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“Dedicato a chi… suo malgrado”: l’apostrofe a monte di questo libello scritto da un’autrice toscana che si cela dietro allo pseudonimo di Melusina Richella, è un valido ed incisivo preludio ad un libro che racconta, sotto forma di un prosimetro dai toni ora pacati ora incandescenti, l’autobiografia di una donna che svela se stessa in tutta la sua autenticità e lucidità, cercando di riavvolgere il filo di una vita vissuta tutta d’un fiato, fatta di scelte difficili e di incontri sbagliati, ma anche di amori viscerali e di un labirintico avvicinamento al fascino divinatorio dei Tarocchi.

“Io so solo parlare di me stessa o del mio tanto amore sprecato”: nell’incipit di questo diario scritto naturalmente in prima persona (anche se ricco di apostrofi e richiami a vari personaggi) si legge tra le righe un sottile velo di tristezza, quello di una moglie giovane e del suo matrimonio sbagliato, avvenuto forse troppo presto e sulla scia di un sogno che l’autrice stessa definisce come “il desiderio dell’illusione”. L’illusione di una felicità che si è invece scontrata, sul suo stesso binario, con il treno della violenza e del ripudio di un uomo verso (così sembra) ogni forma d’amore, anche quello più vero e primordiale che può unire un figlio a colui e colei che lo hanno messo al mondo. Da un marito ottenebrato da pensieri poco leali (“non gli importava che io accudissi figli e casa, ma che accudissi lui e basta”) a una donna che da esso può difendersi solo tramite una pace interiore, quella che faticosamente, giorno dopo giorno, riesce a conquistare, soprattutto grazie alla sua unica ancora di salvezza in un mondo che di ornato ha ben poco: i suoi figli (“ora eravamo in tre nella circonferenza magica: io, Andrea e il nuovo bambino”).

La morbosità di questi sentimenti così contrastanti che la Richella descrive minuziosamente, spesso rivolgendosi implicitamente ma anche esplicitamente al suo carnefice, si innescano in una prosa convulsa e ritmata ma nello stesso tempo descritta, come in un ossimoro, in modo trasparente e così empatico da offrire a chiunque la possibilità di immedesimarsi nella sua storia. L’autrice racconta così del suo carattere forte e indipendente, dell’affetto profondo e incondizionato verso la sua famiglia (in particolare verso la madre), del coraggio di aprire la vita a nuovi, ignoti ed affascinanti orizzonti (in amore e nel lavoro), dopo aver seppellito nella tomba della sua esistenza (ma forse non in quella dei ricordi) l’inettitudine di un uomo senza scrupoli.

E la lettura scorre veloce, aiutata da una grafica che spazia da un corsivo impregnato di autoanalisi al rilievo dato a sentenze che ti restano nel cuore (“L’Amore mi ha uccisa e derubata, ogni volta”), fino ad arrivare a citazioni bibliche (come quelle tratte dalla Genesi o dall’Ecclesiaste), versi strappati alla mente di antichi letterati e filosofi greci (Eschilo, Aristotele), passando attraverso poesie di metaforica bellezza. Il libro tocca poi il suo apice di magia nella descrizione dell’incontro tra la protagonista e il mondo oscuro e spesso impenetrabile della cartomanzia (“Successe una cosa strana: qualcuno mi regalò un mazzo di Tarocchi, con relativo libro di istruzioni anneso. […] Gli Arcani Maggiori, i cosiddetti marsigliesi, 22 carte particolari, mai viste prima”).

Da qui l’autrice inizia un percorso incostante di inconsapevole ricerca interiore, che la porterà ad avvicinarsi via via ad un mondo sempre più virtuale e sempre meno reale, che avrà la sua linfa vitale nell’oscurità della notte, amica, compagna, e risorsa inesauribile di fascino (“Avevo cominciato ad abolire i colori nel mio abbigliamento: nel buio, non servono. Scendevo nella notte, c’era Lei, la Signora, che mi attendeva sorridendo”). L’incontro, in chat, con un giovane e ancora una volta sbagliato amore, e con stanze magiche frequentate da misteriosi amici, avviano il racconto verso un epilogo lucidamente intelligente, che non cerca consolazioni né si nutre di rimpianti o inutili rimorsi. Come ammette la Richella “Forse, e di proposito, nessuna fine… solo l’accettazione karmica del Fato”. Un coscienzioso stream of consciousness o per meglio dire, flusso di coscienza di sveviana memoria questo “Racconto” che viene denominato “Piccolo” forse in virtù di una storia dai toni quotidiani, atta ad essere vissuta da molti, ma probabilmente difficile – per alcuni – da accettare e raccontare.

Recensione
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