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L’ultimo romanzo di Alberto Liguoro conferma l’impetuosa vena creativa e l’istrionismo letterario dell’autore. Probabilmente ne rappresenta il più radicale sviluppo, visto che i temi della narrazione spaziano vorticosamente fra passato e futuro, elementi reali e immaginari, fra cosmologia, mitologia e pubblicità, in una frenesia creatrice che si rispecchia innanzitutto in un linguaggio eclettico che utilizza tutte le forme e tutti i registri narrativi.

La citazione iniziale di Lovecraft riecheggia atmosfere oniriche e orrorifiche che si adattano solo in parte al contenuto del romanzo, dove affiorano elementi di pessimismo, ma anche di redenzione, racconti catastrofici, ma anche viaggi di formazione interiore e squarci di verità cosmiche ed esistenziali. Principesse e space cowboys, isole felici, deserti e metropoli americane si susseguono in una sorta di apologia del caos e della libertà.

Probabilmente è l’autore stesso che, alla fine del libro, ne dà la definizione migliore: “[…] non è un’opera originale dell’ingegno, ma solo una spugna […], una spugna che beve di tutto e poi, intrisa, si ritira, si riempie e poi si svuota”

Recensione
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