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Ho conosciuto Luciana Chittero in occasione della presentazione del suo libro di racconti Variegato. Mi ha colpito subito la sua prosa semplice, accattivante, e una notevole capacità di dipingere scrivendo. Il suo gusto cromatico ci fa vedere, come in un fotomontaggio, il paesaggio dove si svolgono le sue storie e le sue parole ci fanno pensare, riflettere e penetrare nell’intimo dei suoi personaggi. Non smettiamo di leggere perché la trama si dipana chiara, sia essa dramma sia essa favola.

I suoi racconti, in un’atmosfera ora realistica, ora rarefatta sono soffusi spesso di un’ironia sottile, altre volte ci presentano il tumulto dei sentimenti e delle passioni che travagliano l’animo umano.

Ogni elemento del suo scrivere è sempre filtrato attraverso la memoria: è la sensibilità di Chittero che fa nascere le situazioni davanti al lettore facendo emergere la centralità del paesaggio e lo fa così bene (ricordiamo che ella ama la montagna, specialmente le Dolomiti) tanto da inserirla pieno titolo fra gli “Scrittori di montagna”.

Molti dei suoi racconti, legati al passato o immersi nel nostro presente, offrono lo spunto all’autrice per una acuta e sofferta indagine sulla vita e sul mutare dei tempi, sempre però mantenendo uno stile fresco e affascinante.

Ricordo un saggio dal titolo Big-bang dove tra favola e realtà c’è quasi il presentimento di qualcosa di grosso e di terribile che potrebbe accadere se l’animo umano non dovesse cambiare. È stato quasi un presagio, pensiamo, al terrorismo dilagante, alla sete di potere, ai disastri naturali.

Il libro di cui parliamo oggi ha ottenuto il premio speciale, unico per il Veneto alla quindicesima edizione del premio “Histonium”, associazione culturale di Vasto in provincia di Chieti, con la seguente motivazione: “È una parola efficace quella della Chittero, perché attraverso la poesia scava “nella roccia della vita” per mettere a nudo radici vere, storie di umanità, ma soprattutto teneri quadretti personali, rinverditi dai ricordi di una tenera infanzia. Su tutto si eleva la testimonianza della poetessa per le sue due patrie che le restano eternamente nel cuore: la Sardegna dove è nata, e il Veneto, dove vive da più di trent’anni.”

E della sua poesia vogliamo ora parlare in riferimento a questo aureo libretto dal titolo Nello spazio e nel tempo. Il critico Federici ha detto che Luciana Chittero “si unisce a quanti dalla poesia attendono solo una cosa: un intenso, un appassionato, mai domo canto di umanità” definizione sintetica ma perfetta.

Ma veniamo a noi. È nella poesia che Luciana Chittero, con la sua scrittura rivela tutta la potenza della sua parola; ed è nelle sue poesie che noi troviamo una parte di noi stessi, perché i ricordi, le riflessioni, i turbamenti gli incanti, le tenerezze, l’amore, i pensieri sulla vita e sul tempo che scorre veloce sono spesso anche i nostri, perché Luciana è pronta a cogliere i sensi più nascosti e più profondi del nostro vivere quotidiano. È una poesia mai ricercata, mai costruita, ma che sgorga limpida e coerente.

Luciana ha una poesia che è musica, eleganza, sensibilità, con scelta spontanea di parole che danno al testo poetico una dolce potenza e, mi si perdoni il contrasto, l’ossimoro, insito nelle due parole. Come non vedere e sentire “ dolcezza” e “potenza” nei cinque versi che ora cito dalla lirica “Sul lago di Fimon”: “Scivola la barca | Con lieve sciabordio di remi. | Digrignano gli scalmi | rompono l’armonia | di suoni e di silenzi.” (suoni silenzi, altre sibilanti).

Notate le sibilanti che formano una dolce assonanza, mentre “digrignano” gli “scalmi” “rompono” queste parole risuonano dure, con tutte quelle erre forti, ci fanno quasi sentire lo sforzo di chi rema, ma poi “specchio di smeraldo”, “candide ninfee”, “argento”, “verde”, “azzurro” ci immergono nella visione più efficace del nostro piccolo lago.

