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È interessante innanzitutto che questa storia della “Stregoneria” sia il frutto della tesi finale di un “Corso di Perfezionamento Internazionale in Scienze Criminologiche”. Il fatto cioè che l’autrice non sia una storica di professione, ma una criminologa, ha reso possibile trattare la materia della secolare lotta alle streghe, cominciata nel Medioevo e culminata con l’Inquisizione spagnola, da un punto di vista in parte diverso rispetto a quello che ci si sarebbe potuti aspettare da un trattato storico tout court. L’approccio storiografico, infatti, per quanto sia nella maggior parte dei casi quello più indicato per trattare dei grandi avvenimenti del passato per il rigore scientifico che lo caratterizza, a volte rischia di essere imbrigliato da questo stesso rigore fino a risultare incapace, nella sua devozione ai fatti e ai documenti, di cogliere generalizzazioni che, sebbene siano difficili da dimostrare, riescono tuttavia a esprimere significati profondi che possono riposare al di sotto del mero scorrere degli avvenimenti.

Gli storiografi, infatti, di solito preferiscono concentrarsi su eventi del passato il più possibile circoscritti nello spazio e nel tempo, proprio perché vogliono essere in grado di produrre e gestire la massima documentazione possibile a riguardo. Se questo approccio porta nella maggior parte dei casi a risultati positivi incontestabili, a volte corre il rischio di esaurire la ricerca storica in un pulviscolo di microstorie slegate le une alle altre. Ora, visto che la storia dovrebbe esprimere piuttosto il senso di un continuum, ci si dovrebbe sforzare forse un po’ di più, quando si tenta di descrivere gli eventi del passato, a presentare le microstorie come momenti che acquisiscono un significato pieno solo se inseriti nella macrostoria.

La tesi della dottoressa Bellodi ha proprio il merito di tentare di inserire alcuni case studies in una storia generale della stregoneria. Si parla della caccia alle streghe dai primordi sino all’Inquisizione, e si discutono un po’ più nel dettaglio alcuni processi famosi, come quello di Giovanna d’Arco e delle streghe di Salem, senza trascurare eventi di sapore più locale, come i processi nel Modenese, in Valcamonica, a Venezia e Rovigo. Certamente il testo non dice nulla di nuovo, anche perché si tratta di argomenti ciascuno dei quali è stato sviscerato a fondo da ricerche storiografiche specifiche, ma altrettanto certamente la sua originalità, pur nei limiti di metodo e di rigore scientifico, sta proprio nell’ampiezza dei temi presi in esame. Si tratta quindi di un testo che può rivelarsi un’ottima introduzione e una fonte preziosa di spunti di riflessione per chi volesse approfondire l’argomento.

L’ampiezza dello sguardo permette alla dottoressa Bellodi anche di azzardare generalizzazioni affascinanti. La caccia alle streghe ha rappresentato un capitolo di un conflitto più ampio e più antico, quello diremmo fra i principi maschile e femminile dell’Universo. “[…] la caccia alle streghe – scrive l’autrice – rappresenta il paradigma di una lotta epocale da parte della Chiesa e degli stati occidentali contro vari poteri di cui quello femminile con i suoi valori di immaginazione, libertà e creatività che sono il vero motore della nostra evoluzione culturale e spirituale, era il più pericoloso.” E ancora: “[…] gli Inquisitori volevano cancellare la religiosità popolare, la poesia, il senso spirituale della Natura […].” Questa lotta, non a caso, continua tutt’oggi, secondo l’autrice, sebbene trasfigurata: “Le violenze domestiche, le violenze sessuali, psicologiche e fisiche che le donne continuano a subire oggi non solo in Occidente ma anche in altre parti del mondo, affondano le radici nella tendenza del potere maschile di cancellare e ridurre al silenzio la sua controparte femminile.”

Infine, già il titolo della tesi invita a riflessioni ancor più generali, incentrare cioè sul senso del nostro stesso approccio al passato. Si parla infatti de “L’altro olocausto” con evidente riferimento a quello ebraico che finora, per l’attenzione mediatica che ha ricevuto e per il fatto che si tratti di una ferita ancora aperta e attuale, sembra essere stato l’unico vero olocausto della storia. L’idea, la percezione che siano esistiti altri fenomeni di genocidi e stermini di massa altrettanto vasti e drammatici, ma che forse non hanno ancora avuto l’attenzione che meritano, ci fa riflettere sul fatto che, in fondo, non esista una storia oggettiva, ma che, al contrario, ogni epoca abbia un proprio olocausto su cui riflettere a seconda dei propri interessi e pregiudizi, proprio come la storia e la storiografia stesse cambiano a seconda delle epoche. Quest’idea ci insegna, in fin dei conti, a coltivare uno sguardo critico non solo su tutto ciò che è considerato passato e acquisito, ma sugli stessi valori considerati intoccabili dal nostro presente.
Recensione
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