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  [Dialogo fra Sherlok Holmes e Watson dopo un concerto]“Rammenta cosa scrive Darwin a proposito della musica? Afferma che la capacità di produrla ed apprezzarla era insita nell’essere umano molto prima che esso elaborasse un linguaggio articolato. Per questo motivo, forse, oggi ne siamo così sottilmente influenzati. Il nostro animo conserva un vago ricordo di quei secoli nebulosi dell’infanzia del mondo.”
“È un’idea piuttosto sconfinata” osservai.
“Se le idee devono interpretare la Natura è necessario che siano altrettanto sconfinate” rispose.

Sir Arthur Conan Doyle

  “Concederò, tuttavia, che c’è una dominante realtà consensuale, e perfino chi è di larghe vedute non si azzarda ad allontanarsene troppo… Eppure il fatto stesso che certi africani, migliaia d’anni prima dell’invenzione del telescopio, potessero accumulare informazioni precise su una stella, quel fatto fa decisamente pensare che ci sia uno strappo nel tessuto della realtà consensuale, una spaccatura in quella struttura razionale che dovrebbe, come a noi piace credere, tenere insieme tutte le cose. E quella spaccatura mette in discussione molte delle nostre convinzioni fondamentali, storiche, scientifiche e religiose. Se è stato possibile familiarizzarsi con Sirio B senza telescopi, perché non dovrebbe essere possibile familiarizzarsi con atomi e molecole senza microscopi? E se questi esempi di percezione sono possibili, cosa è impossibile allora?”

Tom Robbins

Credo che la prima citazione sia perfetta per introdurre al commento di questo interessante, quanto stravagante saggio di Sergio Gatti. A parte l’accenno a Darwin, che cade a pennello in relazione a un’opera che parla dell’origine più remota della specie umana, la straordinaria frase conclusiva di Holmes, partorita dal genio letterario di Sir Conan Doyle, potrebbe riassumere il tentativo dell'autore in un sol colpo, riconoscendone il coraggio, e col pregio, in questo caso non trascurabile, di non entrare nel merito del contenuto specifico di tale tentativo: “Se le idee devono interpretare la Natura è necessario che siano altrettanto sconfinate.”

L’idea alla base del saggio di Gatti è certamente sconfinata. Giunge a dilatare i confini stessi della natura, e in particolare della natura umana, ponendone le radici molto più in là, nel tempo e nello spazio, di quanto eravamo mai stati abituati a pensare. È un’idea vertiginosa che ha anche il fascino di raccogliere, in una sintesi che definire originale potrebbe essere riduttivo, o semplicistico, teorie e idee provenienti da settori disciplinari apparentemente persino inconciliabili, per metodi e scopi, e da culture diverse lontane nello spazio e nel tempo. Nella teoria di Gatti, infatti, religione, mitologia, biologia evolutiva e astronomia trovano un sorprendente terreno d’intesa.

D’altronde, se Gatti può vantare il merito innegabile d’aver avuto il coraggio, l’audacia e la franchezza di proporre una teoria che non soffre di alcun tipo di pregiudizio accademico e culturale, è necessario altresì entrare anche nel merito del suo oggetto specifico, con altrettanto spirito libero e imparziale.

