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L’aquilone di Ignazio Buttitta

Quaderni di Arenaria XII

Ignazio Buttitta in un disegno di Carlo Puleo (1971).

Testo della relazione [inedita] pronunciata all’“Accademia Siculo-Normanna” di Monreale (Palermo) il 7 giugno 2000.

Salvatore Di Marco, studioso siciliano di letteratura dialettale, ha raccolto in volume (Il filo dell’aquilone, Palermo, Nuova Ipsa, 1999) i saggi e gli articoli da lui pubblicati in riviste e giornali sulla figura e l’opera di Ignazio Buttitta. (*) Dunque non opera monografica bensì dossier critico, composto prevalentemente da due ampi saggi, riguardanti uno la presenza o meno del Buttitta in antologie di poesia dialettale del Novecento e la temperie in cui esse furono confezionate, l’altro la poesia buttittiana tra gli anni trenta e quaranta (ma è dato rilievo anche al decennio precedente, che segna l’esordio letterario del poeta), fino alla pubblicazione della silloge Lu pani si chiama pani del 1954, attentamente esaminata. Questi saggi, che costituiscono la prima e terza sezione del libro,  sono intervallati da una parte centrale, comprendente gli articoli da Di Marco pubblicati tra il 1989 e il 1997 riguardanti aspetti peculiari del mondo poetico buttittiano, con una testimonianza relativa a una visita dell’autore alla casa del vecchio poeta, all’Aspra, nel 1980. Di particolare interesse gli articoli scritti in occasione della scomparsa del poeta, in cui sono rilevate certe grossolane inesattezze giornalistiche.

In uno di questi testi è data ragione del titolo, mutuato dall’ultima opera di Buttitta: il poemetto Anciula, dedicato alla moglie, apparso nel 1995, in cui l’anziano poeta dice di ritornare alla fatica della creazione poetica: “E tornu all’antu d’a puisia / pi dari filu o stidduni / ch’acchiana ogni ghiornu / c’u ventu d’a ragiuni, / c’arruspigghia l’arba / chi grapi l’occhi e annarba. /U facia di picciriddu / com’ora nna l’àstracu. / Puisia e spiranza /i pisu nna stissa valanza: / nun vogghiu chiudiri putia.”

L’aquilone come metafora della poesia, capace di spingere in alto il cuore del poeta, di dare ragione e impulso a una vita e tenere desta la speranza, che è l’altro piatto della bilancia della poesia, a cui sono state riservate una costanza e una fedeltà indefettibili.

Una professione di fede, un consuntivo esistenziale, in tale dedizione racchiusi fino all’ultimo (“nun vogghiu chiudiri putia”).

Probabilmente, se Di Marco avesse pubblicato quegli articoli nell’ultima sezione, quasi in appendice, avrebbe evitato di dare a qualche settore della critica accademica l’impressione di un attenuarsi, in quel punto, del rigore scientifico della trattazione, osservato invece nei due saggi, che sono serrati e documentati.

Parimenti, la bibliografia che correda il volume è da considerare la più ricca e minuziosa fra quelle, finora consultabili, riguardanti il poeta.

Il saggio sul periodo iniziale del lungo iter poetico buttittiano si rivela, oltre che penetrante, ricco di notizie riguardanti la vicenda umana e la formazione letteraria e politica del poeta, fin dai primi anni venti in cui Buttitta collabora a Bagheria al periodico “La povera gente”, fondato e diretto dall’avvocato socialista Salvatore Paladino, mentre nell’opera prima (Sintimintali,1923) si trova un testo poetico che quel sintagma rammenta nel titolo e nella tematica, quest’ultima riscontrabile anche nella poesia Passa lu re. 15

