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Un'insolita felicità d'accento
La poesia di Rocco Scotellaro

“Ho messo l’anima in questo lavoro dedicato a Rocco Scotellaro”. Così Francesco De Napoli mi ha confidato nel donarmi la sua ultima fatica letteraria. E leggendo e sfogliando il volume sembra di poter comprendere nell’intimo le parole espresse dall’autore. De Napoli, cassinate di adozione ma lucano di nascita, ha saputo imprimere alla fecondità della sua vis letteraria un’onda d’urto travolgente.

Per molti studenti delle scuole superiori certamente il nome di Rocco Scotellaro susciterà ilarità e sorrisini di circostanza. Chi era costui? I programmi scolastici, infarciti di vuota retorica, mutuata da chi vuole propagandare una certa istruzione che passi per le tre ‘i’ (impresa, inglese, informatica) dimenticano di ascoltare quelle voci minori, che possiedono, invece, grandezza letteraria non soltanto localistica ma nazionale.

Scotellaro è il classico ‘figlio del Sud’. L’iconografia ci tramanda un poeta, uno scrittore, il quale prima di essere conosciuto come tale, fu sindaco del paese natio: un politico fatto in casa. Aveva l’intenzione (era il suo auspicio) di condurre fuori dal classico ghetto quel mondo contadino, retrivo e tetragono dell’Italia meridionale. Scotellaro definiva il mondo di quei cafoni una “schiavitù contadina’, abbarbicata dietro le consunte e arcinote immagini di una Italietta barcamenante tra la fine del fascismo e l’inizio della ricostruzione postbellica.

L’ultima copertina del volume, pubblicato da De Napoli in occasione del cinquantenario della morte del Poeta, racchiude in pochi versi l’anima travagliata, di sicuro sminuita e sottovalutata, ma non desolata di Rocco Scotellaro: “pure mi sento d’intorno il deserto come ai piedi di un’erta”. Bisogna leggere attentamente le pagine del lavoro di De Napoli per scoprire la figura, l’opera di un poeta “minore” del Novecento, il cui destino ha voluto che, all’età di soli trent’anni, ponesse termine all’esistenza terrena. Un ictus, un infarto, o forse una malattia congenita ereditaria. Certezze oppure fatalità? Anche il padre di Scotellaro se n’era andato vittima di un ictus. Rocco, il rampante e giovane Sindaco socialista di Tricarico, aveva trovato in Carlo Levi il suo méntore, l’amico di sempre. Ma è noto che alla lunga, i giochi sporchi e sotterranei della politica possono prima esaltare e poi gettare le persone nella polvere. Successe anche al povero Scotellaro, travolto ingiustamente dal solito scandaletto politico (fatto di sussurri, grida, sospetti e congiure) che lo avrebbe comunque, nonostante avesse dimostrato la totale innocenza ed estraneità, condotto a salutare definitivamente il mondo e gli affetti più cari. Del socialismo Scotellaro è stato il paladino per quelle terre abbandonate da Dio e dagli uomini. Così è stato il Sud italiano e lo è ancora. De Napoli esprime il suo disappunto scrivendo che “..in realtà, a finire isolata fu proprio la sinistra, che dopo essersi inimicata – allontanandoli ad uno ad uno – tutti gli intellettuali progressisti, si ritrovò in allegra compagnia di altezzosi burocrati e di opprimenti accademici: tutto il contrario dell’intellettuale organico predicato da Gramsci…”.

Mi è piaciuta, inoltre, la sottolineatura e l’accostamento fatto da De Napoli tra Scotellaro, sindaco socialista, inquisito ingiustamente e il primo sindaco della ricostruzione postbellica della città di Cassino, l’avv. Gaetano Di Biasio, uomo di sinistra e poeta coinvolto, suo malgrado, in accuse similari capitate al poeta lucano.