Indipendentemente dal contenuto, di cui poi analizzeremo brevemente i punti salienti (parte dei quali sono estremamente e innegabilmente interessanti), sin dalle prime pagine del testo salta all’occhio un problema fondamentale, che potrebbe essere riassunto nella seguente domanda: qual è il genere di libro che si sta leggendo? Si tratta d’un saggio storico scientifico? Oppure, si tratta d’un romanzo? Purtroppo, non credo si possa catalogare il testo di Gatti in nessuna delle due categorie, per quanto ampie si vogliano o si possano considerare. Strano che, come riportato nella nota biografica, il Gatti abbia studiato le tecniche del linguaggio e della comunicazione. Strano, perché dovrebbe sapere che, quando si vuole comunicare qualcosa ad un eventuale pubblico, che si tratti d’un racconto, d’un mito, o di una serie di dati scientifici, storici, interpretativi o critici concatenati in una qualche teoria, ci sono delle regole da rispettare. Si potrebbe dire che queste regole non sono imposte da nessuno in particolare, né dal mondo accademico, né dalla critica letteraria, ma sono implicite, connaturate allo stesso tipo di comunicazione che s’intende adottare e seguire, proprio perché si tratta di una comunicazione, e non di un monologo solitario. Se Gatti, coll’atto di pubblicare questo testo, ha voluto comunicare qualcosa a qualcuno, purtroppo è innegabile che non si sia dato la pena di seguire alcune regole basilari. Il suo testo propone una teoria sulla natura dell’uomo e del sistema solare, come vedremo, ma lo fa senza fornire prove e utilizzando fonti bibliografiche che non vengono nemmeno catalogate e ordinate in un indice generale. Non è detto che per sostenere la verità di una teoria scientifica sia necessario fornire dati sperimentali di prima mano o elaborare personalmente modelli matematici. Come già sosteneva il grande medico e fisiologo Claude Bernard (1813-1878), si può fare scienza sperimentale anche senza fare esperimenti, ma ‘semplicemente’ riutilizzando dati sperimentali altrui in un qualche nuovo quadro di riferimento. Ma sembra che Gatti non abbia avuto il tempo, o la voglia, o la pazienza, di organizzare le proprie idee, peraltro innegabilmente originali e affascinanti, in modo più coerente e corredandole di riferimenti più puntuali ed approfonditi. Se poi Gatti volesse rispondere a questa doverosa critica riallacciandosi a un’idea spesso ripetuta nel suo testo, cioè che anche il mito era scienza, e che non per questo i dati scientifici presenti negli antichi miti erano comunicati fornendo prove di alcuna sorta, si deve rispondere che allora anche questo suo testo avrebbe dovuto essere scritto seguendo le regole del mito, cioè attraverso simboli e racconti simbolici, e non sottoforma di saggio. E poi, è doveroso notare che il mito non è scienza, nel senso che si tratta, appunto, di due forme di linguaggio completamente diverse e che seguono regole dalle finalità persino opposte, visto che il mito si rivolge all’intuito, mentre la scienza, per quanto essa stessa, nell’elaborazione delle sue scoperte, possa e debba affidarsi all’intuito, si rivolge alla ragione, in quanto il suo assunto fondamentale e originario è quello di fornire prove oggettive per ogni sua teoria, prove che chiunque potrebbe andare a verificare autonomamente. Ciò non implica, poi, che il mito non possa contenere dati assolutamente e indiscutibilmente corrispondenti a verità scientifiche.

La nostra, beninteso, non vuol essere una critica pregiudiziale, ma costruttiva. Piuttosto che ripetere continuamente lo stesso insieme di idee, pescando qua e là temi che sembrano avvalorarle, invitiamo Gatti a scomporle, ordinarle e soffermarsi su ognuna di esse con pazienza, rigore e fatica, tentando di fornire quante più prove riesca a trovare per ciascuna di esse; prove che possono essere intese come fatti, osservazioni astronomiche, reperti archeologici, o idee prese in prestito da tutte le fonti bibliografiche possibili, purché correttamente catalogate e citate. Anche le teorie scientifiche oggigiorno accreditate, poi, mantengono punti oscuri. La verità assoluta non esiste, e nessuno la pretende. Ciononostante, anche in questo caso, gli scienziati che propongono le proprie teorie, di solito, seguono scrupolosamente le regole del gioco, ammettendo loro stessi, per primi, l’esistenza di punti oscuri e parti deboli.

Mi scuso con Gatti per le severe critiche che ho sentito il dovere di esprimere, ma credo che la franchezza equivalga anche al rispetto per l’autore che ci si trova a commentare. Criticare o lodare senza argomentare equivale, in entrambi i casi, a non prendere in debita considerazione la persona e le sue produzioni intellettuali. Si tratta quindi d’un vuoto e sterile monologo, non di un dialogo che, perlomeno nell’intenzione, può dare qualcosa, in termini di riflessioni e ripensamenti, all’interlocutore.

La teoria del Gatti, semplificando, potrebbe essere proposta secondo i seguenti quattro punti fondamentali:

1) Il sapere mitologico è fonte di conoscenze astronomiche scientifiche. I miti delle diverse epoche e religioni contengono un nucleo di conoscenze astronomiche universale, una sorta di archetipo atemporale, frutto di un’unica rivelazione antichissima e/o di successive elaborazioni indipendenti da parte dei diversi popoli.

2) Tale nucleo mitologico è stato inventato dai progenitori della razza umana per trasmettere in modo simbolico, quindi semplice e intuitivo, conoscenze fondamentali circa la nostra stessa origine e il nostro posto nell’universo.

