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L’ultimo romanzo di Alberto Liguoro conferma l’impetuosa vena creativa e
l’istrionismo letterario dell’autore. Probabilmente ne rappresenta il più
radicale sviluppo, visto che i temi della narrazione spaziano vorticosamente fra
passato e futuro, elementi reali e immaginari, fra cosmologia, mitologia e
pubblicità, in una frenesia creatrice che si rispecchia innanzitutto in un
linguaggio eclettico che utilizza tutte le forme e tutti i registri narrativi.
La citazione iniziale di Lovecraft riecheggia atmosfere oniriche e orrorifiche
che si adattano solo in parte al contenuto del romanzo, dove affiorano elementi
di pessimismo, ma anche di redenzione, racconti catastrofici, ma anche viaggi di
formazione interiore e squarci di verità cosmiche ed esistenziali. Principesse e
space cowboys, isole felici, deserti e metropoli americane si susseguono
in una sorta di apologia del caos e della libertà.
Probabilmente è l’autore
stesso che, alla fine del libro, ne dà la definizione migliore: “[…] non è
un’opera originale dell’ingegno, ma solo una spugna […], una spugna che beve di
tutto e poi, intrisa, si ritira, si riempie e poi si svuota”
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Recensione |
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Rumore di passi nei giardini imperiali
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narrativa
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| Autori |
| • | Alberto Liguoro |
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Edizione:
L’Autore Libri Firenze
Firenze 2010 |
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| In copertina e all'interno fotografie di Monica Liguoro - pp. 378 |
| prezzo: € 24,80 |
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| Recensione a cura di |
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Pubblicata su:
Literary nr.8/2010
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