Così nella poesia Vortice: “Pesante la parola | scava nella roccia della vita”. La parola è pesante, perché in sé raccoglie un universo di pensieri e può incidere nella durezza della vita, la parola del poeta è verità. In questi due versi Chittero raccoglie un cosmo intero e il lettore è portato a scoprire in questa immensità le sensazioni che sono più vicine al suo animo.

A p. 10 troviamo un paesaggio incantato . A Torcello la natura attende il riposo invernale con un tripudio di colori che compongono un delizioso acquerello: evidenti sono i colori: azzurro, verde, grigio, mentre il variegato colore delle foglie d’autunno è lasciato, con una splendida intuizione dell’autrice alla fantasia del lettore che vede: “Nel vigneto le foglie trascolorano | nell’ultimo tripudio” (visione cromatica. Non dice toni: di verde, di giallo, di ruggine, di marrone).

In Due patrie troviamo una poesia dal significato pregnante, una differenziazione dura: all’inizio il profumo del lavoro, di una terra brulicante di vita, nella seconda parte il mistero di una terra aspra, avvolta in una solitudine ancestrale: “Sparuti focolari | Indicano la via | del ritorno | ai pastori | sperduti | sulla montagna.” Ma questa visione sconsolata della sua terra natale si stempera in Nostalgia di casa, ritornano alla mente dolci ricordi di una vita semplice e austera ma condita con l’amore.

L’autrice conserva nel cuore i colori, gli odori “menta, timo, basilico e pino” ricordando un’infanzia felice: “sensazioni di pace … è la casa dei tempi beati” (atmosfera che ci riporta ai romanzi di Grazia Deledda, grande scrittrice sarda di cui Luciana riprende la delicatezza dei crepuscolari e la passionalità dei veristi).

Proseguendo nella lettura ci accorgiamo che la poesia di Luciana Chittero consiste in uno scavare interno con l’ansia di trarre dal profondo le parole significative ed essenziali che evochino, suggeriscano, quali balenanti “illuminazioni” (ricordiamo la lirica di Jean Arthur Rimbaud), immagini e sensazioni capaci di ottenere la piena integrazione col sentimento di chi legge. Come noteremo, Luciana si avvale di un lessico preciso e minuzioso che con la varietà e la preziosità dei termini, riveste il suo ambiente poetico di una raffinata eleganza.

Ho parlato all’inizio di come Luciana dipinga scrivendo. Ricordiamo il motto di Orazio “Ut pictura poésis”, la poesia suscita immagini. Si delinea qui l’accostamento tutto moderno dalla riflessione sulla poesia alla riflessione sull’arte figurativa. Bisogna anche ricordare che il primo accostamento fu fatto dal Diderot, grande scrittore francese, sul “Saggio della pittura”: per lui le analisi della pittura si intrecciano ad analisi della poesia e vede che per il verso l’accento è quello che per il quadro è il colore, è quello che si dice “magia ritmica”. Dice Luciana: “Strade vuote, bianche, assolate | ricoperte dal cielo turchino…”. Questo accostamento fra poesia e pittura ricorre di nuovo in Baudelaire nei suoi “Salons” (saggi) e dura tuttora nella lirica moderna.

E la trama straordinaria della natura trova in Luciana un cantore ideale che, con suoni affascinanti, ci mette in contatto con la realtà mediandola e facendola scoprire, al di là della pura apparenza, come armonia totale. Come esempio cito ancora dalla poesia Vortice: “Misterioso e profondo | Il gorgo penetra | Nelle sale lontane | nelle radici nascoste | nella sorgente | dell’impietosa nostalgia”.

Abbiamo visto i motivi poetici ricchi di metafore e di simbolismi di Luciana Chittero: sono fatti di memorie, di affetti, di paesaggi, sono la fusione delle sue due anime: la Sardegna e il Veneto.

Recensione
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