Servizi
Contatti

Eventi


Quel giorno al Pennello

Per un certo periodo ho avuto la mia residenza fiorentina in San Frediano, nei pressi di Piazza del Carmine. San Frediano è la vera Firenze, quella che ha mantenuto intatto il colore e il sapore della Firenze rinascimentale. Per i suoi vicoli strozzati tra vecchie case e taverne, oggi come allora, può capitare di veder passare Cosimo e Lorenzo de Medici che vanno al Casino di Piazza della Passera o Collodi che va a pranzo al ristorante Pinocchio o Marinetti, Luzi, Montale, Saba, Bonsanti, Carocci, mentre si dirigono al Ponte Vecchio per ritrovarsi al caffè Giubbe Rosse in interminabili e spesso violente dispute letterarie, tra fumo e bicchieri di Chianti. E incontrare sicuramente ogni giorno quelle bellissime e scogliona’e ragazze di San Frediano con Pratolini che, appoggiato al muro sotto la lapide che ricorda Maddalena de’ Pazzi, le osserva con quell’espressione di protezione e di desiderio fra il padre e l’amante.

La mattina di solito uscivo presto, facevo colazione con un cappuccino e una pasta al Mad Bar e poi andavo a passeggiare nel centro di Firenze. Ogni giorno cercavo un itinerario diverso, finchè gli itinerari finivano e ricominciavo da capo. Mi piaceva così perché stavo comunque in quel museo all’aperto che è il centro di Firenze e questo mi dava un senso di piena, compiuta, appagante bellezza artistica.

Quella mattina dopo la solita colazione mi ero incamminato per Borgo San Frediano e Borgo Stello e avevo attraversato l’Arno dal Ponte alla Carraia continuando poi per lungarno Guicciardini. Vicino a Ponte Vecchio mi ero fermato, come facevo sempre in quel punto, e avevo alzato lo sguardo verso le finestre al secondo piano del palazzo dove aveva abitato Dino Campana. In questa sosta ormai abitudinaria sentivo ogni volta uno strano senso di nostalgia, come lo avessi conosciuto e si fossero passate delle ore insieme, parlato della vita e dell’amore che lui aveva dissolto nelle sue nebbie non solo poetiche, anche fra quelle mura, dietro quelle finestre. A volte mi pareva di vedere affacciarsi Sibilla, bellissima, ammiccante, con i capelli scomposti per un amore folle ancora vivo e lo sguardo che sfidava i pregiudizi del mondo.

Dopo questa breve sosta avevo ripreso il lungarno e al Ponte Vecchio avevo girato a sinistra ed ero arrivato al Mercato Nuovo detto del Porcellino, dove mi ero fermato a vedere alcuni turisti che si facevano fotografare toccando il muso dell’animale e facendo cadere una moneta. Avrebbero portato quell’angolo di Firenze nel loro paese e forse non avrebbero mai detto a nessuno che non era un porcello ma un cinghiale per non sciupare la leggenda conosciuta. Ma solo pochi avrebbero portato con loro la verità storica del luogo, quel tombino rosa sotto il muso bronzeo dell’animale per cui era nato il detto popolare mettere i culo pe’ terra.

Passando da Piazza del Duomo ero arrivato alla Libreria Salvemini ed ero entrato per sentire il nuovo orario dell’evento letterario cui dovevo partecipare dato che avevo ceduto la priorità a quello storico di Franco Cardini, che per un impegno non previsto aveva avuto la necessità di anticiparlo. Dopo un caffè con il proprietario nel bar accanto, mi ero diretto verso Piazza della Signoria per andare a un appuntamento che avevo presso una Associazione Culturale in via De Neri, passando in Piazza della Pallottole, via santa Elisabetta, piazza del Giglio, via del Corso, via delle Farine, via de’ Cerchi. Arrivato in Piazza de’ Cimatori mi ero però fermato d’improvviso con una strana sensazione, quasi l’impressione di essere in un posto diverso, in un tempo diverso, anche se il luogo era uguale a sempre. Ho pensato che spesso le sensazioni vengono da qualcosa che non si conosce e vanno via senza spiegarci niente. Si rimane allora con un senso di stupore e il tempo appare una doppia rappresentazione di qualcosa di vissuto senza ricordo che si ripete con forme e colori diversi. Con un’alzata di spalle ho guardato l’orologio, rendendomi conto che era mezzogiorno passato ed era ormai tardi per il mio appuntamento. Ho deciso quindi di andare a pranzo al ristorante del Pennello nella vicina Piazza San Martino, antichissimo luogo di ristoro rimasto tale e quale nel tempo. Ero un cliente conosciuto e il cameriere mi ha accolto abbozzandomi un sorriso e accompagnandomi a un tavolo nella sala più alta dove si accedeva tramite alcuni scalini.

