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Etica e civiltà di ‘versi incivili’

Carlo della Corte, scrittore senza illusioni

“Chi protesta contro le case editrici e il loro mercantilismo può avere ragione. Ma d’altra parte una casa editrice è anche un’industria, con un preciso piano di profitti che la spinge ad agire, appannandone spesso le intenzioni di diffondere risolutamente la cultura. Oltre a ciò c’è un’ altra considerazione: la fallibilità dei consulenti, uomini come tutti, con i loro gusti, le loro idiosincrasie e le loro passioni. Anche i più bravi tenori qualche volta fanno stecca, figurarsi le case editrici: la storia dei loro errori, dei libri rifiutati dall’una e pubblicati dall’altra con strepitoso successo sarebbe infinita”.

Queste che avete appena letto sono parole pronunciate da Carlo della Corte il 31 ottobre 1968, trasmesse dalla sede Rai di Venezia nel corso di una bella recensione ad un mio romanzo. E fu proprio in tale occasione che conobbi Carlo della Corte in quella sede di Palazzo Labia dove lo scrittore veneziano, titolare di una rubrica che si chiamava I fogli parlanti, lavorò dal 1968 al 1993 dopo essere stato per quasi otto anni prima alla Mondadori e quindi alla Rizzoli.

Ancora adesso ricordo piacevolmente quell’incontro che avvenne in una specie di salottino-anticamera. Non so perché, probabilmente influenzato dal luogo, immaginai allora che Carlo della Corte, ormai intorno alla quarantina essendo nato il 22 ottobre 1930, mi sarebbe apparso nelle vesti di un classico signore tutto vestito e cravatta. Mentre al contrario quello che mi si presentò di fronte era un giovane dall’aria tra seria e scanzonata, con un paio di scarpe da ginnastica, e una maglietta polo con il collo aperto di un vivace color giallo canarino. Quella tenuta non dico sportiva, ma sicuramente informale, penso possa servire da abbozzo per un primo ritratto di Carlo della Corte: un uomo che durante tutta la vita, come traspare dalle sue opere, ha badato più alla sostanza che all’apparenza e credo abbia sempre avuto, non tanto nei confronti delle istituzioni ma delle ingiustizie che sovente le accompagnano, una sorta di profondo ed amaro scetticismo.

Ricordo bene il nostro primo colloquio. Mi parlò della Rai, dei corridoi di quel palazzo in cui lavorava dove, a suo dire, vagavano ogni tanto come anime in pena anche uomini stipendiati per fare poco o nulla. Si capiva sùbito, al di là del tono ironico, che non solo egli sopportava male certe situazioni, ma che tutta la sua natura lo portava a condannare, in genere, molti aspetti della società in cui era costretto a vivere. E questo atteggiamento di sconforto, direi di delusione nei confronti del prossimo, si riscontra già in un libriccino di poche pagine custodito alla Biblioteca Marciana che ha per titolo Stagione pubblica. Il libro esilissimo e “fatto in casa”, formato cm. 7 x 10 senza alcun’altra indicazione, contiene nelle sue scarse venti pagine una poesia, Requiem aeternam, dov’egli scrive così: “Se non tutti hanno forme bionde di pane | da spartire nel fumo delle cucine | perché vi sono rose per tutti | e preghiere abbondanti nei sepolcri?” La denuncia sociale è qui evidente. Ma soprattutto l’accenno ai sepolcri, con il riferimento implicito alla morte, è un tema che ricorrerà spesso nel nostro autore come una specie di ossessione. Esso affiora nel volume Cronache del gelo, edito da Schwarz nel 1956. E si rivela pienamente nel libro Versi incivili (Mondadori 1970) in cui Carlo della Corte mostra tutto il suo risentimento di uomo angosciato e smarrito di fronte alle perdite che la vita infligge a ognuno di noi.

Si leggano ad esempio i versi che seguono tratti dalla poesia Dal fondo del sacco: “E invece spariscono tutti, è inutile | che tu li leghi, cancro e infarto fanno strage | nel tuo quieto presepio, anche le zie | hanno raggiunto tuo padre, e bevi sperando | che qualcuno scampi”.