Un volume che avrebbe bisogno di essere commentato rigo per rigo. Mi limito a dare notizie sintetiche sulla stesura ma al tempo stesso esaustive. Il testo si apre con la dedica biobibliografica di De Napoli al poeta-sindaco di Tricarico, seguito dagli ottimi ed esaurienti contributi di Nicola Carducci, Piero Ferrari, Domenico Cara, Brandisio Andolfi, Dante Cerilli, Vittoriano Esposito, Aristide La Rocca, Biagio Russo, Giovanni Russo. La prima parte viene chiusa da De Napoli con la descrizione degli aspetti abnormi di cultura nazional-popolare. La parte seconda è dedicata ai tempi e ai luoghi cari a Scotellaro con contributi di Giovanni Russo, Lorenzo Mondo e Gino Stabile. La terza è interamente dedicata ai versi delle opere prodotte da Scotellaro. Le sezioni quarta e quinta chiudono il testo con la partecipazione di numerosi poeti, i quali hanno voluto far da cornice, con personali espressioni, a questa particolare ed originale rievocazione, in occasione del 50.mo anniversario della morte del Poeta lucano. Per dovizia di cronaca fedelmente riporto i nomi così come pubblicati: Leonardo Sinisgalli, Albino Pierro, Michele Parrella, Raffaele Nigro, Paolo Broussard, Domenico Cara, Maria Benedetta Cerro, Walter Chiappelli, Maria Rosaria D’Alfonso, lo stesso autore Francesco De Napoli, Ninnj Di Stefano Busà, Piero Ferrari, Amerigo Iannacone, Aristide La Rocca, Maria Grazia Lenisa, Angelo Lippo, Costanzo Liprandi, Elvio Mancinelli, Rosalba Masone Beltrame, Giuseppe Napolitano, Paolo Ruffilli, Edio Felice Schiavone, Leonardo Selvaggi, Jolanda Serra, Giovanni Tavčar e Liliana Ugolini.

Tra le tante, belle illustrazioni, una foto particolarmente colpisce: il cimitero di Tricarico, davanti alla tomba dove è sepolto Scotellaro, ove si ritrovano insieme Francesca Armento, la madre del Poeta, avvolta nei manti neri del lutto (tipici delle genti del meridione italiano) e cinque amici tra cui l’ inseparabile Carlo Levi.

La lezione di vita di Scotellaro rievoca da vicino le immagini e i luoghi del verismo verghiano, l’ennesimo “vinto” dagli eventi e dal destino avverso.

“Un poeta ancora tutto da scoprire”, ha scritto Piero Ferrari, poeta scomparso di recente senza riuscire a veder pubblicata l’antologia a cui aveva dato il proprio contributo con passione. Uno stimolo a sondare e studiare le connotazioni non solo ideologiche ma soprattutto gli elementi che hanno condotto Scotellaro ad essere una “cometa nel vasto cielo della nostra letteratura” (B. Andolfi), scavando nello stile del poeta lucano, scandagliando i motivi reconditi della sua pur breve ascesa letteraria.

Potrà sembrare riduttivo, ma per comprendere l’anima poliedrica di Scotellaro occorre interpretare l’ultima poesia scritta, poche ora prima di andarsene, per sempre. Segno di uno spirituale ricongiungimento, di un amoroso commiato, o una semplice coincidenza strana e fatale del destino?

 

Con la scomparsa prematura del Poeta tramonta definitivamente la ri-scrittura di un mondo fedele alle tradizioni, agli usi e ai costumi e la famosa ‘questione meridionale’ travalica gli angusti confini per essere studiata altrove. Le battaglie politiche di Scotellaro in effetti volevano tradursi in un riscatto perentorio rispetto all’emarginazione atavica di queste popolazioni. “Il mondo poetico e politico di Scotellaro – sostiene Dante Cerilli – è tutto un insieme di idee, di sentimenti che si fondono in un concentrato di stati d’animo e di vita vissuta registrati nell’arco di un’esistenza troppo breve”.

Anche Montale, citato da De Napoli, aveva giudicato nella miglior guisa il poeta-sindaco: “Bisogna affrettarci a riconoscere che in Rocco l’accento non batte sulla letteratura, ma sulla vita… In lui l’impasto tra la vena che direi internazionale e la vena popolare hanno trovato un’insolita felicità d’accento”.

Recensione
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