“Cosa abbiamo oggi?” ho chiesto.

“Oggi menù speciale” ha risposto “ della carne bollita, di manzo, o della carne arrosto, di vitello, di agnello o di pecora, ma anche cacciagione proveniente dalle nostre terre, molto ben speziata, per contorno cauli, porri, naponi, rape, ceci, peselli, fave, lenti e fasoli, e con una vinaccia genuina e pane di ieri.”

Strano menù, veramente differente e abbondante di scelta” ho detto “e anche strano parlare. C’è una ragione?”

Non mi ha risposto, ha fatto solo un cenno della testa e girato lo sguardo verso un tavolo nella parte opposta della sala dove ho visto di spalle un avventore che non avevo notato. Solo allora mi sono reso conto che in tutto il ristorante eravamo solo in due. Cosa strana data la sempre numerosa frequentazione del locale.

“Come mai?” ho chiesto girando lo sguardo intorno.

“ Una ricorrenza ” ha risposto “ un anniversario particolare ”

“Strana risposta” ho pensato “e strano atteggiamento, non solito, diverso, strano e diverso”

Ho guardato l’altro ospite, che vedevo di spalle, meravigliandomi dell’abbigliamento. Infatti un grande mantello di colore scarlatto gli copriva le spalle e finiva con un cappuccio a punta sulla testa. Ho sorriso pensando che forse era carnevale e non me ne ero accorto ed era una comparsa che andava a Viareggio. Mi sono trovato d’improvviso il cameriere accanto.

“Quel signore mi ha detto che se vuole sarebbe contento di dividere il proprio tavolo con lei” ha bisbigliato.

Chissà perché non sono rimasto stupito della proposta e subito mi sono alzato e diretto verso l’altro tavolo sedendomi sulla sedia di fronte. Solo allora mi sono reso conto che la stranezza del suo abbigliamento non era solo ciò che avevo visto dal retro. Aveva infatti una specie di gonnella,che partendo dal collo, scendeva fino alle caviglie, stretta in vita da una cintura. Su questa gonnella a maniche strette era infilato una specie di mantello con davanti dei risvolti e le maniche larghe, di una stoffa calda e lucida che poteva essere seta o raso. Sopra tutto aveva il mantello con il cappuccio a punta. Le gambe rimaste scoperte dalla gonnella lasciavano vedere delle calze di tessuto grigio, robusto, che nei piedi appariva molto rigido, come ci fosse dentro una soletta di cuoio.

“Buongiorno” ho detto guardandolo in faccia “grazie della cortesia”

Ha alzato lo sguardo basso fissandomi con insistenza in ogni parte del corpo, come volesse riconoscere un aspetto descritto ed essere sicuro di non aver sbagliato persona.

“Figurati, siamo solo due, è un piacere desinare insieme”

Sul volto rugoso e asciutto incorniciato dal cappuccio spiccava un grande naso aquilino e due occhi penetranti e stranamente assorti che mi hanno dato un senso di disagio e disorientamento. C’era qualcosa di assurdo in quel sorriso che si stava aprendo leggermente con una piccola inclinazione della testa. Senza riuscire a profferire parola ho alzato le mani rovesciate in alto come volessi porgere qualcosa e le ho portate con i palmi sopra le guance.

“Durante!” ho esclamato.

“Si, Durante è il mio nome”

“Sei proprio tu?”

“E per un giorno nemmanco un fantasma”

“Perché?”

“Cosa perché ?”