Come si vede non c’è nessun tentativo di abbellimento in questa constatazione cruda a cui ne seguono altre, sempre più sconsolate come questa: “Esiste forse una regola | ma non funziona nei giorni | dispari, nei giorni pari | non funziona mai, diomadonna”. E più avanti: “Questa sera non battere alla porta | del caos, cerca nell’ombra un altro | abito, una tomba diversa | più geometrica e viva”. Le affermazioni che si susseguono nelle varie poesie hanno sempre lo stesso accento negativo: “È così raro vincere | più facile morire | farsi nebbia, sfumare...” Altrove rincara la dose: “...Io mi sento vano | come gli stracci della storia. | Sono un curioso accidente | sulla pelle delle cose”. E questa disperazione costante che trabocca dai Versi incivili trova il suo culmine nell’ultima composizione della raccolta che ha per titolo, emblematicamente, Dentro il cappio: “Qualche volta si apre una cavità nel vento | una lunga placenta ti strangola… | Poi ti espelle un sussulto, che so? | S’allenta il cappio | rientri nella rigida vita”.

Va precisato che anche nelle poesie in dialetto, Un veneto cantar, Carlo della Corte non si discosta da queste tematiche come allorché, rivolgendosi alla giovinezza, sembra volerla aggredire e rimproverare: “Ti, giovinezza, creatura imbriaga | bruta vaca che ti va via”. Ed è davvero difficile capire da dove Carlo della Corte abbia ricavato tanta amarezza che a volte gli suggerisce toni di vera e propria ribellione.

Per quanto invece riguarda la narrativa egli ci ha lasciato alcuni romanzi, Cuor di padrone e Il diavolo suppongo, entrambi finalisti al Premio Campiello, il primo nel 1977 e il secondo nel 1990.Va anche ricordato Di alcune comparse a Venezia, del 1968, un libro che piacque molto a Federico Fellini tanto che avrebbe voluto farne un film: la cosa non andò in porto in seguito alla scomparsa del regista. Ma a mio giudizio si tratta di un libro che pur avendo delle pagine notevoli, con una lingua ricca di coloriture, nell’insieme alla lunga stanca un po’, e manca di sintesi, essendo il Carlo della Corte poeta sicuramente più efficace del narratore.

È un poeta che non si compiace di estetismi ma che si confessa nella nudità della propria disperazione. Osserva a un certo punto: “Se guardo vedo me grosso, sbarrato sacco | senza sfogo, teso sul vuoto”. E per la verità è una specie di autoritratto molto impietoso in cui stento a riconoscere il giovane dall’aria scanzonata da me conosciuto, molti anni fa, in questa Venezia dove, sono parole sue, “non si fa più storia da tanto tempo ma soltanto cronaca”.

Nell’esaminare l’intera opera di Carlo della Corte ciò che pertanto emerge è un visibile scontento. Forse intimamente egli cercava qualcosa, difficile da raggiungere, per cui è indicativa la frase che troviamo in un suo romanzo: “Quando si cancella Dio, di fregato è solo l’uomo”. E questa frase è di sicuro una spia, è una confessione che fotografa l’uomo in tutta la sua solitudine. Mi sembra anche opportuno aggiungere che Carlo della Corte era una persona schiva e non amava esporsi in pubblico con gran discorsi. L’ultima volta che lo sentii prendere la parola fu alla presentazione di un libro di Vittorio Sereni tenutasi presso la Biblioteca Querini Stampalia. E per chiudere qui questi brevi appunti, nel rammentare che i miei rapporti con Carlo della Corte furono sempre di reciproca stima, desidero inoltre citare un piccolo episodio che però mi sembra assai singolare.

Personalmente infatti avevo scritto un libretto e glielo avevo mandato come facevo altre volte. Si tratta di una raccolta di versi la cui poesia finale, Letture, termina con queste esatte parole: “Poi una sera mentre leggevo | la mia testa cadde riversa | dentro il libro. | E fummo entrambi una cosa sola”. Ebbene, il fatto curioso è che Carlo della Corte morì improvvisamente e proprio così: lo trovarono che leggeva, con la testa riversa su di un libro essendo diventato, com’è destino per ognuno di noi, parte di un libro molto più grande e di una storia molto più vasta e misteriosa.

La coincidenza mi parve davvero significativa. Eravamo in pieno inverno, il 25 dicembre dell’anno 2000.

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