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Nota sul saggio di Mario Tufarulo

Das Graüe Elend.
La fredda impenetrabile notte di Pejo Javorov

Giuseppe Mario Tufarulo, poeta, saggista e critico letterario di chiara fama, annovera pubblicazioni in varie lingue, le quali sono presenti, oltre che in Europa, anche negli Usa e in Giappone. Recensito come poeta e saggista da personalità illustri (Sergio Solmi, Salvatore Quasimodo, Carlo Bo, Geno Pampaloni, Dario Bellezza, Ivan Petkanov, Elisaveta Bagrjane, Anatolij Gruzinov, Nicolaj Donchev, Philiph W.L. Kwok, etc.), collabora con la pagina culturale di quotidiani e con riviste prestigiose.

Das Graüe Elend (Passaporto Duemila, Roma 2001) del poeta bulgaro Pejo Javorov, pseudonimo di Pejo Kracolov Totev, morto suicida nel 1914 a soli quarantasette anni, è un saggio “unico in Europa”, secondo quanto ha dichiarato Carlo Bo insieme ad altre voci illustri.

Esso si avvale della prefazione del compianto prof. Ivan Petkanov, “studioso di fama mondiale ed una delle menti più sottili della intelligencija dell’Europa orientale”, come leggiamo nel ringraziamento a lui rivolto dall’Autore dell’opera, cui hanno offerto la loro collaborazione anche altre personalità autorevoli nel campo della Cultura e delle Istituzioni.

Per quanto concerne la parte antologica, costituita dalla raccolta di liriche javoroviane Dietro l’ombra delle nuvole, è da segnalare la traduzione/interpretazione, attenta e aderente alla personalità umana e poetica di Javorov, della prof. Nicoletta Conte Miltenova, docente alla Facoltà di Lingue e Letterature straniere dell’Università degli Studi di Bari. Sappiamo bene quanto sia difficile ricercare, nella lingua in cui non è sgorgato il pensiero poetico, quelle corrispondenze che possano rendere, non diciamo appieno ma al meglio, particolarmente talune immagini e suoni lirici.

Nella sua Premessa Tufarulo motiva la scelta del poeta Javorov, universalmente riconosciuto come il maggiore lirico bulgaro del primo Novecento. L’intento, egli dice, è “di rendere omaggio ad uno dei più grandi simbolisti orientali che, con i russi Brjusov, Belyj e Blok, innalzò il canto della maledizione del padre oriente alle vette dell’estasi e dell’annientamento”.

Un interesse, quindi, per le problematiche spirituali e poetiche di Javorov, “ardente combattente per la giustizia, anima inquieta”, come scrive Petkanov, “scontento di tutto ciò che vede nella società, nell’enigma della vita e nel dramma della propria esistenza”.

Il saggio evidenzia quel che il Tufarulo definisce “certa filosofia delle delusioni”, le “deserte solitudini”, pur nel riscontro dell’anelito “alla libertà della patria, agli ideali più vari”; coglie e approfondisce i sentimenti contrastanti che fluttuano incessantemente nel poeta bulgaro, sino a farsi tormento, un tormento così grande da portarlo all’annientamento di sé attraverso il suicidio.

È la lotta in lui tra “l’amore e il dovere, la donna e la patria, Dio e Satana, il sociale e l’antisociale, il fato, l’ineluttabile, l’ordine fisso e matematico dell’universo ed il libero arbitrio, l’estasi, il ‘mauditisme’, il nulla ontologico”, quel desiderio forte di andare contro tutto quanto ritiene essere il male, nel mentre non s’allontana il dubbio sulla stessa validità della lotta.

Tufarulo ci conduce attraverso le tappe della vita spirituale e poetica di Javorov, facendoci cogliere il suo scivolare sempre più verso il pessimismo e la disperazione. Ce lo mostra con la coscienza di chi vive il dramma della impossibilità di collocare se stesso nel suo tempo, di un’anima che subisce la estraneità alla vita, sino a pervenire ad un ricorrente bisogno di abbandono alla morte. Opportuna e chiarificatrice ci appare l’analisi del contesto filosofico, sociale, storico e politico della terra bulgara nell’arco di vita di Javorov. Senza quest’analisi non potremmo avere comprensione piena di tanti versi, nè percepire l’atmosfera culturale, l’ansia di Occidente dei Bulgari, quell’accettazione di Simbolismo misto a Populismo, le istanze irrazionalistiche e individualistiche, i contrasti forti.

Sono proprio queste contraddizioni a connotare di una impronta particolare il Decadentismo bulgaro. La forza del conflitto interiore, quell’andare verso “l’alienazione/estasi/morte” è un crescendo di tenebre psico-spirituali che il saggio evidenzia nell’uomo Javorov, nelle corrispondenze poetiche, espressione di quella sua condizione. Sono le ombre che si rischiarano solo nell’estasi della ispirazione, dove Dio viene pensato “vecchio e sordo”, esistenza e inesistenza.

Ma è proprio la divinità, come molto sottilmente rileva Tufarulo, il momento nel quale il ‘mauditisme’ ed il socialismo “entrano in collisione”, quello in cui “l’anima socialista del lirico si discioglie... da quella del maudit” che prevale, e per la quale “conoscere costantemente la sua impotenza lo rende blasfemo e pregante”. E aggiunge: “Il volto di Satana e quello di Dio si confondono, si contrappongono e diventano quello di Javorov che, dalla ‘trance’ del suo mondo, vive il male come suprema analisi di libertà che va testimoniata all’Eterno e al demone, che lo attraggono, e lo rendono cantore, senza salvarlo”, poiché il suo è un Dio senza Figlio, “non provvidente”.