“Perché oggi, quest’anno, e magari non dopo cento, cinquecento ad esempio. Perché proprio settecento anni ? ”

“E tu sai sempre perché fai una cosa oggi e non domani oppure non l’hai fatta ieri?”

“Hai ragione, ma questo è un anno infame”

“La pandemia ? ho saputo, si muore come si moriva di pestilenze e guerre, solo più in grande perché i popoli possono unirsi velocemente”

“Comunque sono contento di vederti e, scusa l’ironia, vederti in buona salute”

“ Sono nella mia Firenze, nell’osteria che è come fossi nella mia casa e in buona compagnia ”

“La tua vera casa non c’è più, era qui dove pranziamo, accanto alla Torre della Castagna, la casa che spacciano per tua qui vicino è un falso. Per questo sei qui vero?”

“E dietro l’angolo c’è la chiesa di Santa Margherita de’ Cerchi, quella è rimasta quella vera”

“Bice di Folco Portinari”

“Sei fra i pochi che la chiamano in modo così familiare, come io la chiamavo tra me. E certo è pur casa”

“Hai ragione, dove ha battuto il primo cuore rimane comunque casa per sempre. E in via del Corso, a Palazzo Portinari una lapide recita… sotto candido vel cinto d’oliva donna m’apparve sotto verde manto…

Sorride quasi in punta di labbra e mi guarda fissamente in un modo del tutto diverso, presente e assente, come se stesse vedendo contemporaneamente altri luoghi, altre persone.

“La casa mia è sparsa nelle pietre di Firenze e la bellezza è stato il giaciglio dove ho dormito nel buio dell’esilio. Quella bellezza doppia, capisci, indissolubilmente doppia. Ma orsù facciamoci portare il buon pasto. Oste ascolta, selvaggina arrosto con ceci e fasoi, vinaccia delle tue vigne in Castellina, pane di ieri cotto dalle fascine nel tuo forno. Mentre aspettiamo raccontami il tuo mondo, ti aggrada, vivi felicemente?“

“I valori che la mia indole e le letture giovanili mi avevano fortemente radicato nell’animo, si sono piano piano dissolti e mi sono trovato a vivere in un mondo estraneo, con una empatia diffidente verso i miei simili. Se mi chiedi se mi aggrada ti rispondo no, se mi chiedi se sono felice ti rispondo si lo sono stato per alcuni momenti”

“C’è affinità con la mia vita, con il mio sentire, non uguaglianza ma affinità si”

“ Da quello che so di te credo sia così. Ma tu ne hai passate di più pericolose ”

“La mia necessità di sincerità e di libertà, fonti di invidie e di vendette”

Libertà va cercando, ma anche arte, eternità nel tempo del mondo”

“Anche coscienza di sé, della propria dimensione, del fatto di essere, non di essere stati o divenire”

“La tua religiosità”

“La mia voglia di divino, o della sua rappresentazione o del mistico che ognuno di noi porta in sé, senza colore né foggia”

Il suo sguardo diretto e penetrante mi fissa con una espressione di simpatia, come avesse una conoscenza profonda di me, fosse convinto di esplorare un animo che vale di comprendere, portare alla luce.

“Tu scrivi versi vero?”

“Si ma come fai a saperlo, non ho una fama tale da poterti raggiungere“

Mi guarda assente, poi alza il volto e dirige lo sguardo alle travi del soffitto, le fissa per qualche attimo in silenzio ponendo le mani in avanti, parallele e artigliate, come tenesse un pallone. Lentamente gira le dita avanti e indietro più volte, sempre con lo sguardo in alto, poi le abbassa lentamente, sorride, mi guarda di nuovo alzando le ciglia degli occhi come ad ampliare il campo visivo.

“Comprendo“ dico “e confesso. È un vizio che non mi lascia”

“È un essere, una dimensione, una forza straordinaria. Io avevo quello come unica possibilità, non avevo potere o armigeri adeguati, solo me stesso e un parlare fitto con il mio essere, una difesa e un senso di battaglia, come quella che io e Cecco Angiolieri combattemmo nella piana di Campaldino in quel di Poppi, senza sangue, ma con lo stesso odore del sangue”

“Ma la tua Commedia è divina”

“Io ho scritto La Commedia, il canto del villaggio, divina è venuto dopo, il Boccaccio senza il mio permesso, il mio imprimatur ha aggiunto l’aggettivo”

“Eri ormai morto”

“Già morto per il mondo, ma non per i versi che avevo scritto”

Intanto il tavolo si era riempito di pietanze, selvaggina arrosto, ceci, fagioli, fumi di odori e pane giusto di età, vinaccia fresca di cantina. Durante mangia con delicatezza, quasi accarezzando le pietanze, gustandole, centellinando il boccale e pulendosi l’umido della bocca con una strisciata di mano che poi lava in una ciotola di acqua.

