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Prefazione a
Soaltà
di Guglielmo Peralta

Lucio Zinna

Coglie nel segno Giuseppe Cottone quando afferma che “poetica e poesia nel testo di Guglielmo Peralta non si contraddicono, ché la prima si scioglie nella seconda”. Nel poeta palermitano, infatti, la trattazione di carattere estetico non si priva all’occorrenza (in ogni caso, efficacemente) di metafore – per non dire di certi slanci lirici – che sarebbero di più stretta pertinenza poetica, mentre il testo poetico non disdegna talvolta toni di raziocinante discorsività.

In Peralta il poièin, per quanto possa essere tributario di illuminations più o meno rimbaudiane, è prevalente frutto di meditazione; questa, non di rado, va a sfociare in una contemplazione non esclusiva né permanente, anzi finalizzata all’azione quale effetto delle acquisizioni contemplative e della logica traduzione di quanto all’azione stessa può tornare utile, nella conduzione dei giorni. Nella poesia “Ad un bercana”, ad esempio, la trama e l’ordito del tappeto si fanno metafora del vivere nelle sue quotidianità e nelle sue sublimazioni: “In te contemplo | le segrete trame dei colori | mentre accogli | nella tua posa usuale | il silenzio dei miei passi | e mi pare un risveglio | questa vita | come quell’albero | intessuta nell’ordito”.

Una poesia nella quale (così come accade per i termini “poesia” e “poetica”) azione e contemplazione si richiamano e si chiariscono a vicenda, in una ricerca di conciliazione di opposti, che trova il suo fulcro nel superamento di ogni antinomia (non di ogni specificità) tra sogno e realtà e nel conseguente concetto di “soaltà”, in cui va a consistere l’asse della poetica e della poesia di Peralta: un termine che è assai più di un felice neologismo (un originale innestogramma, per dirla con Elio Filippo Accrocca) e che finisce per essere formidabile input creativo, chiave di volta nell’interpretazione del reale e visione stessa dell’universo (“Soaltanschauung”).

“Soaltà” è, come lo stesso autore chiarisce in premessa (ma anche, variamente argomentando ed esemplificando, in altri testi), un “innesto” tra sogno e realtà, mirato ad una realtà comprensiva del sogno, quale sua parte costitutiva.

Il famoso sintagma “La vida es sueňo” di Calderón de la Barca (a cui può collegarsi la considerazione shakespeariana “noi siamo della sostanza di cui son fatti i sogni”) si era capovolto, nel secolo appena trascorso, nel quasimodiano “la vita non è sogno”, per quel di più di realismo che la quotidianità esige, sacrificando ogni evasione fantastica, benché insopprimibile; Carlo Betocchi, tra le istanze della realtà e quelle del sogno, aveva dato preminenza alla prima (si ricordi la sua silloge del 1932 “Realtà vince il sogno”); Peralta pone in altro modo il rapporto tra i due termini realtà-sogno, tentando un percorso sinergico, nel solco del sinolo aristotelico, della sintesi hegeliana e così via. Un fondersi che non è un confondersi. Di questa “soaltà” il poeta si innamora a mano a mano che procede nell’identificazione di essa, nella rilevazione dei contorni e delle sostanzialità, finendo per considerarla divina, come la prospettiva per Paolo Uccello.

Attraverso la “soaltà” può tornare a rendersi praticabile il mondo in cui viviamo, che fin dagli anni giovanili era apparso al Peralta “dilacerato”: la sua precedente silloge poetica, edita nel 1969, intitolata “Il mondo in disuso”, vedeva l’uomo del nostro tempo “andare d’inerzia”: una umanità disorientata procedeva come attratta da un magnete (“il magnete ci attrae | senza che noi vogliamo andare avanti”). Ma c’era già, in quel libro, l’impulso a reagire a prepotenti forze esogene, a non subire negativi condizionamenti, come nella lirica “Tralascia di cercare”, in cui il poeta rivolge a sé – e comunque al singolo – spesso reiterandole, le incitazioni, che costellano il testo, a trovare in se stesso le spinte a non soccombere, a risollevarsi: “dissottérrati”, “EVADI EVADI”, “líberati líberati”, “ama e dimenticati”.

Il mondo è dilacerato e in disuso, insomma, proprio perché vive in termini dicotomici il rapporto sogno-realtà: una contrapposizione che appare inconciliabile fino a quando non si scopra che esiste una realtà del sogno, ovvero un’appartenenza del sogno al reale e la possibilità – vitale – che questo sia sognato, vissuto nel sogno, non per essere fuorviato ma potenziato. Diciamo che ne “Il mondo in disuso” c’era già, in nuce, il concetto di “soaltà” che l’autore svilupperà successivamente.