3) Il mito rivela, essenzialmente, che esiste un pianeta del sistema solare, non ancora osservato e analizzato dalla scienza astronomica ‘tradizionale’, la cui traiettoria orbitale incrocia trasversalmente il piano di eclittica in cui ruotano tutti gli altri pianeti. Tale pianeta corrisponde alla figura simbolica del serpente piumato, che con ciò riassume le sue due fasi orbitali: quella di uccello, quando il pianeta percorre i cieli sovrastanti il piano di eclittica, e quella di serpente, quando il pianeta percorre i cieli sottostanti. Il simbolo della croce raffigura l’incrocio dell’orbita del pianeta serpente piumato col piano dell’eclittica degli altri pianeti conosciuti del sistema solare. Le figure del serpente piumato e della croce costituiscono, insieme ad altre idee di base, il nucleo fondamentale che sta alla fonte di tutte le mitologie e di tutte le religioni apparse sulla terra.

4) Tale pianeta è abitato da esseri appartenenti alla nostra stessa specie, ma molto più antichi ed evoluti. Essi sono i nostri progenitori, o piuttosto creatori, in quanto hanno visitato il nostro pianeta nel corso della preistoria, dando avvio alla civiltà e all’evoluzione dell’uomo, arricchendo il materiale genetico terrestre con i loro geni, modellando una sorta di ibrido che costituisce tutt’ora la nostra specie. In questo senso, gli abitanti del pianeta serpente piumato sono da considerarsi come i nostri veri e propri creatori, quindi come qualcosa di vicino alla divinità.

Primo punto: il sapere mitologico è fonte di conoscenze astronomiche scientifiche, o comunque di conoscenze legate all’astronomia. Niente di più vero, e vi è una ricchissima letteratura a riguardo. Questo campo non è una mia specialità, ma una semplice ricerca online mi ha posto di fronte a un’infinità di informazioni e testi di riferimento riguardanti le più disparate popolazioni antiche: sumeri, egiziani e popoli d’america in primis, ma anche celti e popolazioni africane. È un’idea che ho ritrovato anche nelle mie letture personali. La seconda citazione iniziale di questa recensione, per esempio, è tratta da un romanzo di Tom Robbins [Tom Robbins, Beati come rane su una foglia di ninfea. Esistono varie edizioni italiane, io possiedo quella di Baldini Castoldi Dalai, Milano 2000] che riporta un fatto apparentemente vero e sorprendente. Sembra cioè che la popolazione africana dei Dogon, stanziata sull’altopiano di “Bandiagara” nella Repubblica del Mali, tramandasse dei miti in cui si raccontava di una popolazione aliena di creature civilizzatrici provenienti dalla stella Sirio. Cosa ancor più sorprendente, sembra che i Dogon fossero a conoscenza del fatto che Sirio è un sistema multiplo costituito da tre stelle, Sirio A, B e C. Bene, Sirio B è stata rilevata e fotografata dalla scienza ‘occidentale’ solo nel 1970, mentre Sirio C è stata dedotta da calcoli matematici basati sulla perturbazione delle orbite delle altre due stelle. Essa quindi è invisibile, ma sembra fosse già conosciuta da una popolazione africana, da molti secoli, priva di telescopi e strumenti matematici.

L’elenco potrebbe essere molto più lungo e potrebbe fornire materiale tutto a favore, direttamente o indirettamente, delle teorie del Gatti. Si è arrivati persino a sostenere, proprio come Gatti, che i popoli preistorici, precedenti alla civilizzazione propriamente detta, possedessero una sorta di codice astronomico universale presente in epoche e luoghi diversi, anche molto lontani fra loro in termini spazio temporali. E ci sono molte tradizioni mitologiche antiche, oltre a quella dei Dogon, che parlano esplicitamente di popolazioni civilizzatrici provenienti dallo spazio.

Le teorie di Gatti potrebbero cercare appoggio anche nella questione, ancora aperta, dell’antichità dell’uomo. Le datazioni sono sempre più incerte, e la tendenza, attualmente, è quella di spostare più indietro la data dell’apparizione della nostra specie. Oppure si potrebbe citare anche la teoria, proposta da diversi scienziati, della panspermia, secondo cui gli elementi essenziali della vita sulla terra provengono dallo spazio. Sono state trovate molecole organiche nelle polveri interstellari ed è stato provato che i batteri possono sopravvivere per lunghi periodi di tempo anche nello spazio profondo. Certamente non si tratta di una teoria che ipotizza popolazioni intelligenti alla base della formazione e della diffusione della specie umana, ma almeno prova che la questione dell’origine ‘cosmica’ della vita è un argomento che può essere trattato con serietà e rigore.

