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Il fantastico quotidiano di Lilia Slomp Ferrari

Una grossa colpa degli intellettuali veneti di pianura è quella di aver troppo spesso trascurato il mondo della nostra montagna. Ne conosciamo in genere soltanto i luoghi di vacanza e gli aspetti più spettacolari del folklore. Pochi di noi hanno cercato di avvicinarsi sul piano culturale all’anima segreta di quelle aree geograficamente tanto diverse, eppure profondamente venete. Vi è accaduto così di conoscere la montagna bellunese solo attraverso Dino Buzzati; siamo stati anche noi chiusi in quella fortezza, forse nel terrore di quei “giganti della montagna” di cui scrisse Luigi Pirandello in una delle sue ultime opere.

Noi veneti di pianura abbiamo quindi troppo spesso dimenticato che la cultura delle montagne è parte integrante della nostra veneticità. La polimorfa anima veneta si nutre del respiro delle lagune e della solitudine assorta delle montagne, anche se la pianura troppo spesso raccoglie i frutti di un lavoro che si compie altrove. Eppure questa parte integrante dell’identità veneta è andata smarrita in un tempo recente, anche per alcune assurde vicende amministrative. È accaduto infatti che in qualche ufficio romano dei funzionari assonnati con un tratto di penna sulla carta geografica abbiano escluso il Trentino dalla regione veneta. Certo questi signori ignoravano del tutto gli studi di Cesare Battisti che, prima di essere un patriota, è stato uno studioso eccezionale della geografia linguistica e antropica trentina, di cui ha ribadito la veneticità. La provincia di Belluno poi, per quanto riguarda l’elezione dei deputati al parlamento, non appartiene al Veneto, dato che è stata compresa dal 1946 in un collegio elettorale friulano; solo con la riforma elettorale di quest’anno i bellunesi potranno eleggere un deputato veneto.

È toccato ai poeti rimediare all’ignoranza dei politici, così Dino Buzzati ha ribadito la veneticità della montagna bellunese, come Marco Pola la veneticità di quella trentina. Il merito principale che si deve riconoscere a Pola è infatti quello di aver scritto e diffuso la sua poesia in un momento in cui non si scriveva più in veneto. Tutta la sua opera è servita così principalmente a reintegrare il Trentino nella cultura veneta. La sua attività è inoltre particolarmente importante perché è avvenuta dopo la lunga repressione delle culture locali operata dalla cultura nazionalistica del periodo fascista.

La poesia di Pola si qualifica però solo sul piano letterario; è toccato a Renzo Francescotti proporre invece le tematiche sociali che caratterizzano il mondo della montagna trentina. In tal senso il suo La guerra dei carneri è una pietra miliare della poesia trentina.

Francescotti ha anche il merito di aver valorizzato una nuova poetessa trentina, Lilia Slomp Ferrari. Se ella dichiara di continuare l’eredità di Pola, leggendo le sue opere appare evidente che si tratta di Pola passato attraverso l’identificazione precisa del mondo trentino che caratterizza l’opera di Francescotti. Pola troppo spesso infatti è riconoscibile come trentino solo dal dialetto, mentre invece la Slomp lo è sempre, anche quando usa la lingua nazionale, che alterna al dialetto.

È di Francescotti anche la più bella definizione della poesia di Lilia: “La ricerca del magico nel grigiore del quotidiano”. Nella prefazione di Nonostante tutto egli ha quindi toccato il tema dominante di Lilia, che può venire allargato a una definizione dell’essenza della femminilità di montagna. Questa ricerca di una magia delle cose potrebbe presentarsi anche come un’eco pascoliana raccolta attraverso Govoni e la poesia padana legata al simbolismo, ma nell’interpretazione di Lilia è riconducibile a tutto il magico folklore trentino, alla capacità della letteratura popolare trentina di trasformare il mondo attraverso la favola e la fantasia. Occorre ricordare a questo punto che le leggende, la favolistica e tutta la letteratura popolare sono state trasmesse oralmente attraverso la parola delle donne.

Solo questo riferimento può farci capire quale complesso atteggiamento mentale si nasconda sotto l’apparente facilità della poesia di Lilia. Si tratta di una improvvisazione che nasce da una secolare eredità, come se ella avesse avuto il dono di far da cassa di risonanza a una identità collettiva. Questa operazione letteraria poggia sull’istinto della poesia in veneto. In quella in lingua abbisogna invece di maggiori interventi intellettuali, quasi di una tematica nella quale ricondurre, disciplinandolo, il gioco della fantasia. Nel recente Controcanto” troviamo quindi il tema della femminilità.

È un motivo di difficile trattazione ai nostri giorni, nel senso che è quasi impossibile sfuggire alle note polemiche o ai presupposti teorici. Lilia sembra evitare tutti gli ostacoli con leggerezza di acrobata per mezzo della sua fantasia. Proprio la continua invenzione trasforma la grigia quotidianità in leggenda. Il ritmo delle analogie, delle allusioni, del “non detto” crea un gioco di metafore che, come sempre, ha una duplice chiave di lettura: quella letteraria e quella simbolica.

Per penetrare nella dimensione non dichiarata, la chiave più esatta è quella dell’amore per la poesia, che per Lilia è un’immersione nel fantastico, non per fuga, ma per ritrovare l’ultima verità in cui identificarsi. A questo proposito va citato il finale di una sua poesia: “Un verso, un verso solo / dove poter alfine ritrovarsi, / inebriarsi nella dissolvenza.”

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