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Misura di orologi e poesia

Aldo Camerino e gli orologi

Non so come una volta, a vent’anni, mi frullò per il capo di fare una pubblica inchiesta e mi misi a fermare la gente per la strada, nei bar, nei negozi, sottoponendo a persone di età diversa un questionario che terminava con questa domanda: “Lei crede che la vita valga la pena di essere vissuta? Risponda unicamente con un sì o con un no”.

Un’idea stravagante, debbo ammetterlo. Tanto che allora molti mi squadrarono in maniera curiosa per lo più rispondendo con un sì oppure con un non so imbarazzato.

A rispondermi decisamente no, un no secco e pieno di amarezza, fu un orologiaio che aveva una botteguzza dove a stento c’entrava il banco per le riparazioni. Un vecchio orologiaio di cui ancora rammento l’aria scontenta di uomo che per un’intera vita aveva misurato le ore, le gioie scarse e le sconfitte, al suono di un monotono ed esasperante tic-tac.

Una storia grigia come tante: che tuttavia per strane vie si ricollega alla figura di Aldo Camerino il quale, ormai non più giovane, abitava un palazzotto veneziano presso il ponte della Malvasia Vecchia. I miei rari incontri con Aldo Camerino avvennero infatti in questa casa abbastanza buia e solenne. E proprio qui si sentivano pulsare tanti diversi tic-tac, come una musica di sottofondo, essendo Aldo Camerino un collezionista di vecchi orologi. La sua casa n’era colma quasi più che di libri. E mentre tutti quei libri tacevano, e giacevano inerti negli altissimi scaffali, il battito degli orologi per contrasto sembrava più vivo, più pacifico e disperante, interrotto da una pendola grave che ogni tanto scandiva le ore o dall’improvviso accendersi, bisbetico, di qualche piccola suoneria.

Ora insieme all’orologiaio cui accennavo all’inizio, scomparso da un pezzo, anche Aldo Camerino non c’è più da molti anni. Nato a Venezia nel 1901, qui muore nel 1966. E devo dire che spesso lo ricordo con gratitudine anche perché fin dagli esordi, al mio primo libro di versi, egli seppe capirmi e incoraggiarmi con l’invio di alcune lettere che non è qui il caso di proporre.

La cosa se vogliamo un po’ strana è che Aldo Camerino, uomo di vasta cultura, curava da molti anni la terza pagina de “Il Gazzettino”, traduceva dall’inglese, dal francese, dallo spagnolo, e per sua stessa ammissione non frequentava molto la poesia degli altri. Così almeno all’apparenza. Anche se poi, a smentire questa mancanza d’interesse, a un certo punto della sua vicenda umana e intellettuale finì anch’egli con lo scrivere dei versi che raccolti e custoditi da Ginevra Vivante vennero successivamente dati alle stampe, Neri Pozza Editore 1977, in un’edizione numerata di 350 copie, con la prefazione di Luigi Baldacci e con il titolo semplicissimo di Poesie.

A rileggere oggi questi versi, scritti per lo più intorno agli anni 1930-31, al di là di ogni altra considerazione essi ci appaiono chiari, non datati, tanto che lo stesso Baldacci ne sottolinea il tono, la vivezza, il carattere umano. Ed è il carattere di chi nelle pause, e nei momenti di abbandono, prende coscienza di sé e delle proprie improvvise debolezze. “Temo nel desiderio la stanchezza: | ho sfiducia di me”. Scrive così Aldo Camerino nella poesia che ha per titolo significativo Instabile. E aggiunge più avanti in Parole dall’esilio: “Freme bruciante il dolore | senza rivolta. Ma non appassisce | la voglia di pianto che non viene. | Quante parole conobbi | ed esaltai con pienezza umana | e vissi, mie e di compagni | che adesso sono perdute voci. | Mesi di tempo, anni di tempo | fanno una ressa brutale | di muraglie senza porte”.

Poesia domestica, suggerisce Baldacci, e di accento intimistico. Anche se da quel “dolore senza rivolta” e da quella “voglia di pianto che non viene” si ricava l’impressione di un travaglio interno sentito e segnato da forti contrasti.

Nella sostanza possiamo dire che questo libro di Aldo Camerino mostra non soltanto il ripiegamento di un uomo su se stesso, ma è la testimonianza di un uomo alla ricerca di un difficile equilibrio. Così ad esempio nella poesia Ansia egli si confessa: “Un’erba, e sento voglia | di spuntare, di farmi | folto e ricciuto a un sole benevolo”.

Per cadere sùbito dopo in preda allo sconforto che si rileva all’inizio della poesia Paura: “Poi si scendeva, come in un labirinto | nel fondo dell’animo, ed erano | gonfiori e rotti bagliori | e si muovevano fiamme e tristezze”.

Come si può notare da queste brevi citazioni Aldo Camerino avverte dentro di sé continui scontri per cui vorrebbe in qualche modo tenere fuori dell’uscio buona parte del mondo con i suoi clamori: “Faticoso pensare | alle necessità di questa vita | mi tocca trovare ogni sera | non persa, ma smarrita | la qualità più vera di me stesso”.

Sogna, quando sogna, la “pudicizia di un vivere raccolto”. Ed ecco allora che la sua casa ovattata, al ponte della Malvasia Vecchia, diventa per Camerino un luogo entro cui rifugiarsi, come in un guscio, per ritrovare in mezzo a tanti orologi una sorta di misura media e inalterabile, un respiro costante, un ticchettio tranquillo e meccanico tale da non creare sorprese o turbamenti. Il battito di un orologio infatti, che per qualcuno può risultare ossessivo, aveva evidentemente per Camerino un effetto contrario e rassicurante. Perché il battito di un orologio tutto sommato è qualcosa che racconta il tempo, e il tempo di un orologio non conosce gli eventi che scandisce essendo essi soggetti ad altre regole.

A questo proposito mi viene in mente un libro di Ernst Jünger che nel percorrere la storia degli orologi, e della loro invenzione, fa un elenco di orologi solari e a polvere, orologi ad olio, orologi ad acqua oppure a sabbia come la clessidra. Ma si dimentica di nominare quell’orologio invisibile, che è dentro di noi, e che pur difficile da definire mi verrebbe di chiamare l’orologio dell’anima. Si tratta di un orologio che bene o male appartiene a tutti in maniera diversa. Un orologio interiore e nascosto. Uno strumento che Aldo Camerino, tra esitazioni e penombre, è riuscito a far funzionare molto bene con la sensibilità e i modi che appartengono alla poesia.

Per chi poi volesse sapere qualcosa di Camerino prosatore vanno segnalate in particolare due opere: Il salotto giallo (Rebellato 1958) e Macchina per i sogni del 1963. Si tratta di opere abbastanza simili in cui il critico, e lo scrittore Camerino, si completano in una prosa sorvegliata ed elegante ricca di cadenze soprattutto delicate. Sicché in queste pagine troviamo racconti brevi, a volte inquietanti, e spesso segnati da spunti autobiografici come nel racconto Terza elementare: “È meglio che mi rassegni a non sapere mai nulla di sicuro. A dedicarmi come faccio da tanto alle favole, alle altrui invenzioni che sono, per uno come me, tanto più vere del vero”. Nel capitoletto che ha per titolo Arte del dire a un certo punto egli afferma: “So bene che in cuor mio incertezze e stanchezze fanno battaglia troppo sovente. Gli altri, può darsi non se ne avvedano. E forse questa, proprio questa, è arte del dire”. “Per conto mio” sembra concludere con modestia “ho paura di essere un ottimo silenzioso”.

Ma per fortuna, è questo il mio commento, Aldo Camerino non è stato sempre silenzioso. Ha sì ascoltato nella sua casa veneziana il battito di antichi orologi. Ma ha anche saputo parlare al presente, comunicare con il prossimo, per dirci qualcosa di sé a bassa voce, con civile discrezione, e con una grazia che nel suo lavoro è verificabile ad ogni riga.

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