“È bello desinare con qualcuno” dice “la solitudine è nemica dello stomaco”

“L’hai provata in quantità, vero?”

“Tante volte, come ho provato il mendicare affetto, cibo, compagnia, casa e anche denari”

“E amore”

Mi guarda pensieroso e mi rendo conto del mutamento del suo volto, non più disteso, duro adesso come il ricordo di un attimo di esistenza impropria.

“Bice è stata la mia oggettivazione, il mio senso di smarrimento nell’inconscio. La verità non è mai la figura di noi stessi, cambiamo abito in ogni stagione ed è più pesante o più leggero. Ma la nudità che stagione è? Ho capito dopo che il ricordo non è una stagione, è la nostalgia di un uomo quando diviene la verità del suo animo. Non ho mai avuto Bice come l’uomo ha la donna e l’ho cantata come l’avessi avuta, la necessità di specchiare l’immagine è stata la mia finzione.”

“Finzione ? ne è valso?”

“Per il mondo certo, per me un senso di impotenza, stemperato poco a poco in quei versi“

“In quella vendetta?”

“In quella giustizia, la gente non capirà mai il poeta, ogni poeta potrà essere capito solo da se stesso e non sempre e non completamente. Un poeta non scrive mai un tema ma un dettato, questo va compreso”

“E chi detta?”

“Lui stesso, ma non conosce il testo”

“Ma tu sei stato capito, sei rimasto vivo nei millenni, il mondo ti ha accolto come qualcosa di sé stesso, di necessario, di divino anche”

“Di uomo, ricordati di uomo, io ho amato l’impalpabile essere del sogno ma ho avuto la realtà di una moglie, di una famiglia, dei figli, del potere di giudicare, io sono le contraddizioni dell’uomo. Per questo sono divino?”

“Senti..”

“Non chiedere, non voglio dirti, la risposta toglierebbe l’angoscia esistenziale da cui scaturiscono i tuoi versi e sarebbe per te un gran brutto affare, diventeresti niente”

Durante fissa il cielo da una finestra con le sbarre a losanga posta sul lato destro della sala, guarda attento, come per riconoscere un pensiero che improvviso è entrato nella sua mente.

“Quando io ero in Firenze” dice “c’erano Guelfi e Ghibellini, Bianchi e Neri, nobili e arricchiti, fazioni cittadine che lottavano per il potere, la supremazia sulla città, con ogni mezzo, soprusi, tradimenti, calunnie, uccisioni. Adesso mi dicono ci sono dei partiti che hanno dimensioni non di città ma di grandi territori che chiamano nazioni e contengono sudditi delle più svariate origini, dei molteplici dialetti. Come è possibile in questa confusione amministrare un governo delle genti?”

“Ci sono stati avvenimenti che hanno conquistato terre e unito poteri, via via fino a riassumerli in un potere più grande, con caratteristiche diverse, con un nome pieno di fascino e di speranza”

“Un nome, dici, solo un nome? E qual è codesto nome magico”

“Democrazia”

“Democrazia vuol dire potere del popolo, ma non è nuova ed ha già avuto vite, ma di breve durata. So che adesso dura da tempo, ma il popolo davvero ha il potere di governarsi?”

