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Pubblicati autonomamente dall'autore questi minuetti appaiono, come afferma Bárberi Squarotti nella prima sguardia di copertina, "davvero molto belli e originalissimi". Ne conveniamo appieno per due precisi motivi. Il primo riguarda i testi, che si presentano con una segmentazione scritturale particolare nella quale la maggior parte delle poesie sono composte da due sole strofe (poesie quindi molto brevi, quasi lapidarie) alle quali si alternano composizioni più lunghe costituite da cinque strofe. Una suddivisione molto precisa e armonica che conferisce' all'intera struttura poetica una eleganza formare assai apprezzabile.

Il secondo motivo è legato al tempo, ovvero alle quattro stagioni di Filippo Giordano. Che iniziano ovviamente con Gennaio, ove il vomere solca la terra inseminandola e predisponendola ai fiori e ai frutti che verranno, mentre "Nelle vallate | dall'alba van nascendo | colori a chiazze". Poco più oltre già le api vanno a coppie "dove | esplode rosa il pesco", nei prati convivono porci e cavalli al biviere, e i monti "trattengono il cielo".

Non è tuttavia solo la natura a esser protagonista di questo racconto neobucolico dai tratti ricercati e gentili. L'uomo, con dedizione e fatica quotidiana, ricava dalla terra quanto di meglio può offrire. Ma si concede anche, nei pochi momenti di relax, una capatina al bar per un "torneo di tresette" o qualche gioco di abilità nel "giorno del Patrono". Un caleidoscopio di colori, di emozioni, di natura contemplata e "vissuta" che fa di questa godibilissima narrazione in versi un vero e proprio affresco di esemplare bellezza.

Il calendario, a questo punto, non ha però ancora compiuto il suo intero percorso. Infatti ecco irrompere l'autunno, che firma il cesto pieno di uva appena colta. "E poi Novembre. | Un giorno per i morti". Infine l'attimo fuggente di un'età che finisce: "...strette di mano, | brulicar di contatti, | abbracci e baci...". Il ciclo naturale si è chiuso. All'uomo rimane il bilancio di un anno in più.

Recensione
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