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“E riflettevo su come tutto in quegli anni fosse costituito da apparenze
che sembravano reali e da realtà che sembravano finzioni, da bravi ragazzi spacciati
per mostri, da veri infami mascherati da angeli. Forse un po’ tutti
eravamo buoni ragazzi di cattiva famiglia e cattivi ragazzi di buona famiglia.”

Dietro la facciata. Tre storie di sesso a Padova è l’ultimo lavoro letterario di Michela Torcellan: una pregevole raccolta di tre racconti uniformi nello stile, nelle ambientazioni e nei contenuti, per quanto trattino temi diversi e vengano utilizzate molteplici forme narrative.

Michela Torcellan è una scrittrice del chiaroscuro. Se fosse una pittrice, non mi stupirebbe scoprirla seguace del Caravaggio, intenta a scolpire con luci e ombre malinconici paesaggi veneti. Se fosse una musicista, l’immaginerei esploratrice di tecniche contrappuntiste, discepola di Bach, divertita a confonderci col suo intreccio di melodie e a colpirci con effetti armonici inaspettati. Se fosse un filosofo, credo ci stimolerebbe alla riflessione attraverso aforismi paradossali, come Zenone, col fine di porci di fronte all’autocontradditorietà delle cose e dell’esistenza, al fatto che la ragione è uno strumento certamente utile negli affari pratici di tutti i giorni, ma che di fronte al senso profondo del mondo rimane, inevitabilmente, muta e interdetta.

Il riferimento ad autori classici è tutt’altro che casuale, e ha il merito di porci di fronte al primo fondamentale chiaroscuro dell’opera. La Torcellan ha una scrittura scorrevole, precisa, sobria ed elegante, ricca di termini classici che riflettono la sua formazione umanistica. In alcuni casi, mi ha ricordato le grandi autrici inglesi del periodo Vittoriano. La forma del racconto, che sembra prevalere lungo tutta la carriera dell’autrice, riflette la delicatezza dello stile, come se la Torcellan ritenesse inopportuno pretendere più di un piccolo spazio e d’un tempo esiguo dal lettore frettoloso di oggi, e come se ella stessa si presentasse con modestia e discrezione. Questo stile limpido e chiaro, tuttavia, viene utilizzato per presentare storie torbide, crude, scomode, costellate di episodi immorali e riflessioni critiche che non lasciano spazio alla mediazione, al perdono o alla comprensione.

L’amore è il filo conduttore dei tre racconti. Un sentimento che si direbbe fra i più nobili dell’animo umano e adatto a storie positive e ottimistiche, ma che, in questo caso, viene presentato in tutti i suoi risvolti più problematici e paradossali – ed eccoci al secondo chiaroscuro fondamentale. Non a caso, il titolo stesso non parla di amore, ma di sesso. E di storie di sesso che stanno nell’ombra, dietro la facciata.

Il primo racconto tratta d’un rapporto incestuoso fra fratello e sorella, della sua giusta punizione, e della paradossale condanna del personaggio che ha punito il delitto.

Il secondo racconto sfiora l’argomento dell’omosessualità. Ne parla in riferimento al periodo della prima adolescenza, in cui l’identità sessuale stessa viene presentata come incerta e sfumata. Tratta più a fondo il tema dell’adulterio, presentandolo, in questo caso, come la dolorosa conseguenza d’un amore vero.

Il terzo racconto, infine, parla ancora dell’adulterio, ma questa volta del suo aspetto più ipocrita e meschino, come via di fuga da una situazione sentimentale stagnante e come mancata assunzione delle proprie responsabilità di fronte al fallimento d’una relazione. Racconta più direttamente dell’omosessualità, in questo caso fra due uomini, omosessualità manifesta e nascosta al tempo stesso, e in cui uno dei due personaggi viene presentato attraverso reazioni ambigue di fronte a una donna. Mostra, infine, un amore irrisolto e non ancora del tutto compreso fra un prete e una donna.

I personaggi, nonostante la brevità dei testi, sono delineati con sapienza e discreta profondità psicologica. Riflettono e agiscono – quasi sempre – in modo verosimile.

Curioso che, a mio avviso, i tratteggi meno convincenti e più frettolosi riguardino personaggi che fanno parte della dimensione dell’autorità, come uno psichiatra consultato dal protagonista del primo racconto, in grado di fare una diagnosi corretta sulla base della visione d’una serie di filmati, o un giudice chiamato a deliberare sulla protagonista del secondo, che si lancia in constatazioni esistenziali e riferimenti autobiografici poco credibili all’interno d’una relazione tanto formale come quella fra giudice e imputato. Credo che questi episodi, come altri, avrebbero meritato più spazio e attenzione ai dettagli per acquisire un sapore maggiormente concreto.

Ognuno dei personaggi, coi propri mezzi e colle proprie modalità, cerca di sopravvivere in un mondo spesso indifferente, o, peggio, ostile. Ognuno cerca di risolvere i problemi radicati nella quotidianità, pur non giungendo quasi mai a una soluzione definitiva. La svolta delle vicende interiori si delinea, in ciascun testo, verso la fine della narrazione, ma rimane appena accennata. La vicenda sfuma lasciando aperti e irrisolti i quesiti fondamentali dell’esistenza.

Tutto ciò viene sviluppato attraverso una costante contrapposizione di figure – ecco il terzo chiaroscuro fondamentale.

Nel primo racconto, al principio, la vedova della vittima è presentata come una spietata assassina, mentre la sorella appare come una dolce figura sentimentale e indifesa, salvo poi vedere stravolti i giudizi alla luce di verità nascoste e inaccettabili.

