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C'è qualcosa nel dolore degli altri

Ho deciso di predispormi alla lettura delle due plaquettes scelte per la collana Donne in Poesia 2011 collana che da quest’anno mi sto accingendo a dirigere, liberata dal mio stile poetico per lasciarmi trasportare da loro come in acque di un territorio inesplorato. Sì perché per me la poesia e l’arte tutta è un’essenza liquida che può scorrere all’interno di una struttura rispettosa o meno di canoni tradizionali o dei modelli contemporanei ma è necessario che questa liquidità si permei con la struttura, sia con lei inscindibile affinché il risultato che ne deriva sia autenticamente artistico, sia cioè in sintonia con le regole che ci si è dati senza congelare o far ristagnare pensiero ed emozioni.

Ho letto le plaquettes con scrupolo e attenzione non conoscendo le due autrici né personalmente né letterariamente. Credo, però, che per partecipare a questo concorso siano esordienti. Comunque meglio non aver saputo nulla su di loro, mi sono concentrata soltanto sul testo scritto, cosa che farò anche in futuro durante la direzione della collana: procederò leggendo soltanto i testi prodotti, ignorando nomi cognomi e biografie. Soltanto dopo la scelta di quelle che riterrò rilevanti chiederò di conoscere l’identità delle autrici.

In entrambi le plaquettes di quest’anno ho individuato il bisogno molto forte di raccontarsi nella banalità del vivere quotidiano.

Sia Leonardi che Biuso manifestano un bisogno di relazione sia interiore che all’esterno con un tu a volte identificato a volte impersonale. E’ probabilmente il tu che nasce dalla ricerca di un’intimità fra umani che nonostante l’uso quasi ininterrotto dei network, chat lines, sms, msm ci ha immesso in una virtualità che nasconde, cancella il chi siamo profondo a favore di un’immagine spesso costruita per compiacere il collettivo cui apparteniamo.

E allora ben vengano i “ciuffi d’erba, il cielo, le formiche, – il battito della coda di un pesce –” di Leonardi e le descrizioni puntuali “da narratrice navigata” di Biuso (stupisce che sia un’esordiente).

Mi ha colpito che tutte e due le autrici hanno scelto di non addentrarsi troppo nella costruzione del verso, anche del verso libero. Probabilmente hanno scelto di esprimere anche in questo modo la loro libertà di essere.

In loro non si ritrova la ricerca del suono o del ritmo. Questi vengono espressi nella continuità del pensiero che conduce il lettore per mano verso lungo tutto il percorso del raccontarsi.

Sì perché entrambi le autrici chiedono a loro stesse soprattutto questo: raccontarsi, raccontare per avvicinarsi agli altri, tu o noi, voi forse al fine di avvicinarsi al filo conduttore della loro ricerca esistenziale.

Direi che le due autrici scelte da Elisa Davoglio si immettono in un filone di scrittura che in questo periodo è molto seguito in Italia: una scrittura senz’altro minimalista e più specificatamente intimistico-narrativa.

Non a caso utilizzo il termine scrittura le due autrici, infatti, si possono inquadrare meglio nella narrativa che nella poesia.

Leggere queste due plaquettes mi ha ricordato il tono amaro, dolente dei racconti delle scrittrici arabe contemporanee, da me amate moltissimo. Naturalmente non c’è la stessa rabbia, il dolore è diverso e quindi le descrizioni non sono dure, quasi violente. La condizione femminile è svelata con sdegno e contemporaneamente con orgoglio da autrici come Uthman, Umaina al Khamis e anche Haddad.

Biuso e Leonardi hanno più pudore, più delicatezza anche nel mostrare il mondo dei doveri, le delusioni, le sconfitte ma soprattutto la creatività dell’essere donna oggi in una realtà che globalmente ha ancora poco femminile all’interno della società.

Fosse questa una delle motivazioni del suo fallimento ormai visibile a tutti?

Marzo 2012

Recensione
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