monòstrofi, e Bruno Conte (Stridocosmo), le cui invenzioni retoriche e lessicali meravigliosamente periclitano sul confine tra la sciarada e il frammento ellenistico. Si passa poi ad Antonino Contiliano (Trafficanti armi, pas oubliant), sperimentatore energetico di lingue parole immagini anche diversive/eversive, Gianluca Di Stefano (Esilio terrestre), che senza paura ci rivela autori e passi da cui la sua ispirazione dipende, atomo di lucida sincerità (rara avis negli intellettuali) poetica, Edith Dzieduszycka (L’erba incredula), alsaziana nutrita di cultura classica ed italica, lucreziana nel suo “pulviscolo dorato”, e Marco Furia (Ecco, sorprende), nei cui dinamici testi prevalgono le immagini che rimandano al fluire. Procediamo poi con Maria Lenti (Frutti di stagione), poesia di alta quotidianità in cui all’italiano icasticamente innovativo si mescidano versi nella lingua della realtà più intima (romagnolo? marchigiano?; poco importa: ciò che conta è che essa è l’espressione splanchica della nostra verità), Loris Maria Marchetti (Breve suite estiva e Traversata), che già nell’indicazione topografica della nascita (Villafranca arcaicamente Sabauda, invece che modernamente Piemonte) ci fa sentire la sua poetica del “sempre” trasfuso nell’“oggi”, privilegiando quel mare che per i piemontesi ha in sé qualcosa di magicamente inquietante, Dario Pasero (Tor Bronda), l’unico – si dceva – a non presentare testi in italiano, la cui u-topica Torre Bronda è metafisico segnale del “nulla” attuale trasfigurato nel “tutto” arcaico, Antòn Pasterius (I capelli sono sempre fuori di testa), nelle cui composizioni risaltano la critica ai mass-media (e quindi in ultima analisi a buona parte della società contemporanea) e la “scattosità” dei versi, brevi in genere e costruiti su paronomasie e antitesi lessicali, e Pietro Salmoiraghi (Inseguire le voci): passato e presente, memoria e realtà, fine delle illusioni metaforizzata nel vento che non muove più “le mie amate/bandiere rosse”. Per concludere con Italo Scotti (Politikòn Zoòn, ma un grecista noterebbe che il termine, aristotelicamente properispomeno, è in realtà Zóon), esempio di poesia “civile”, una sorta di “instant poetry” testimone delle ansie del nostro tempo, quello di oggi e quello appena passato, Antonio Spagnuolo (Svestire le memorie), con i suoi versi lunghi, che si fanno recitare nell’anima, che raccontano di amore e di ricordi, di sensazioni tattilo-notturne, e che svolgono, a volte con acribia chirurgica, pensieri e tocchi fugaci di donna, Liliana Ugolini (Pellegrinaggio con eco a Firenze), in cui la città del giglio, protagonista assoluta coi suoi luoghi più o meno noti, è davvero – come recita il titolo – “eco”, nei particolari talora microscopizzati, di una inquieta volontà di sublimazione che si fa spesso gioco lessicale, Silvia Venuti (Dediche), coi suoi componimenti tutti (o quasi) bi-strofici in cui ad una prima strofa (stampata in tondo) che presenta uno scorcio concreto risponde una seconda (in corsivo) nella quale l’io poetico interviene a completare e a dare senso al quadro iniziale, Vinicio Verzieri (In attesa di risurrezione), che, grafico e ideatore di ex-libris d’arte, arricchisce i suoi versi con inserti che stanno tra l’illustrazione e lo schizzo ideogrammatico, giungendo ad un esito di grande efficacia sperimentale, e, infine, Giuseppe Vetromile (Da questi treni non attendo più notizie), che con andamento quasi prosastico (nel suo senso più alto) fa scorrere la sua ricerca tra amore e realtà quotidiana.

Un plauso all’editore ed al curatore per l’impegno culturale: al primo anche per la precisione tipografico-editoriale, al secondo anche per il coraggio delle scelte, sempre controcorrentemente azzeccate.

Recensione
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