In quel periodo Buttitta collabora anche a due fogli libertari: “Il vespro anarchico” di Palermo e “Fede!” di Roma. Nel 1927 vara, con Vincenzo Aurelio Guarnaccia e Giuseppe Ganci Battaglia il periodico di poesia dialettale “La Trazzera” e anche in questa breve esperienza è possibile riscontrare le linee del filone populista in Buttitta. I temi sociali, insomma, precedono di molto Lu pani si chiama pani, sostiene Di Marco, il quale confuta anche la tesi di Salvatore Camilleri che vede in Sintimintali e Marabedda (1928) echi parnassiani, dovuti all’influenza del poeta dialettale siciliano Vincenzo De Simone. Di Marco trova semmai, in queste opere giovanili, toni e temi di un pathos di maniera, destinati a scomparire assieme all’inesperienza letteraria e considera un dato obiettivo: il De Simone cominciò a pubblicare nel 1927, mentre Marabedda fu composto tra il 1925 e il 1926. E del resto, parecchi scritti neorealisti di Buttitta furono composti ancor prima che si affermasse la corrente neo-realista, nella quale il poeta troverà «le condizioni favorevoli per il proprio progetto di poesia.» (p.120) Ancor più netta la linea che separa politicamente Buttitta dal De Simone, che fu mussoliniano e “sansepolcrista”. Una forte consonanza, nota lo studioso, va colta invece tra Buttitta e il poeta socialista Vito Mercadante, mentre sarebbe da ridimensionare la tesi che sostiene un’influenza di Alessio Di Giovanni e di Giuseppe Nicolosi Scandurra.

Ripartita in quattro periodi la vicenda poetica buttittiana tra esordio e dopoguerra, Di Marco rileva come all’impegno politico debbano attribuirsi le prime immagini del poeta tra il 1921 e il 1922, che il compaesano Guttuso, un ragazzino a quei tempi, aveva visto alla testa di un corteo socialista con bandiera rossa. E già in Sintimintali si registra il lungo componimento Lu sciopiru.

In Marabedda – che caratterizza il secondo periodo – Buttitta, si discosta dai moduli di scrittura tradizionali, abbandonando la rima per l’assonanza e praticando un «endecasillabo variamente disorganato» (p. 136), con una precoce e definitiva adozione del verso libero, certamente in controtendenza al gusto dei tempi. Ed è probabile che il silenzioso rifiuto del Di Giovanni di tradurre Marabedda (con fiero e polemico risentimento dei giovani redattori de “La Trazzera”) sia dovuto alla non condivisione del cantore della Valplatani del linguaggio buttittiano, che dovette apparirgli “antipoetico”. (cfr. p.141)

Il terzo periodo (1938-1945) è connotato da una produzione poetica discontinua, «ondeggiante» (p.143), con pubblicazione di poche poesie, sperse in vari rivoli. Nessun volume, un incontro – cordiale ma non molto fruttuoso – con Marinetti, che, nel giro di alcuni anni, venne più volte a Bagheria, dove operavano Castrense Civello e Giacomo Giardina. È da ritenere che la splendida poesia di Buttitta Amu lu silenziu abbia trovato stimolo nel clima del futurismo siciliano, anche se « Buttitta non consegnò mai la sua poesia al marinettismo », nota Di Marco. (p.159)

Il quarto periodo (1945-1954) registra una relativa pausa nell’attività letteraria, fino al 1944, anno in cui apparve nel terzo numero di “Rinascita” la poesia marcatamente antifascista, di forte carica ironica A Paliddu lu Bascianu. A partire dall’anno successivo, il poeta partecipa ai fermenti di rinnovamento della poesia siciliana: un periodo di estremo interesse che Di Marco perlustra nei suoi aspetti storici ed estetici. Sostiene che negli anni trenta Buttitta abbia assunto un «apoliticismo di facciata » (che non gli impedì di incontrare nel 1942 l’anarchico Paolo Schicchi, ricoverato nella Clinica Pasqualino di Palermo) e che il poeta, socialista popolare e vagamente libertario, sia stato inadatto tanto alla cospirazione (antifascista) che alla militanza organica di partito (comunista) 16 (cfr.p.167), mentre appare «più autentica l’immagine degli anni ‘50, di poeta engagé.» (p.169).