La contraddizione/dissidio risulta evidenziata anche nella concezione della donna, la quale, quando non è madre, diventa scontro di cielo e terra. Quest’ultima è vincente, ma, per Tufarulo, “dissolvendosi nel vortice terrificante delle eruzioni sensuali e peccaminose, riporterà l’uomo sulla vetta della vita, dello spirito, del canto”.

L’ambivalenza è ancora presente nella natura e viene in essa analizzata, colta nel suo sdoppiarsi in natura/minaccia e natura/campagna, vale a dire in vita/angoscia e vita/oasi, un’oasi che, però, non può rasserenare il Poeta proprio per quella realtà incombente.

È un’ambivalenza nella quale viene fatta rientrare anche la concezione di Populismo in cui rifluisce una visione quasi etico-cristiana, ed insieme il Socialismo con la sua “razionalità filosofica del lavoro”. L’esito della lotta non può essere costruttivo, poiché la coscienza è pregna di ‘mauditisme’, che porta alla ‘grigia miseria’, alla consapevolezza della impotenza di una trasformazione.

Il saggio ci offre inoltre un’analisi sulla poetica che si evince dalla raccolta javoroviana “Dietro l’ombra delle nuvole”. Il discorso critico si snoda agile, soffermandosi su quelle liriche dove maggiormente sono presenti le contraddizioni/dissidio, già esplicitate.

Viene chiarificata la concezione del simbolismo orientale rispetto a quello occidentale, la particolarità del simbolismo di Javorov, che per Tufarulo emerge soprattutto nella poesia “Notte”. Qui il simbolo viene visto caricarsi della valenza dell’incubo, farsi angoscia della scelta fra lo “stare con se stessi e con l’autarchico mondo di ideali o seguire il cammino della storia, quello della vita”.

Le liriche dedicate alla madre risultano interpretate come javoroviana nostalgia del passato, “tenero e vibrante abbandono del Poeta al cuore della madre”, al suo letto “fabbrica di sogni”; ma si evidenzia, nel contempo, la incapacità  di credere in quegl’ideali che avevano dato solidità alla generazione precedente. Anche nella madre viene, quindi, colto il vuoto, un vuoto che, però, risplende poiché profondo è in Javorov il “bisogno di solidarietà, d’affetto, di speranza oltre il dolore, il pessimismo e l’odio”. Questo bisogno sembra, per Tufarulo, fermare talora “il fantasma della morte”, vale a dire “il fato malefico, l’ammaliatore ineluttabile che s’aggira come un corvo sulla preda (la vita), contro cui nulla può l’ uomo”.

Nella donna/amante risulta, invece, simboleggiato il ‘sociale’ che combatte contro il poeta “con armi subdole, sottili, lo prostra e lo vince... Un boomerang psicologico-letterario della colpa e del potere fatale della donna che, nel suo rituale ritorno, crea il simbolo dell’amore/bisogno/fedeltà, dell’antisociale...”

Tufarulo vi associa la sua riflessione sulla natura che in Javorov vede di rado apparire sotto l’aspetto bucolico poiché prevale come realtà negativa, avidità e distruzione per l’infelice contadino che è costretto a subirla col duro lavoro. E viene colta la nota unitaria che pervade il discorso lirico, permeando anche la concezione di terra, che si fa in tanti versi sinonimo di Patria, vale a dire dolore ancora più profondo, dato che la Bulgaria appare al Poeta tra “molteplici sogni e visioni di un passato buio e di un futuro incerto”. Della Patria, pertanto, dice Tufarulo, Javorov non può cantare la lotta ma solo il “limite”, l’accettazione del “peso del servaggio”, mentre fortemente sente in sé l’anelito alla libertà.

Il saggio si snoda rimarcando le contraddizioni javoroviane, quel dissidio che dà connotazioni particolari alla poesia del Bulgaro; ed enuclea anche quegli interrogativi che vengono “dal bisogno di certezze filosofiche ed esistenziali”, certezze che si perdono anch’esse nell’ineluttabile.

Ci fa inoltre intravedere la dolorosa eredità del dominio turco in Bulgaria, una terra smembrata, ricomposta e poi nuovamente mutilata. Percepiamo la condizione della intelligencija bulgara a cavallo tra il vecchio e il nuovo secolo, le sue illusioni e disillusioni, e insieme le istanze di svecchiamento rifluite nell’accogliere, da una parte, le nuove dottrine socialiste, dall’altra, l’irrazionalismo nietzschiano ed il Simbolismo. Entriamo in quel dissidio, comprendiamo così “il mondo slavo, angosciato dalla paura del ‘fato malefico’ e dall’odio per l’impotenza”, quella conflittualità derivata da un romanticismo non rinnegato, nel mentre si fa urgenza il realismo che non può essere accettato appieno.

Tufarulo ha il merito di un’analisi profonda, puntuale e insieme vibrante, ed anche di aver allargato, non soltanto con questo saggio, l’orizzonte della ricerca culturale e letteraria al di là dell’Occidente. Il suo interesse verso le letterature slave è quindi ammirevole, oltre che per la qualità delle analisi, perché si propone come arricchimento per chi si è soffermato a guardare di più verso quel pensiero denominato ‘occidentale’, trascurando espressioni letterarie pregne di altrettanta profondità e bellezza lirica.

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