In questa nuova opera troviamo rinnovato (in “Senza musica”, ad esempio) il canto desolato per l’uomo contemporaneo che, ebbro di interconnessioni, ritiene di non essere più solo nel villaggio globale (che rischia di farsi “cloacale”) in quanto non si accorge di esserlo ancora di più proprio perché privato della stessa solitudine, in una relazionabilità virtuale: “E non c’è amore. E non c’è più | solitudine”. “L’uomo ombra è un gigante | a misura di pollici”. È la parola che può ri-destarci “allo spessore del tempo”.

Bisogna imparare a sognare, comprendere il sogno: è questo l’invito del poeta. Poeta è l’uomo che sogna, il quale non è affatto il sognatore con la testa tra le nuvole (secondo un’abusata e vacua immagine popolare), bensì l’uomo che ha imparato a sognare, a coniugare visione del mondo e mondo della visione. Il poeta è il cavaliere della soaltà, che impara a usare il mondo (impedendo che diventi “in disuso”). È un sogno, dunque, che va fatto ad occhi aperti (“vedere | a pieni occhi”, come in “Volo”) e con un maximum di veglia.

Sostiene Peralta che i sogni vanno non solo compresi ma coltivati: “Coltivo | nella piantagione | dei sogni | una stella | rubata | al sillabario celeste. | Tra costellazioni | di sillabe | nasce | la parola-cometa | ed è pianta | di luce | che tra cielo e | terra | fiorisce”. Così, ad esempio, in “Sognagione 3”. “Sognagione” è un altro neologismo dell’autore, concernente “la stagione del sogno e la sua piantagione”, così come, sempre agglutinando, “Bellagione” è l’incontro tra Bellezza e Ragione. Sottesa alla poetica peraltiana c’è una concezione mitica e profetica del poeta, considerato un battistrada, un precursore, in quanto capace di realizzare il mondo della soaltà servendosi dello strumento privilegiato della parola: la parola sburocratizzata, liberata, quale è appunto la parola poetica (poesia è, ne “Il canto della ragione”, “la cometa del mondo”). La parola “contro la gerarchia delle ore”, come in “Angelus Novus”: “Diamo libertà alla parola | riconduciamola | alla sua forma interiore | contro l’istituzione | Liberiamola | dall’arbitrio e dalla convenzione | dal suo satrapismo alla moda”. Parola poetica capace di racchiudere l’universo in poche sillabe (l’uni-verso, che si fa mitico come l’unicorno), in un circuito ascensionale, spiralitico (“cielo – sogno – universo – essere – infinito”), che trova la sua spinta motivazionale nella pulsione del poeta ad abbeverarsi d’infinito.

Sorge da tali premesse etiche ed estetiche la tonalità a volte messianica di questi versi, il loro andamento tra l’oratorio e il cantabile, con l’assunzione di un registro più colloquiale (fino ad elementi di dialogo teatrale) nella sezione “?uo vadis”. Ma in genere il modulo espressivo preminente della poesia peraltiana – il suo imprinting poetico, per così dire – è quello corale.

Una poesia fortemente propositiva, che può apparire, sulle prime, se non urticante, quanto meno provocatoria, per una sua insistita sapienzialità, che è invece ambizione di compiutezza. Si è che il mondo poetico di Guglielmo Peralta ha bisogno di essere penetrato nei suoi vari aspetti e lentamente assorbito, perché se ne possa avvertire il fascino e la forte carica di idealità che lo permea e lo anima.

Una poesia che, pur muovendosi nell’ambito della migliore tradizione novecentesca, ha saputo far tesoro di certe esperienze neosperimentali, comunque attentamente filtrate, dalle quali non è stata mutuata, ad esempio, perché non condivisa, l’espoliazione dei significati in un formalismo asettico.

Un poetare, infine, capace di farsi carico di valenze tanto più inaspettate quanto più il secolo ormai trascorso sembrava averle spazzate via come cascami tardo-romantici, vale a dire idealità, sentimenti, sogni, che qui riemergono non come appannaggio di scuole o di correnti, bensì quali dimensioni dello spirito, poiché tali sono. Ed è proprio all’alba della nuova centuria che tali istanze tornano a farsi vive, non in una sterile riproposizione, ma in una visione nuova, interpretate in sintonia coi tempi e, in proiezione, con le aspirazioni della contemporaneità.

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