“Non è così semplice. In teoria va bene, nella pratica le cose si complicano”

“In quale senso”

“Il potere, con altra foggia come diresti tu, appartiene sempre a pochi e le lotte non sono meno cruente delle tue. Il fatto diverso è che adesso non è facilmente individuabile, si nasconde spesso e la facciata che vediamo non è quella vera. E ci sono sempre soprusi, tradimenti, violenze e anche uccisioni. Solo che il grande meccanismo consente più possibilità di nascondersi, di non far sapere, di farla franca e dare un senso di falsa pulizia al governo delle genti”

“Ai miei tempi sapevamo bene dove era il potere, lo vedevamo in faccia, aveva la figura di tizio o di caio, della famiglia di tizio o di caio, dei compagni di tizio o di caio, dietro non c’erano filigrane, la presenza era la sostanza del potere“

“Tu vedevi l’Italia nave senza nocchiero in gran tempesta e anche non donna di provincia ma bordello. E così la vedresti anche adesso e scriveresti di nuovo il De monarchia“

Durante abbassa lo sguardo e un quasi impercettibile movimento delle labbra assomiglia a un sorriso malinconico. Prende un boccale e lo riempie di vinaccia facendo scorrere a cascata il liquido che si vede rubino scendere dalla brocca al boccale. Poi nello stesso modo riempie il mio boccale e me lo porge.

“Anche io ho fatto parte di un certo potere, per breve, ma comunque parte, uno dei sei Priori nel difficile compito di magistrato in tempi di feroci lotte. Proprio per giochi di potere fui accusato di corruzione, condannato e costretto a fuggire da Firenze e morire lontano dalla mia terra, dalle mie origini, e avere le mie spoglie ancor oggi in terra per me straniera. Sai bene da chi mi venne il maggiore inganno e sai bene come, nel mio Inferno, ho previsto la sua collocazione tra i simoniaci. Solo la poesia ha potuto fare, come dici tu, pulizia. Credo che ancora il buon governo possa venire da un forte potere in una mente illuminata, visto anche il fallimento di quel governo debole che chiamano democrazia. Debole più di altri perché necessita di continui giochi di potere che si basano sul compromesso, sulla corruzione, sul tradimento, sull’inganno e riguardano non un solo uomo ma tanti uomini che si avvicendano in continui cambi di potere, e che si nutrono di queste miserie umane. La storia del mondo è fatta da uomini eccezionali, in ogni campo, uomini che forgiano gli avvenimenti per tutti gli altri, uomini eccezionali nel bene e nel male. Questo dice la storia, questo dimostrano i tuoi tempi”

“Conosco le tue idee sul governo dei popoli e sul predominio del potere laico, è patrimonio culturale del nostro paese e del mondo. Che tu abbia ragione o meno non è chiarito dalla storia del mondo, ma il fatto che neppure le più gravi ritorsioni ti abbiano fatto abiurare le tue idee da sicuramente ragione alla tua onestà intellettuale. Anche questo dice la storia”

“Brindiamo alla storia allora, agli avvenimenti e agli uomini che ci sono coinvolti, all’Italia terra di conquista e conquistata, come una bellissima donna nata per concedersi, donare amore e bellezza, essere vergine e cortigiana, e come la donna amata essere anche odiata per la sua infedeltà. Dimmi, anche oggi è così infedele?”

“Caro Durante il gioco è più grande ma è lo stesso. Le differenze di origini e di lingua si sono attenuate nell’unico potere sulle stesse dopo che questo è stato unificato dalla conquista dei vari territori. Sono rimasti gli usi e i dialetti originari solo a titolo folcloristico, turistico direi. Non voglio dire infedele, ma sicuramente si concede, si concede spesso”

“È un male codesta cosa, togliere all’uomo il retaggio della sua particolarità è un male. E distrugge la poesia. Come avrei fatto io senza la mia ben salda radice in Firenze? Come avrei potuto essere l’Alighieri”

“Anche oggi c’è la poesia, nome abusato dove non c’è più la mente che partorisce immagini, ma immagini che sodomizzano la mente. Per questo ci sono tanti poeti, queste grandi terre sono prolifiche di poeti e ancor più di curatori dei poeti”

“Mecenati?”

“Non proprio, mercanti direi per la maggior parte”

“Nel mare del falso si perde il vero, tanti poeti nessun poeta” dice secco e deciso.

