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Una tragedia del regno animale
La morte del cigno

La tragedia avvenne all’alba.

La luna era prossima al tramonto e il giorno si insinuava a fatica tra una densa cortina di vapori sull’estremo orizzonte. II cigno aveva raccolto i suoi piccoli attorno a sé nella minuscola isola situata nel mezzo d’un breve corso d’acqua che fluisce nel Liffey*. Più volte aveva alzato gli occhi, inquieto, fra gli alberi dove la luna, aiutata da una brezza di nord-ovest, congiurava con le ombre. Sopra la sua testa grandi rami formavano capricciose arcate, con spazi vuoti qua e là, simili a pozzi aperti nel cielo che andava perdendo le stelle. Tra quei rami ombre nere dormivano con le ali piegate ma non rilassate del tutto, pronte, al primo allarme, a fendere I’aria.

II cigno non ama i corvi; li considera stupidi, lui orgoglioso, lui re – ogni cigno pensa di essere un monarca – né ama i gabbiani, brutti esemplari del mondo alato, che la tempesta ha spinto numerosi sulla terra al calar della notte. Il cigno, a dire il vero, non ha un vasto raggio di affetti; lui disdegnoso, lui altero, lui che solca le acque del gran fiume con la serenità e la compostezza d’un dio.

Corvi e gabbiani lo annoiano e, talvolta, gli fan perdere la calma, ma basta che muova due passi, adirato, col becco semiaperto, per vederli fuggire lontano.

Il cigno alzò ancora la testa ed annusò l’aria, inquieto. La luna era ormai scomparsa e il cielo si illuminava sempre più rivelando la corporeità delle piante e delle nuvole, restituendo lentamente agli oggetti le forme sottratte dalla notte. Fra non molto le acque avrebbero assorbito i deboli raggi e comunicato i fremiti del risveglio ai pesci sonnacchiosi ed alle alghe nel profondo.

Una raffica di vento passò e volò via improvvisa lasciandosi dietro un’eco di piante stormenti. Le ali del palmipede si agitarono come scosse dall’uragano, strepitando i piccoli si destarono. Qualcosa di agile e vivo era giunto sull’isola con rapido salto... Il cigno si preparò alla lotta disperata; un carnivoro, una volpe affamata, ululava di fronte a lui, pronta all’attacco. Gli uccelli appollaiati sugli alti rami, osservavano muti.

Credette il cigno in un arresto di luce, credette che il giorno indugiasse a proseguire il suo cammino; gli parve che la luna emergesse nuovamente dal mare e con lei la notte e le stelle lontane. La volpe gli era addosso.

Davanti alle deformate pupille dei combattenti l’universo si restrinse, si rimpicciolì, fu riassorbito nei loro corpi. Presto l’odore del sangue giunse sino ai rami più alti e i corvi fremettero. Il cigno con un’ala lacerata menava beccate furiose. Un’allodola, imitata da una cinciallegra, cominciò a cantare nel folto del bosco; tra vapori fluttuanti, alcuni passeri eseguirono il primo volo del mattino.

Uno sciabordio alle sue spalle fece comprendere al cigno che i suoi piccoli si erano affidati alla corrente, in salvo...

Di colpo l’allodola cessò di cantare, l’aria si irrigidì nell’attesa.

I denti della volpe affondarono nel collo del cigno, stridettero a lungo sulle sue carni.

I corvi si prepararono a fendere l’aria in un rapido volo verso il basso per il cruento festino.

* Liffey, fiume che bagna Dublino
Materiale
La morte del cigno
narrativa 
Autori
Gianni Bartocci

Pubblicato su:
Punto di Vista nr.34/2002
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