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Nel suo viaggio di conoscenza e di esperienza
– viaggio di uomo della parola, di uomo consapevole
dell’alta responsabilità dell’atto espressivo –
Dante deve attraversare entrambe le valenze
del simbolo della selva, la negativa e la positiva.

In questo saggio ermeneutico Emerico Giachery si spinge sino alle origini del linguaggio italiano, e quindi della nostra stessa radice come popolazione e nazione, nell’analisi di tre canti della Divina commedia di Dante.

Questo saggio si inserisce nell’ampia e variegata produzione di Giachery incentrata sull’analisi linguistica in senso ermeneutico, piuttosto che filologico. Il che, in rapporto a uno dei massimi maestri di tutti i tempi come Dante, risulta essere un’operazione ricca e feconda. In questo caso, il testo è accompagnato anche da un cd che riproduce la lettura dei canti da parte di Giachery stesso. Piuttosto che di lettura dovremmo parlare di interpretazione, in quanto, come sostiene il critico, la lettura stessa costringe a compiere scelte ritmiche e tonali che hanno una ricaduta diretta e necessaria anche su senso e significato del testo. Lettura come “vita seconda del testo”, dunque, e come riconduzione del testo alla sua dimensione originaria, quella della lingua parlata. Lettura come appropriazione e, allo stesso tempo, comunicazione, come intimità e condivisione, come aderenza e ricostruzione di significato.

Dall’analisi di Giachery risulta evidente quanto Dante fosse in grado di scolpire con le parole, di ricreare le scene rappresentate a partire dal ritmo stesso dei suoi versi. E l’analisi di un canto dell’Inferno, di uno del Purgatorio e di un terzo del Paradiso corrisponde a una scelta quanto mai felice per la dimostrazione della ricchezza linguistica del poeta fiorentino. Nell’Inferno, lo sgomento viene espresso da Dante con espressioni contorte, lo smarrimento con espressioni e parole confuse, scene di caccia e violenza con uno stile mosso, articolato, incalzante e concitato. Il Purgatorio, invece, è immerso in un’aria di nostalgia e lontananza che emerge prepotentemente con uno stile disteso, una poesia pacata in tono minore. La bellezza del Paradiso, infine, è modellata da un linguaggio limpido e luminoso, da una simmetria e corrispondenza delle parti che rievoca l’ordine e la purezza del luogo di beatitudine. Emerge chiarissima, dall’analisi attenta e appassionata di Giachery, la capacità del linguaggio, col suo ritmo, col suo suono e con la sua struttura, di evocare le cose; di simulare, di ricreare quasi, il mondo naturale in un continuo richiamo fra significato, lessico, sintassi e realtà rappresentata.
Recensione
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