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La figura e i tempi di Federico Borromeo, godendo della fama che è loro garantita dall’associazione col grande capolavoro manzoniano, sembrano essere al centro di un risveglio di interessi di cui non è facile fornire una spiegazione precisa. Si può parlare della rinascita di una simpatia per le oscurità, i tremori e le arditezze di un Barocco in cui l’uomo di oggi ritrova un po’ di se stesso e delle sue inquietudini? Comunque sia, prima il volume sul processo alla monaca di Monza, poi la traduzione dello scritto sulla peste curata da Armando Torno hanno avuto il merito di riaprire una curiosità su cui ora si innesta, fresco di stampa, il volume di Francesco di Ciaccia. Secondo una scelta che ricorda da vicino quella di Torno, si tratta della riproposta, questa volta in una versione che mira ad alleggerire e ad “attualizzare” una scrittura ripetitiva e non sempre letterariamente felice, di un’operetta del cardinale milanese pubblicata nel 1616: i quattro libri del De ecstaticis mulieribus, et illusis. Come chiarisce con abbondanza di riferimenti l’arguta introduzione del curatore-autore, il tema su cui qui si concentra l’attenzione di un poligrafo instancabile e di un intellettuale onnivoro quale fu il Borromeo è quello del discernimento da applicare ai fenomeni mistici. Le ebbrezze della vita contemplativa e i trasporti della mistica vanno tenuti senz’altro in grande onore.

Il cardinale, particolarmente attratto dal prodigioso e dalle forme emotivamente più esuberanti dell’esperienza religiosa, vede anzi in essi il vertice supremo del cammino ascetico dell’individuo, in una cristianità giunta ormai al culmine della sua fioritura: in questo il Borromeo è pienamente un uomo del suo tempo, e non a caso egli collaborò attivamente, con le sue pubblicazioni, i rapporti personali e la corrispondenza epistolare intrecciata con monache e visionarie di mezza Italia, alla fortuna di un tipo di sensibilità religiosa destinato a toccare proprio nella prima metà del ‘600 le punte forse più alte di prestigio.

Ma di fronte alla tumultuosa ondata espansiva della religiosità estatica, aperta alla comunicazione diretta col divino, occorre rafforzare le barriere della cautela e del vaglio pastorale. Le visioni autentiche sono rare – insiste a più riprese il cardinal Federico -, molto spesso oscure e pregiudizialmente, nel loro esame, occorre dubitare: “procedere con i piedi di piombo; nulla affermare con certezza”. Interrogare con scrupolo poliziesco, prestare attenzione ai minimi particolari, rimettere costantemente tutto in discussione: solo in questo modo è possibile passare al setaccio ciò che si colloca oltre i confini della comune esperienza umana, riconoscere le grazie di autentica provenienza divina, isolare gli inganni e le simulazioni diaboliche, circoscrivere i fenomeni straordinari spiegabili – come deve essere il caso più frequente – in termini puramente “naturali”, facendo appello alle risorse più nascoste della psiche e della corporeità, ai condizionamenti climatici, ai dati culturali, alle proiezioni deformanti delle patologie nervose e allucinatone.

Per offrire qualche criterio di orientamento in questa delicata navigazione, il cardinale attinge a piene mani dal ricchissimo bagaglio di “cose portentose” e “storie fantastiche” accumulato attraverso una lunga consuetudine di relazioni umane a vasto raggio, la diretta vigilanza pastorale ed il suo infaticabile collezionismo erudito. Dotte citazioni, fatti di cronaca spicciola, vicende di grandi santi, di donne alle prese con le difficoltà dell’esistenza e di semplici fedeli anonimi, si affastellano con generosa e colorita dovizia nel tentativo di far luce sul mondo insidioso delle visioni e delle presunte rivelazioni, sui sogni premonitori, le profezie e le divinazioni, sull’estasi “vera” e quella puramente “naturale”, sul loro abituale contorno di rapimenti di spirito, levitazioni, digiuni incredibili, effluvi straordinari, apparizioni, voci interiori e voci esterne, macerazioni del corpo e prodigi entusiasmanti dell’anima. Da questa errabonda incursione nei territori sconfinati dell’immaginario barocco si ricava la sicura conferma che non è mai venuto meno, pur nel clima della trionfante Controriforma, prima del Muratori e della svolta illuminista, un atteggiamento prudente, tendenzialmente critico e a modo suo razionalizzatore – nei limiti dello spirito “scientifico” dell’epoca – con cui l’autorità ecclesiastica culturalmente meno sprovveduta si è sforzata di incanalare l’emergere più spontaneo e vitalistico di un bisogno religioso insopprimibile e sempre avido di nuove conquiste.
Recensione
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