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Meraviglia di lontano o sogno
Io portai al lembo estremo della mia terra
E attesi fino a che la grigia norna
Il nome trovò nella sua fonte –
Meraviglia o sogno potei allora afferrare consistente e forte
Ed ora fiorisce e splende per tutta la marca…
Un giorno giunsi colà dopo viaggio felice
Con un gioiello ricco e fine
Ella cercò a lungo e alfine mi annunciò:
“Qui nulla d’eguale dorme sul fondo”
Al che esso sfuggì dalla mia mano
E mai più la terra ebbe il suo tesoro…
Così io appresi triste la rinuncia:
Nessuna cosa sia dove la parola manca!

In questa poesia, magistralmente analizzata da Martin Heidegger (1889-1976) nel suo L’essenza del linguaggio – a cui rimandiamo per un eventuale approfondimento – il poeta tedesco Stefan George (1868-1933) ci propone un’affascinante metafora della sua esperienza di creazione poetica. In breve, quando il poeta coglie un’immagine, una “meraviglia di lontano o sogno” che vuole tradurre in poesia, si reca da una “norna”, una divinità nordica che tesse le tele del destino, la quale fornisce al poeta il “nome” corrispondente e appropriato. In questo modo il sogno diviene “consistente e forte” e può risplendere nell’orizzonte poetico dell’autore, traducendosi appunto in poesia. Tuttavia, capita che una volta nemmeno la dea sia stata in grado di fornire il nome di un “gioiello ricco e fine” portato dal poeta, il che comporta per lui l’impossibilità di tradurlo in versi e, ancora più radicalmente, l’impossibilità stessa di concepirlo. Il finale corrisponde a una riflessione radicale sull’essenza del linguaggio: “Nessuna cosa sia dove la parola manca”, che sta a significare, appunto, che dove non ci sia una parola per indicare un fatto, un oggetto, un sentimento o un pensiero, questa stessa entità è destinata a dissolversi ancor prima di manifestarsi. È in questo senso che, nella concezione heideggeriana, il linguaggio crea il mondo, perché senza le parole le cose non solo non sono comunicabili, ma non sono nemmeno concepibili.

Riteniamo che questa riflessione sul linguaggio possa rappresentare un’introduzione ideale per ogni recensione letteraria, perché questo genere consiste nella riflessione sulle parole prodotte da un autore, sul loro senso e sulla loro relazione con la vita e i pensieri più profondi dell’autore stesso. Heideggerianamente, ogni recensione può essere concepita come una riflessione del linguaggio sul linguaggio, perché anche il mezzo attraverso cui si estrinseca la recensione non può che essere linguistico.

Abbiamo ritenuto, più nello specifico, che questa poesia potesse essere un’introduzione ideale a questo nostro scritto, che, in ultima analisi, è la recensione di una recensione, in quanto il testo di cui qui si discuterà brevemente, scritto da Noemi Paolini Giachery, è esso stesso una riflessione sui romanzi di una terza autrice, la scrittrice Dolores Prato (1892-1983). Una recensione di una recensione, dunque, in cui il linguaggio si moltiplica in un gioco di specchi e in un potenziale regressum ad infinitum in cui, ad un certo punto, potrebbero dissolversi gli autori stessi ed emergere il linguaggio come protagonista assoluto. Certo qui stiamo radicalizzando un’idea che è inoltre del tutto metafisica, ma il pensiero almeno ci permette di immaginare, anche se non del tutto concepire, questa eventuale catena infinita.

Infine, abbiamo ritenuto particolarmente adeguata questa poesia rese celebre da Heidegger per introdurre il saggio della Paolini Giachery proprio perché il suo testo si configura come una riflessione profonda sul linguaggio di Dolores Prato in cui Heidegger stesso riecheggia e viene citato direttamente. Non si tratta dunque di una riflessione puramente filologica sui romanzi della Prato, il cui linguaggio possiede d’altronde caratteristiche originali radicate nell’autobiografismo dell’autrice, ma proprio di una riflessione sulla stretta interdipendenza fra linguaggio e vita vissuta della scrittrice.

Dolores Prato, brevemente, è stata un’autrice la cui vicenda esistenziale ha avuto un peso essenziale nella sua produzione letteraria. Nata a Roma, figlia illegittima costretta a vivere da uno zio prete in una piccola provincia del maceratese, educata in un istituto di suore di clausura, laureatasi a Roma, insegnante in Toscana, a Macerata e San Ginesio nelle Marche, dopo un breve soggiorno a Milano torna nuovamente nella Capitale. Già piuttosto popolare negli anni Ottanta, viene riscoperta nel decennio successivo divenendo un “caso letterario” per la tempra narrativa e stilistica dei suoi romanzi.

Noemi Paolini Giachery, che nel testo qui preso in esame ripercorre i romanzi della Prato, è una saggista romana che, nel corso delle sue opere, ha dimostrato un interesse particolare per l’elemento formale dell’arte e della letteratura, cioè di ciò che potremmo intendere proprio come la riflessione sul linguaggio specifico delle opere che la Paolini Giachery ha preso in esame, commentato e analizzato. Tale linguaggio è sempre stato inteso come l’espressione di un messaggio ricco e polivalente, intriso di significati profondi ed esistenziali, irriducibile a un puro insieme di regole astratte.

L’approccio tipico della Paolini Giachery dunque si riflette in modo esemplare in questo saggio sui romanzi di Dolores Prato. Può essere letto con profitto sia da coloro che si vogliono accostare per la prima volta all’autrice romana, sia da coloro che già la conoscono e vogliono approfondirne i significati e i risvolti esistenziali. Si tratta di una “lettura attenta e affettuosa” radicata in un “amore sintonico” per l’autrice, in cui la Paolini Giachery mette in gioco anche le sue stesse convinzioni sull’essenza del messaggio linguistico, nonché sull’eventuale specificità della scrittura femminile. A riconferma della convinzione della stretta interdipendenza fra linguaggio e vicenda personale della Prato, l’analisi dei romanzi della scrittrice non è ordinata secondo l’ordine cronologico di pubblicazione dei romanzi stessi, ma secondo la cronologia della biografia della Prato che ha dedicato ciascuna produzione a uno specifico periodo della sua vita. Le “mani tese di Dolores” sono una ricerca d’amore e di dialogo che si radica nella possibilità di un linguaggio e di un discorso, nella riscoperta delle parole e delle cose dell’infanzia e nella riflessione sullo stupore spontaneo di fronte al presentarsi del mondo. La parola, heideggerianamente, diviene una casa, la casa originaria in cui la propria individualità acquisisce senso e corpo e in cui si apre lo spazio per l’accoglienza e la scoperta degli altri.

Recensione
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