A tale considerazione va aggiunta quella concernente il rapporto tra Buttitta e il neorealismo. Vero è, nota Di Marco, che quando esce nel 1954 Lu pani si chiama pani (con traduzione di Quasimodo e disegni di Guttuso), il neorealismo era già al tramonto e il libro di Buttitta già ritardatario (cfr. pp. 191-192), ma va anche considerato che quella corrente resterà in auge fino ai primi anni ‘60, almeno fino alla ventata dei Novissimi; inoltre, il neorealismo di Buttitta nasce non tanto da un’adesione a un’estetica quanto piuttosto dall’approfondimento personale di temi e moduli espressivi congeniali. È mia opinione che quella di Buttitta sia prevalentemente, al di là di correnti e tendenze, peculiarmente poesia del concreto, che disdegna – e lo proclama – motivi arcadici e letterarie finzioni. In tal modo viene ad attuarsi quell’ amalgama tra neorealismo e sicilianità cui fa cenno Di Marco (cfr. p.193). Abbiamo, insomma, una profonda concordanza tra le concezioni della vita, della politica, della poesia e quest’ultima traduce le prime due nei temi come nelle figure e nel linguaggio.

Dei suoi personaggi Buttitta assume il linguaggio, in un personale assemblage.

Sono, scrive Di Marco, « non i ‘vinti’ del Verga, e neppure i taciturni zolfatari di Alessio Di Giovanni, ma i Salvatore Carnevale, i lavoratori sindacalisti, i braccianti che sfidavano le mitragliette di Turi Giuliano a Portella delle Ginestre, gli analfabeti chiamati a sconfiggere la loro secolare ignoranza, gli uomini a saper leggere la storia, a capire le leggi della natura e usare la ragione per darsi dignità e un mondo di pace e di libertà. » (pp.171-172)

Particolarmente interessante la prima parte del volume, riguardante Buttitta e le antologie di poesia dialettale del ‘900. Dal saggio di Di Marco emerge, con ampiezza di riferimenti, come il poeta di Bagheria, che attraversa il secolo quasi pienamente, sia stato protagonista di una più o meno bizzarra alternanza di presenze e assenze nelle varie antologie di poesia dialettale. In genere, in Italia, le antologie di poeti contemporanei sono come borsini letterari, non sempre attendibili, soggetti allo strano e disorganico flusso di spinte e controspinte che caratterizza la vita letteraria italiana, le sue tendenze, etc.

È sorprendente il lavoro di ricerca effettuato al riguardo dall’autore. Un’attenta ricognizione: dall’antologia del Tosti (siamo negli anni venti) in cui non figura il giovane Buttitta autore di Sintimintali (episodio che diede vita alla polemica tra i redattori de “La Trazzera” e il Di Giovanni, che il Tosti, mentendo, aveva indicato come il referente per la Sicilia), all’antologia guandiana del 1952, curata da Mario Dell’Arco e P.P. Pasolini (che registra per la Sicilia solo Di Giovanni, Guglielmino e Vann’Antò); dal fascicolo del maggio 1954 della rivista “Galleria” diretta da Leonardo Sciascia, dedicato alla poesia dialettale, in cui Buttitta è ignorato (contemplati solo 12 poeti dialettali di tutta Italia, di cui appena due i siciliani: Vann’Antò e Carmelo Molino), al fascicolo antologico (1955) riservato ai poeti innovatori del Gruppo “Alessio Di Giovanni”, di cui Buttitta fece parte; dal fascicolo de “Il Belli” di Roma del 1957, dedicato ai poeti dialettali di Sicilia, in cui Buttitta è presente, assieme ad altri poeti che il curatore Vann’Antò, definisce, non sempre a ragione, neoteroi, all’antologia Le parole di legno, a cura di Mario Chiesa e Giovanni Tesio, in cui Buttitta figura assieme ai conterranei Nino Pino, Francesco Guglielmino, Vann’Antò, Salvatore Di Pietro, Santo Calì, Giuseppe Battaglia e Mario Grasso.

