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È un’opera di intensa spiritualità. Poesia di meditazione. “Meditando in Cristo” si legge, non a caso, nel sottotitolo del libro. Meditazione a un punto di boa, che è quello di farsi preghiera, si direbbe senza averne l’intenzione.

Già la poesia è naturaliter preghiera, per il suo tendere all’assoluto, anche in maniera inconsapevole, anche in modi o forme meno avvertiti o consueti. Anche quando paiono sommergerla i clamori invasivi della quotidianità o inghiottirla i baratri esistenziali. Il suo sguardo è proteso verso le profondità dell’animo e verso un oltre peraltro continuamente spostabile in avanti (come il noumeno kantiano). L’assoluto è la scommessa della poesia, la sua sfida, e non è necessario che esso assuma le forme (variegate a seconda di culture e civiltà, per non dire di soggettive rifrangenze) del divino. La poesia lo capta anche nelle minime cose, anche nei suoi nascondimenti.

Coglie tale aspetto, a proposito di questi intensi versi, il poeta Antonio Spagnuolo in prefazione: «Svaporando di fronte all’eternità il motivo principale di una “riflessione” che abbia del fantastico per spiegazioni, occasioni, creatività, ove il sogno si mescoli alla vita confondendosi alla stregua di un incubo pronto ad incidere per figurazioni depurate e composte di verità, per un processo quasi mistico che assomigli a qualcosa di trascendentale nella esperienza che stupisce uomo e scrittore, la fugacità auspica per se stessa una personale folgorazione ».

L’assoluto assume per la poetessa la sua configurazione “perfetta” (tautologica, si direbbe) nella figura del Cristo, nel suo messaggio e nel suo esempio. C’è nella silloge un’implicita imitatio Christi, che ne è come un lievito segreto. E il colloquio, diretto o indiretto, col divino si intensifica.

E qui la poesia si fa tout court preghiera, se al divino si rivolge, lo contempla, ne considera il mistero, tenta di coglierne le correlazioni con le nostre tribolazioni di umani, con le nostre aspirazioni, le nostre illusioni e delusioni. E con il nostro desiderio/bisogno di trovare un punto di appoggio nella nostra avventura, intanto, nel mondo: «Frammisto a qualche rosa di deserto | c’è sempre un dolore avvampante, | ci scava o semplicemente ci consuma. | Portiamo come un cimelio | l’erba nata dal rigore invernale. » (La pena del vento)

Entriamo dunque in un ambito che può normalmente essere definito della “poesia religiosa”, ma che tale è, come in questo caso, quando riesca ad essere poesia senza aggettivi. La poesia vera trova negli aggettivi che la accompagnano non le sue “qualificazioni” ma le sue limitazioni.

L’assoluto perfetto di Ninnj Di Stefano Busà è una silloge che può considerarsi un poemetto, per unità tematica, stilistica e, soprattutto, di ispirazione. I testi hanno una levità e profondità straordinarie.

E davvero il Cristo emerge come “il punto più alto”, nella potenza della sua umiltà e del suo sacrificio. “La voce di tutti i silenzi”, visto nella sua passione, nella tragedia del Golgota, che si fa luce sempre più intensa, per la poetessa, nel susseguirsi dei giorni, nel lungo, difficile cammino “per passare dal nulla al tutto”, come nel titolo di una delle più essenziali e incisive poesie della raccolta: «Ti perdo e ogni giorno ti ritrovo | nell’onda divina del disegno astrale. || Vi lumeggia appena una polvere d’oro | che sorprende La mia immaginazione. || Ma basta solo la tua impronta, | l’olezzo inebriante di giglio al sole, | per passare dal nulla al tutto.»
Recensione
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