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L’haiku da non molto ha avuto anche in Italia una singolare fioritura. Svariati i (possibili) motivi : la smagliante brevità di contro all’insipiente occidentale fretta? L’attenzione paziente alla materna Natura, sempre più (dagli umani) minacciata di morte? L’ansia di “poter essere contemplativi piuttosto che voler apparire solo-attivi?” Poi l’attrattiva della diversità, della differenza. E chissà quant’altro.

Talora tutto questo emerge in frammento, in frammenti di un discorso altrimenti (o precedentemente) molto più ampio e complesso (ma non si dirà mai che brevità dell’haiku sia – per ciò stesso – brevità come semplicità, e la semplicità come semplificazione...). Frammenti che, nel caso della nostra autrice, vengono definiti “detriti”, mentre i versi “canonici ”, sillabici dell’haiku sono assimilati sotto l’occidentale genere di “terzina”. Ciò credo significhi proposta (dell’autrice verso se stessa) e richiesta (al lettore) di non cercare solo e soltanto la strenua fedeltà al “genere hiku”, quanto una sommessa confessione di (relativa) libertà, di consapevole autonomia (anche i titoli in latino delle quattro sezioni del libro, del resto – naturalia, amores, familiare, quia – rimandano ad una radice occidentale).

Detto questo, però, se si entra – come l’autrice pare condurci – nel folto di quelle scandite pagine e netti versi, ciò che ci viene incontro è subito, invece, proprio la fedeltà al canone che ci si è autoproposti (e si offre a chi legge), in una sorta di amoroso, ansioso, contemplante, passionante “ritmo di voce” che trans-corre per singola pagina e per tutte le pagine come una brezza talora, tal’altra come più veloce e potente vento, come un costante alzarsi in cielo da terra, e da su tornarsene in basso: ascensionali, mobili, inquieti, con rade, ben precise soste d’occhi e di cuore, però, e con sapiente “condurre – per-essere – condotti (e condotti conducendo).” Assai difficile – a questo punto – citare singoli haiku, tanto la qualità globale del lavoro è sicura e compatta, e nulle sono le smagliature di tale “detritico” canto e discorso.

Che cosa trascegliere? Che prediligere? La freschezza piena di stupore dei testi più “naturalistici” o la personale, deprivante angoscia o ancora l’enigma (anche storico) del male, del dolore, o il brivido cosmico d’una lacerata visionarietà?

Difficile, impossibile scelta, credo. Or drammatica, or lieta, ora espressionistica, or fiabesca voce, questa. Voce sorpresa (che ci sorprende). Voce estatica (che talora ci estasia). Ad ognuno di noi, lettori, la lettura, la scelta del “proprio” haiku, delle proprie predilette “haiku-terzine”, in una circolarità di suono e di stretta che tiene insieme vegetali ed umani, felici o dolenti effetti e amori, civili disagi e la costante Voce della Senza-confini, della Sconfinata, della sempre sconfitta/vincente Poesia.

Recensione
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