Va fatta tappa sull’antologia Poeti dialettali del Novecento (1987), a cura di Franco Brevini, nella quale si registra la clamorosa esclusione del poeta siciliano, ormai famoso, con la motivazione (speciosa, a mio avviso) della sua non affinità ai poeti neodialettali, a cui invece era dato ampio spazio; in particolare, il curatore operava tale esclusione per essere ormai cadute le istanze sociali, ideologiche e poetiche « che avevano agito in tanta parte della poesia dialettale, per favorire invece un recupero della soggettività poetante e delle sue ragioni tutte letterarie » (p.51), come interpreta il Di Marco.

Ma su questioni del genere bisogna essere chiari e avere il coraggio di dire quanto va detto: allorché si usano – nel compilare antologie poetiche – criteri di scuola o di tendenza, non è onesto sventagliare titolazioni di carattere generale, omnicomprensive. E così, se Brevini si era attenuto ai neodialettali, ad essi avrebbe dovuto riferirsi anche nel titolo. Ma è ancor più grave il fatto che, escluso Buttitta, non ci sia in quell’antologia nessun altro poeta siciliano, ancorché neodialettale, così come non è antologizzato altro poeta meridionale all’infuori di Albino Pierro; dunque, anche dal punto di vista geografico è abusivo riferirsi in titulo ai poeti dialettali e dell’intero Paese.

Quell’antologia, inoltre, coltiva (se non inaugura) il malvezzo, invalso negli ultimi decenni del ‘900, di varare antologie di poeti italiani dell’intero secolo, coprendo in misura sovrabbondante l’area del Settentrione, limitando parsimoniosamente quella del Centro e riducendo al minimo quella del Sud, meglio se con clamorose esclusioni (che in ogni caso fanno cronaca). La sorte di Buttitta è toccata anche a Quasimodo e a Cattafi, per fare appena due nomi. Ad esempio, l’antologia mondadoriana della poesia italiana del ‘900 curata da Cucchi e Giovanardi è in tal senso di una faziosità sconcertante. Già con criteri analoghi aveva operato in precedenza un altro curatore: Pier Vincenzo Mengaldo e così via.

Ma torniamo a Buttitta: l’esclusione dall’antologia di Brevini è riscattata da quella curata da Spagnoletti e Vivaldi: Poesia dialettale dal Rinascimento ad oggi (1991), laddove si dimostra che un poeta può non essere presente in un’antologia che riguarda il secolo a cui appartiene ma esserlo in un’altra che si estende per l’ ultima tranche di cinque secoli e passa. Buttitta non figura inoltre in Lingua lippusa a cura di Corrado Di Pietro, ma è presente nel volume Dialect Poetry of Southern Italy (Brooklyn, 1997), coordinato da Luigi Bonaffini (la cui sezione relativa alla Sicilia è curata da chi scrive); sono antologizzati quali poeti particolarmente rappresentativi del sec. XX Alessio Di Giovanni, Vann’Antò, Ignazio Buttitta, Santo Calì, Paolo Messina e Antonino Cremona.

L’indagine di Di Marco costituisce un exemplum che va oltre il caso in esame, per farci meditare (qualora non se ne abbia contezza) sulle schizofrenie, sui malumori, sulle camarille e simili di questa nostra scombinata repubblica delle lettere, nella quale tali stranezze si verificano più che altrove, mentre si fa addirittura vanto della parzialità. Di un tale costume della vita letteraria nazionale Buttitta fu, in alcuni casi, un’illustre vittima.

Questi saggi costituiscono un percorso obbligato per chi voglia occuparsi ponderatamente – e soprattutto senza stereotipie, facilonerie o approssimazioni – alla poesia del vecchio leone bagherese, che seppe portare la poesia in mezzo alla gente, al popolo che amava e che lo amò.

(*) (Bagheria 1899 – Palermo 1997)

Testo della relazione [inedita] pronunciata all’“Accademia Siculo-Normanna” di Monreale

(Palermo) il 7 giugno 2000.

Nell’immagine: Ignazio Buttitta in un disegno di Carlo Puleo (1971).

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