Pur affascinato da queste idee, non vi è ragione che mi dilunghi troppo, sia perché non fanno parte del mio bagaglio professionale, sia perché non hanno ragione di essere esposte in una recensione. Il Gatti e i suoi lettori, però, potrebbero trovare mille informazioni utili in innumerevoli testi più o meno accreditati e affidabili. A loro la scelta delle fonti. In ogni caso, se posso concedermi un ultimo commento personale, credo che molto rimanga ancora da scoprire circa le conoscenze scientifiche dei popoli più antichi, se mai si riuscirà a penetrare più a fondo nei resti del passato più remoto dell’antichità. Credere che i popoli antichi fossero arretrati, in virtù del confronto con la nostra presunta modernità, è un pregiudizio di origine ottocentesca che, fortunatamente, sta sempre più perdendo credibilità.

Non intendo entrare nel merito degli altri punti della teoria esposta nel testo qui recensito. Ognuno potrà esaminarli e farsene un’idea leggendo i libri e articoli del Gatti. Io ho altre convinzioni riguardo all’origine dell’uomo, convinzioni più tradizionali forse, e più strettamente legate alla biologia evolutiva, ma non posso negare di aver trovato nelle ipotesi e nei procedimenti dell’autore un certo fascino, per quanto bizzarro.

In conclusione, vorrei solo aggiungere un’avvertenza che credo sia estremamente importante quando ci si avventura nell’interpretazione dei simboli, di qualunque natura essi siano. Gatti dimostra intuito e spregiudicatezza nell’interpretare le simbologie provenienti dalle tradizioni e dai monumenti religiosi più disparati. Il suo atteggiamento è lodevole, beninteso, perché troppo spesso i ricercatori si fermano alla superficie delle cose per il semplice timore di sbagliare, ma è altrettanto rischioso. Ora, la natura dei simboli è proprio quella di poter essere interpretate in molti modi diversi. Al limite, si può dire che la forza del simbolo stia proprio in questo, nel non aver cioè alcun contenuto predeterminato, nel poter offrire all’individuo una materia informe che possa essere plasmata secondo la sensibilità e le conoscenze proprie di ciascuno. Questo è vero, sia detto per inciso, particolarmente per i simboli di natura matematica. Qualsiasi cosa, nell’universo fisico e in quello mentale, è passibile di trattazione numerica e in ciascuna cosa si può trovare una serie virtualmente infinita di combinazione numeriche. La plasticità del simbolo e della matematica (che non a caso è stata interpretata da alcuni epistemologici come la logica simbolica per eccellenza) fornisce quindi materiale plasmabile per una varietà di operazioni e applicazioni immensa, ma in questo, allo stesso tempo, risiede il rischio dell’interpretazione di tali operazioni e applicazioni. Si rischia cioè di trovare combinazioni simboliche specifiche, a cui ci si sente legati, ovunque si posi lo sguardo. È successo anche a me dopo aver letto il testo di cui sto parlando. Mi sono sorpreso a vedere croci e serpenti piumati ovunque. Quello che più mi ha stupito per esempio, mi si perdoni il gioco, è il simbolo della casa automobilistica Alfa Romeo. Come si vede, vi è una croce alla sinistra, e alla destra un serpente che mangia, o piuttosto, perché no, partorisce un uomo. Come se il creatore di questo marchio alludesse all’incrocio dell’orbita del pianeta serpente piumato con il piano d’eclittica dei pianeti del sistema solare, e al fatto che questo pianeta, in un qualche modo, abbia partorito la razza umana. Che sia possibile? No, purtroppo no. Il serpente è quello della famiglia dei Visconti che governò Milano nel Medioevo e nell’inizio del Rinascimento, e la croce rossa su sfondo bianco è il simbolo di Milano.

Di solito, coloro che tendono a cercare significati reconditi nei simboli che ci circondano, sostengono anche una qualche teoria della cosiddetta cospirazione universale, che si potrebbe riassumere con l’idea che esistano conoscenze d’importanza fondamentale nelle mani di pochi e la divulgazione delle quali porterebbe a enormi rivoluzioni politiche o culturali. Governi e associazioni segrete sono di solito additate come entità oscure che cospirano alle spalle di noi poveri, ignari cittadini. Che la politica sia e sia stata da sempre implicata in giochi sporchi e loschi è fuor di dubbio, e che esistano fatti e questioni di cui solo pochi sono a conoscenza è probabile, ma è contrario a ogni buonsenso e a ogni spirito razionale e scientifico sostenere che esistano conoscenze fondamentali segrete, occulte o dir si voglia, a cui non si possa giungere, in un modo o nell’altro, prima o dopo, con il ragionamento e la ricerca.

Recensione
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