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Vincenzo Leggieri, lucano nato a Venosa, ma residente a Padova da diversi anni, ha sempre svolto un’intensa attività, dapprima come medico e Primario ospedaliero di Otorinolaringoiatria, poi in qualità di parlamentare impegnato soprattutto nel settore socio- sanitario. Nel 1973 inizia la sua produzione di saggi politici, con Basilicata, terra amara, seguita da saggi storici e letterari (Palazzo Calvino e dintorni, 1993) e da una serie di raccolte di poesie: Si fa sera (1984), Clessidra (1989) e Versi controversi (2001). Continua tuttora a pubblicare liriche, molte delle quali sono presenti in antologie collettive, quali “La poesia in Basilicata” (1993).

La raccolta che ci accingiamo a recensire rappresenta l’ultima fatica di Leggieri; è suddivisa in tre Scene e contiene poesie e prose, donde il sottotitolo Prosimetro. È preceduta da un saluto al lettore dell’autore stesso e da una bella Prefazione di Raffaella Bettiol, in cui si analizzano aspetti e temi della poesia di Leggieri (la nostalgia del tempo passato, specie dell’infanzia e i legami affettivi con la terra ove nacque, i ricordi incancellabili d’una vita intensamente vissuta. con i quali si intrecciano gli ineludibili temi dell’amore, degli affetti familiari e del tempo che fugge senza posa). L’attenta prefatrice non tralascia opportunamente di mettere in rilievo il sottile humor del poeta, che caratterizza le sue molteplici forme d’espressione scritta e dà sapidità alla sua conversazione.

La prima Scena si apre con una raccolta di diciassette poesie. L’iniziale, L’ultima corsa (p. 19), dà il titolo all’intera opera ed è tutta abilmente giocata sul linguaggio metaforico ispirato a quello ferroviario (binario, deraglia, giunti sconnessi, stazione d’arrivo). Naturalmente la stazione d’arrivo allude alla morte, come altrove vi alludono, con la stessa serenità, i versi lo “...stanco confluire | nel pacato fiume del tempo” (La strada, p. 23), “giunto il tramonto, | t’immetti nell’ombra del viale | e l’occhio si perde | fin dove non c’è che mistero” (Non smarrire i sogni, pp. 24-25), “Era giunta la sera nella sua vita” (Fili roventi, p. 29), “È ora di andare” (Il patto, p. 30). Colpisce la pacatezza con cui il tema è trattato, consona ad un uomo che ha vissuto molto e serenamente e che ricorda da vicino, nell’immagine del fiume del tempo, gli straordinari versi del grande poeta spagnolo quattrocentesco Jorge Manrique, composti in occasione della morte del padre: “Nuestras vidas son los ríos | que van a dar en la mar | que es el morir” (“Le nostre vite sono i fiumi | che sfociano nel mare | che è il morire”).

Nella bella lirica Il grande gelso (p. 21) – dedicata, annota la Bettiol, alla figlia (p. 8) – compare il motivo del nido, forse reminiscenza pascoliana, che ritorna sin dal titolo in un componimento successivo denominato appunto Il nido (p. 27), ispirato ai vivi ricordi della casetta ove il poeta trascorse l’infanzia, da cui, nella chiusa, si volge a considerare ciò che ancora lega quell’età alla presente: “Continuo ancora come un vagabondo | a percorrere strade inesplorate, | quello che cerco non è un nuovo approdo | ma l’odore selvaggio di quegli anni | vissuti scarmigliato in quel ‘quartino’ | al primo piano, tre camere e cucina” (p. 28).

Al tema della nascita sono dedicate due tra le più significative poesie della raccolta: Ansia di luce (p. 34), espressione che, con il verso “il grido avido d’ossigeno”, coglie assai bene l’urgenza di affacciarsi alla vita che manifesta il neonato, di cui ci rimangono impresse le immagini “delle manine rampanti” e “dei piedini sgambettanti” e Maternità (p. 35), dolente rappresentazione della nascita di una bambina, pagata con il sacrificio della vita della madre, cosicché la neonata “...un giorno saprà | che la sua vita | è figlia due volte” dell’amore materno.

