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In parte filiforme (leggi Zeffiro cortese del 1996) e in parte discorso poetico che s’addensa gradualmente, attraverso una propria pratica di scrittura elocutiva, piuttosto furtiva e fuggiasca, questa nuova silloge di versi di Gemma Forti si apre a prospettive più ambiziose: un suo élan vital privo di metafore ad ogni costo, uno scrupolo narrativo fra lembi di adempimenti domestici su conciliazioni argute di un ritmo tutto del sentimento lieve. Illimitabilmente sempre così, quasi per doppiare il quotidiano, imitarlo forse, ripeterlo con ironia consecutivamente, mai disperata e mai furente. Sotto il sole collettivo Gemma Forti riconosce intimamente le cose, i fatti della vita e della non-vita, una memoria continua di piccoli o bisbigliati requiem, e altri aspetti epigrammatici e problematici della storia che s’addensa dinanzi al suo divenire, allo stesso presente che si assiepa fra bellezze offuscate e minuscole realtà persino parodistiche. E – in effetti – qua e là nei versi, puri ed impuri, lei dispiega a più impulsi una pietà verso le minime cose monologanti (allitterazioni comprese, rime non del tutto cercate, frammenti di confessioni discrete, altri umori non tenui).

L’autrice aggiunge, anzi veste, la poesia di riferimenti importanti: le sorelle Brontë, George Sand, Jane Austen ed altri; certi suoi stati innamorati, quasi per completare la visione della conoscenza non docile o soltanto intimistica e quieta. Direi che, in questa poesia, ci si riavvicina alla fiaba per automatismo raccontato, alquanto inventariale, stupefatto, più abbozzo autobiografico che sdegno societario e brutale, dentro cui riaffiorano tensioni brevi, continue, messaggi emozionali come avventura del dire, anziché del tardivo fervore romantico, proprio di certe donne della poesia le quali accettano di essere roventi soltanto (e spesso) per sentirsi dominati da un’ispirazione neurotica e tesa all’urto contro una perenne emarginazione o di idilli subordinati e noiosi.

Gemma Forti rarefa il gioco che si legge proficuo, per cui inventa circostanze e forbite tesi, la volontà (e la voluttà) di scrivere ogni cosa ormai di se stessa, le ignote e sparse curiosità verticalizzate da un verso finto-ungarettiano e riassestante i vecchi schemi e vapori della filastrocca, senza risonanze e – indubbiamente – cuore di una fertile energia nascosta. Tutto scorre in un genere di alveo semipendente, in una morfologia naturale, dispiegata come se l’esperienza dovesse dare conto ai dubbi che ogni saggezza o parodia sia una ripetizione, e invece riflette su minime folate, esatte luci, notizie emerse da un suono senza trucchi, non “a voce bassa”, né appannata per il colore generale dell’attualità tutt’altro che poetica, ma per riscoprire se il suo microcosmo, attraverso la luce, vede meglio il mondo o così sarà più possibile scoprire umane risposte, a costo di slittare nell’esultanza privata e persino in un non labile paradosso. E questo aiuta molto la provocazione (o lo spettacolo) di un’innamorata e sociale poesia imprevista!

Recensione
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