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La poesia d’apertura (“Sulla groppa dei Nebrodi”) della raccolta “Se dura l’inverno”, di Filippo Giordano, è insieme preludio e condensazione d’una problematica tanto ricca, quanto felicemente giostrata attraverso ritmi, cadenze, spartiture organiche. Il suo specifico grado di movenza sta nella continuità, da una parte, del verso oltre il verso – al quale ciascuno di essi si piega spontaneamente, formando una specie di multiforme e particolare circolarità, talora polisegnica – e, dall’altra, nel susseguirsi concatenato dei fatti, sempre in bilico tra passato e presente (ma quasi senza spacchi evidenti, almeno a livello linguistico), in dialettico e contrappositivo rapporto. La rievocazione (o rielaborazione) di una “infanzia incavata nella memoria”, poi di adolescenziali abbandoni e ruvidi furori, e poi ancora di giorni e giorni sempre più stretti e ammorsati in “l’alba preme sui vetri”, fa riemergere, a vari piani esistenziali, il passo obbligato e implacabile del tempo, riuscendo infine il poeta, proprio tramite i differenti passaggi temporali, a delinearne un tracciato che converge nel duro, aspro mondo della quotidianità anonima e alienante, che sottintende rabbia, impotenza e rassegnazione.

Sogni, illusioni, dolcezze e timori, infatti, oggi si tramutano, da astratte ma vivide presenze com’erano, in “minacciose sentinelle” che pongono il divieto alla fantasia, ad una libera, naturale esplicazione di sentimenti (Batte il cuore all’orologio: | vive. La mattina non prende | caffè come talaltri; brucia, | robusto, le tappe al millesimo | Pompa | batte | monta… cento | esatti secondi | sopra la donna”), umori, impressioni, desideri. La crosta dell’abitudine, l’annullamento dell’individualità in quanto tale (resa, più che altro, lancinante solitudine), frantumano la presenza di ognuno nella macina d’un ingranaggio per il quale l’essere umano si fa oggetto fra oggetti e dal quale la sconfitta viene decretata in anticipo. Pacata e sofferta, meditata quanto basta perché non rimanga semplice sfogo ma, anzi, oggettivazione inequivocabile, la poesia di Filippo Giordano viene porgendosi come lucido, razionale, accorato momento di riflessione. Le pause temporali, ripercorrendo un cammino difficile e pericoloso, si muovono come arti piagati e mutilati cui non sono consentite incertezze né soste. I brividi che, durante la lettura, salgono al cuore di chi legge hanno il sapore dolce e insieme terribile dell’impatto col reale. Sempre, in Giordano, il reale si mostra brutale e implacabile, inatteso e inarrestabile, nel suo carnevalesco variare di eventi e di formule. Le ferite si raggrumano, l’istinto porta l’uomo a difendersi con spasimi indicibili e la sua nudità diviene ancora più esposta e vulnerabile (“Mio confine è la pelle. | E mi dondolo umile nella tana”). Tanto che gli stessi ricordi, offesi nella loro genuinità, si ripresentano come beffe, come menzogne che rendono di tanto più crudele il calice del vivere.

Il salto dall’individuale (in senso lato) all’oggettivo, in Giordano avviene gradualmente, mediante un verseggiare lineare e tranquillo e un disincanto che, all’apparenza, può ritenersi sereno, ma mai abbastanza da non lasciare intuire la sofferenza, quell’acuto dolore che, con esatta misura, va ad indicare il carnefice in quella realtà sociale che tutto determina. Ottima, in questo senso, la poesia “Libertà”, dove l’accusa si avverte avvoltolata in una controllata tensione, ma contemporaneamente rovente: “Quasi trentenni con speranze | ora confinate nelle liste speciali, | condannati a non avere un figlio | per non poterlo crescere. | Intanto dal pulpito | della roboante parola non tradotta, | arroccati dietro i loro portafogli, | ululano democrazie i lupi”. Parrebbe ovvio, da qui, il ritrarsi, il cercare una tana dove lasciarsi guarire le ferite (“Il giorno è esploso | e ora cade in minuti frammenti | sulle radici del domani. L’ansia | è l’attesa che da qualche fessura | del loculo apra una breccia | alla vita un remoto canto di zufolo”). Proprio la naturalezza primigenia, l’orgasmico rapporto con la natura e con le cose viste e godute con altri occhi, spingono invece l’indagine e lo scavo verso una disanima attenta: “Il grande Sinedrio s’è espresso, | s’esprime il piccolo Sinedrio. | Un giorno va e l’altro torna | infinita nenia di marranzano. | Ove cadrà Domani? E come incolpare | quei suonatori di flauto – mitra | che hanno inventato un nuovo minuetto?” La realtà e la falsità della realtà, ovvero i suoi duplici aspetti, viene espressa da Giordano con incisività esemplare; in cui la pena dell’uomo non riesce, in ogni caso, a nascondere ciò che potrebbe – o dovrebbe- essere: “e non l’ombra | d’una quercia robusta nel folto | d’un bosco che nessuno pianta”.

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