La prima Scena si chiude con una serie di arguti epigrammi (su cui spiccano i due versi lapidari di quello che così recita : “Se il tuo compagno è buono o è malvagio | lo scoprirai il giorno del naufragio”, p. 41) e da Piccole storie (Racconto di Natale, Enigma Pagine di diario), che suscitano riflessione e talvolta fanno sorridere amaramente.

La seconda Scena consta, come la prima, di una serie di diciassette poesie, ove incisivi ricordi d’amore, rapidi come flash (Ricordo d’estate, p. 75), si alternano con il tema del tempo, che lascia sul volto i suoi segni incancellabili (Specchio, p. 83) o con altri più drammatici, come quello della donna che ha abortito e che, rivivendo con il medico la sua penosa vicenda, in pochi versi itera, con ossessiva insistenza, ben quattro volte il simbolico termine ‘sangue’: “Su un lettino di ferro | mi pulisti del sangue | mi lavasti le cosce | sporche di sangue | mi fermasti il sangue | c’era un grumo nel sangue” (Senza titolo, p. 84). A questo secondo gruppo di componimenti poetici fa seguito una raccolta di Aforismi e vani pensieri, di cui voglio citarne due brevissimi, che mi piacciono particolarmente. Nel primo, “Credo in Te perché hai dato speranza alla mia morte” (p. 102), si coglie un altro aspetto che caratterizza il poeta: la sua profonda religiosità. Nel secondo, “Quando i popoli cessano di farsi la guerra, l’aggressività umana si esprime nel privato” (p. 105), affiora l’attenta osservazione di un uomo, portato a riflettere su quanto di significativo avviene nel mondo che lo circonda.

La terza Scena contiene l’ultima serie di poesie, la prima delle quali, Le arti sorelle, ha un finale felicissimo “La musica, la danza e la pittura | per cantare insieme in armonia | vollero la parola e fu poesia” (p. 113). Nella successiva, Tempesta (pp. 114-15) e in quella seguente, Naufragio (p.116), il poeta sperimenta con garbo, pascolianamente, una serie di parole onomatopeiche, che aggiungono dinamismo e novità ai suoi versi. Quelli di Tempesta, uno degli esiti più alti dell’intera raccolta, hanno un ritmo incalzante, conseguito anche attraverso l’iterazione e l’allitterazione, che rende assai bene la violenza del fenomeno atmosferico e il rotolare dell’acqua: “scroscia scroscia scroscia | la pioggia | batte impetuosa | su lastre di vetro di pietra… | sull’argine incombe la piena | una massa di sassi | rotola a valle | il fiume impetuoso straripa | nei campi d’argilla | inonda le ultime case | la roccia | si sgretola in massi | sradica gli alberi radi | il borgo è fiumara in tumulto | ...”. Nell’Esclusa, preghiera disperata (p. 125) – come recita il sottotitolo – di una donna che, essendo divorziata, non può più ricevere i sacramenti e nel Salmo (pp. 126-27) ricompaiono la sentita religiosità del poeta. In quest’ultima, contraddistinta dall’insistente anafora (“Ti ho conosciuto, Signore”, “Ti ho smarrito, Signore”, “Ti ritrovai”, “Ti riconobbi, Signore”...), si sintetizza, in versi efficaci, il conflittuale rapporto con Dio del poeta, fatto, nell’arco di una vita, di smarrimenti, di abbandoni, di ricerche affannose (“Ti inseguii per strade sbagliate | quando mi accorsi |  che mi avevi abbandonato”), come accade a chi, pur dubitando talvolta, è guidato da una fede sincera.

Nel Pourquoi? della chiusa il poeta si interroga sulle ragioni del suo scrivere e ne indica alcune: la timidezza di esprimersi in pubblico e l’insonnia che in lui stimola la creazione letteraria. Probabilmente ne esiste un’altra più profonda: il bisogno umanissimo di comunicare agli altri i nostri pensieri più intimi e nel contempo, come osserva l’autore, di “fare emergere l’inconscio” (p. 132), che risponde al comune desiderio di conoscere meglio noi stessi.

Recensione
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