Nel secondo racconto la protagonista vive una vita difficile in anni difficili, quelli della contestazione, e deve subire, al principio, le critiche della famiglia e della società borghese, mentre successivamente deve far fronte all’ostilità degli stessi membri con cui aveva militato nella speranza di rivoluzionare e migliorare la società civile. La donna viene contrapposta sin dalla prima pagina a una figura femminile simile, ma speculare al tempo stesso. Un personaggio apparentemente vincente, leader naturale sin da piccola, che ha avuto la forza e il coraggio di andare fino in fondo alle proprie idee e ai propri sentimenti. Ancora una volta, tuttavia, il giudizio viene incrinato dalle battute finali della vicenda, dove la protagonista si vede maturata, finalmente serena, ragionevolmente felice, mentre l’antagonista rimane imprigionata in un’ormai vuota e sterile contestazione.

Nel terzo racconto, infine, al centro della narrazione c’è una donna profonda, riflessiva, moralmente integra, ma incapace di imporre al mondo la propria visione delle cose, di conseguenza chiusa, schiva e insoddisfatta. L’antagonista, invece, è delineata come un personaggio frivolo, ipocrita e immorale; capace di trasgredire senza porsi problemi e di mantenere una facciata adeguata ad un contesto sociale altrettanto ipocrita e perbenista.

Tali contradditore vicende umane si svolgono tutte in una cornice bel definita; in una città, Padova, i cui caratteri architettonici e sociali rimangono immutati nonostante i tre racconti spazino lungo decenni diversi. Anche in questo caso, un’autocontradditorietà fondamentale: tutto rimane uguale nonostante i tempi cambino, gli ideali crollino, i problemi si rinnovino. Padova, con le sue strade lastricate di porfido, le piazze e i palazzi antichi, le chiese e gli angoli nascosti, è il teatro immutato, immutabile, radicale e in cui i protagonisti sono radicati, da cui la stessa autrice sembra non potersi allontanare, che vede scorrere eventi e storie di vita che vanno dalla contestazione sessantottina all’attuale crisi dell’immigrazione. Padova, una città presentata coi contorni e i sapori agrodolci d’un paese di campagna, nonostante sia ormai una metropoli: intimo, familiare, ma retrogrado e bigotto, accogliente, ma intollerante, e così via. Una città ‘piccola’, ma in cui si svolgono drammi esistenziali dal sapore universale.

La Torcellan è una scrittrice della memoria, del ricordo e della nostalgia, ma anche della critica e della denuncia. I suoi protagonisti rievocano, ricordano e riflettono sul passato; un passato che rimane vivo, vibrante e che si ostina a rifluire costantemente sul presente. Di continuo, lungo le narrazioni, emergono momenti, sensazioni, paesaggi dell’infanzia e dell’adolescenza che i personaggi riassaporano con un misto di nostalgia e di rabbia. Famiglia e storia familiare occupano spesso un posto di rilievo nelle vicende interiori. Vi è la sensazione d’una sorta di nostalgia dei bei tempi antichi, un sottile senso di malinconia e mancanza, sia nei confronti dei momenti, sia dei luoghi, sia degli affetti familiari, ma, allo stesso tempo, non manca la consapevolezza che non è mai esistito alcun idillio passato e che anche il passato stesso è stato un presente costituito di luci e ombre. Le colpe dei genitori sembrano ricadere sui figli e da loro venir scontate. Ipocrisie, falsità e ingiustizie costituiscono una coltre di nubi che non riesce mai a dissiparsi sopra il cielo della città patavina e del mondo intero.

I racconti della scrittrice non possono lasciare indifferenti. Sono ben scritti, e stimolano alla riflessione. Possono risultare particolarmente significativi per gli abitanti di Padova, proprio perché emergono, senza sconti, vizi e virtù di questa città e dei suoi cittadini, ma, come già detto, sono adatti a tutti; o forse a pochi, visto che trattano questioni esistenziali ed ontologiche profonde. Costringono a prendere in considerazione, rendersi conto, o al limite ad accettare il fatto che niente è chiaro, puro, limpido e univoco. Bene e male, luce ed oscurità fanno parte dell’inestricabile tessuto dell’esistenza e della realtà.

Questi racconti sono il frutto d’un animo riflessivo e intimista. Si sente, credo, quanto l’autrice abbia vissuto e viva sulla propria pelle le riflessioni da cui emergono i suoi racconti, che il chiaro-scuro faccia parte anche della sua, di esistenza, e che quindi ne parli con cognizione di causa. Senza proclami, senza gaia scienza, senza pessimismo, ma con serena consapevolezza e accettazione.

M’è parso d’intravedere, alla fine della lettura, un ulteriore aspetto irrisolto, legato alla stessa brevità dei racconti. È come se l’autrice, quasi inconsciamente, non volesse spingersi oltre, non volesse andare più a fondo non solo nelle tematiche, ma anche nelle storie stesse, il che comporterebbe ovviamente una dilatazione dei testi. È come se l’autrice non volesse prendersi appieno la responsabilità della propria scrittura e dei temi che si trova a trattare. Forse per discrezione, come accennato al principio, o forse perché il chiaroscuro che alberga in lei, ha reso il suo stesso essere scrittrice un dato irrisolto, non pienamente compiuto. Il che, sia chiaro, non necessariamente è un difetto e non intacca per nulla la qualità dei suoi lavori.

Recensione
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