“Mi chiedo come fai ad amare tanto quella Firenze che ti ha scacciato, che ha rinnegato uno dei figli migliori se non il migliore. Quel figlio che ha contribuito in gran parte alla sua fama nel mondo”

“Non mi ha scacciato Firenze, ma i fiorentini, che sono altra cosa. Firenze è un urbe che vive di vita sua a prescindere da chi l’abita. Firenze non è i fiorentini, Firenze è Firenze e basta“

Prende la brocca e mi versa ancora un calice di vinaccia e poi se ne versa uno ancora per sé, lo alza tenendolo così e guardandomi di nuovo con il suo sguardo fisso e penetrante. Mi sento suggestionato ma felice di essere con lui, in modo completo come non avevo mai sentito prima, come nessuna compagnia mi aveva mai trasmesso.

“Brindiamo adesso alla poesia, alla parola dell’uomo per dire quello che non si vede, per amare e castigare, per illudersi di essere divini per un attimo e uomini ricordati per sempre”

“Ai tuoi tempi, oggi nessun poeta è ricordato per sempre, anzi ricordato solamente, ma brindo per te, per i tuoi tempi, dove anche io sono adesso e per quanto resterai con me”

Durante sorride, alza una mano in alto e punta il dito indice verso le sbarre della finestra, poi lo fa girare e rigirare guardandolo fisso.

L’amor che muove il sole e l’altre stelle” sussurra “è il mio mondo e anche il tuo mondo, e sarà il mondo dei tuoi figli e dei loro figli e così via. Ma sarà sempre più estraneo, vivrà nell’indifferenza, nella non conoscenza. Ci sono cose che vivono di esistenza propria, che non hanno ne principio ne fine, che seguono le loro leggi e incontrano l’universo in appuntamenti che nessuno conosce, che possono vedere dove le stelle finiscono e dove sono i sogni nati da un sogno che nessuno ha mai fatto”

“E la poesia cos’è?”

“Uno di quei sogni, la notte quieta di alcuni uomini”

Durante si alza e con lo sguardo mi invita a seguirlo mentre attraversa la sala e esce nella luce vivida di Piazza San Martino. Si ferma e guarda in alto la Torre della Castagna senza dire niente, poi mi guarda a lungo. Sono commosso, un groppo in gola mi ferma un attimo il respiro ed è un brivido. E lui è commosso? Lo spero mentre mi sento sperso in un addio senza voce e senza ritorno. Si certo è commosso, sono sicuro che lo è mentre senza una parola scompare all’angolo. Non lo seguo, è il suo giorno e ha diritto di stare da solo. Ma so dove andrà. Passerà dalla chiesa di Santa Margherita de’Cerchi e aspetterà un bel po’ davanti prima di dirigersi al Battistero di San Giovanni dove si inginocchierà davanti ai suoi versi incisi nel marmo, …con altra voce omai con altro vello ritornerò poeta e in sul fonte del mio battesmo prenderò il cappello…, fiero di aver mantenuto la promessa poggiando forte i piedi sulle pietre della sua Firenze. Poi andrà nella vicina via del Corso, si fermerà di fronte a Palazzo Portinari e reciterà lentamente la lapide posta sotto lo stemma, …sotto candido vel cinto d’oliva donna m’apparve sotto verde manto vestita di color di fiamma viva... Quindi con un sospiro si incamminerà per via del Corso, girando all’angolo di via del Proconsolo dal lato del Bargello. E sarà solo un uomo che tornerà a casa nel bruzzico di una sera fiorentina.

In questo sogno che la mente ha preso
cammini certo della tua bontade
come viandante nel ciel quasi sospeso

In tua Firenze per le antiche strade
allarga il cor la tua figura altera
il passo che attraversa le contrade

Ed è tempo di un’altra primavera
dov’anco il cor di un vate si stupisce
nel ricordar negli anni un’altra sera

Quando il parlare tosco ti ferisce
dimenticando i tuoi servizi resi
e solo il tuo verso divino ti lenisce

Ora puro di gloria e di ricordi offesi
sei qui col tuo parlare di poeta
a me che di tua arte poco appresi

Indichi al mio cammino la tua meta
e parli di saggezze così grandi
che nella mente mia fanno cometa

In: Cred'io ch'ei credette ch'io credessi, scritti su Dante, Edizioni Universosud, Potenza 2021.

Materiale
Literary © 1997-2021 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza