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Carlo Betocchi e la vecchiaia

Carlo Betocchi nasce a Torino nel 1899 ma trascorre a Firenze l’infanzia e la giovinezza per cui è a questa città che deve la propria formazione. Subisce inizialmente le suggestioni provenienti dagli ambienti letterari legati alla rivista Lacerba. Successivamente, tra il 1929-1942, è tra i collaboratori e principali fondatori di un’altra rivista famosa: Frontespizio. Tuttavia non tarda molto a sottrarsi alle esperienze, alle influenze locali, per trovare rapidamente una propria e inconfondibile voce di poeta.

In quell’eccezionale libro di Niccolò Tommasco che è il Diario intimo, fra le infinite e curiose annotazioni ce n’è una che dice: “Passeggio fuori di Porta a Pinti. Bello il crepuscolo in fondo a una lunga e dritta contrada d’antica città, bella e solitaria la luna tra gli alberi”. Ed è proprio qui, a Borgo Pinti, in questa contrada di antica città certamente mutata dai tempi del Tommaseo che un pomeriggio invernale verso il crepuscolo, mancava la luna, il 27 febbraio 1972 ebbi modo d’incontrare e di conoscere Carlo Betocchi.

Ero andato a trovarlo senza alcun appuntamento e lo avevo atteso in piedi davanti all’uscio della casa dove abitava: a Borgo Pinti. Al suo arrivo mi ero presentato nel modo più disarmante possibile. Ed egli mi aveva invitato a salire, con tutta naturalezza, parlando e ascoltandomi proprio come se si fosse trattato di un amico lasciato il giorno prima al bar accanto.

Betocchi era infatti a prima vista un uomo che colpiva per la sua franchezza e, come ha osservato Zanzotto, “per la serenità costruttiva che emanava dalla sua persona”. Sempre Zanzotto nel libro Fantasie di avvicinamento (Mondadori, 1991) ci offre di Betocchi un bel ritratto non solo affettuoso ma penetrante. Anche se già prima Carlo Bo, da poco scomparso, nella Storia della Letteratura Italiana (Garzanti, 1969) aveva avuto modo di rilevare con molta acutezza quelle che sono le caratteristiche fondamentali della poesia di Betocchi.

“La partita di Betocchi” scrive Carlo Bo “si è giocata al tavolo della più autentica, della più nuda semplicità e proprio il suo ultimo libro, Un passo, un altro passo, sta a dimostrare il carattere di strappo verso l’assoluto che ha la sua poesia, la poesia della vecchiaia. Un giorno si faranno davvero i conti, almeno quelli che il tempo ci consente. E allora si vedrà quante di queste pagine saranno ancora vive”.

Un giudizio del genere, devo ammettere, mi sento di condividerlo in pieno. E non perché nel corso della mia visita a Betocchi egli mi regalò questo suo libro, Un passo, un altro passo, con una cara dedica. Ma perché dopo tanti anni, ogni volta che lo rileggo, colgo in esso parole che mi coinvolgono senza risparmio. Un passo, un altro passo è senza dubbio il vertice di una testimonianza umana prima ancora di un esercizio poetico.

E basta estrarre dalla raccolta alcuni versi, di per sé espliciti, appartenenti a poesie diverse, ma sempre significativi di una medesima ossessione: “Giorni che invecchio, assenti, cui il pudore | del vivere è già spettro. || Non ho più che lo stento di una vita | che sta passando.”

Oppure assai amaramente: “Chi invecchia e sente sfiorire nel sangue l’amore | ha dei laidi tormenti, e s’addentra nell’ombra | di essi conoscendo anzitempo le stanze | d’un Ade immondo, di cui non parlarono i poeti.”

Continua Betocchi nella sua analisi spietata: “Così da più oscure latebre, si libera | un io sconosciuto invecchiando. | Così da vecchi si gioca a vivere, come da ragazzi | ogni gioco, con ciò che non serve più. | ...e ora che il crudo | suo vero rivelasi, tu, anima, specchio | d’eterno, che cosa farai? Così s’interroga | il vecchio, dondolando la testa mentre | soffre e dubita.”

Già, il vecchio soffre e dubita. E questo stato d’animo è molto diffuso in una società come la nostra che specialmente oggi, non si dimentichi, è una società fortemente invecchiata e comunque composta da moltissimi anziani non tutti felici e sostenuti dalla fede.

Problema attualissimo dunque, e non soltanto individuale.

Come chiaramente si vede in questa raccolta di Betocchi, Un passo, un altro passo, gli spazi riservati alla speranza sono minimi e la disperazione, anche se qua e là temperata da un senso cristiano, appare evidente. La vecchiaia che avanza con le sue insidie domina il pensiero, balza di continuo in primo piano. Ed io ancora conservo una lettera di Betocchi, vergata con calligrafia molto incerta, nella quale si lamenta in in modo accorato per certi disturbi fisici che gli causavano ansie ed insonnia. Una lettera come ognuno di noi, al termine della propria vita, potrebbe scrivere. Un documento umano che non nasconde la debolezza. E proprio per questo rivelatore di un declino fisico capace d’indurci alle più umili riflessioni.

Ora io credo che i poeti vadano letti più che commentati.

E Carlo Betocchi è sicuramente uno di quegli autori che meritano la massima attenzione essendo egli, senza tema di smentite, tra i maggiori poeti del secolo scorso. In nessun altro poeta del Novecento è dato infatti di trovare una capacità di confessarsi così umana e scoperta. E nessuno come lui, tra i poeti del Novecento, ha saputo raccontare i turbamenti, e i propri tormenti di vecchio, con una verità di accenti così diretta e così pudicamente sincera.

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