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Il debole confine tra arte e poesia
Da Vellani-Marchi alla Guidacci

Rio Terranova a Burano (1938)

   

Case di pescatori a Burano (1942) - Galleria Ponte Rosso, Milano, www.ponterosso.it

 

In un saggio che apre il volume Burano e la laguna veneta cosi scriveva Orio Vergani del suo amico Vellani-Marchi al quale il libro è dedicato: «Non conosco devozione più affettuosa e felice di quella che ormai da trent’anni ha legato Mario Vellani-Marchi alla scoperta della vita di Burano.Tutti sanno che Vellani-Marchi ha girato il mondo. È il solo pittore che abbia compiuto l’intera traversata dell’Africa. I paesaggi italiani non hanno segreti per questo infaticabile pittore e disegnatore. Non si potrà avere un “ritratto” del nostro paese, dalla Calabria all’Umbria, dalla Toscana alla Valle d’Aosta, se non si ricorrerà alle grandi tavole litografiche che Vellani-Marchi è andato componendo tra il 1919 e il 1928. Non si conoscerà il “costume” italiano se non si andranno a ricercare i suoi albi. Per tutta l’Italia, per tutta Europa, per tutta l’Africa l’occhio di Vellani-Marchi ha scelto infallibile i suoi temi. Ma di uno dei miracoli paesistici e umani che ancora sopravvivono al mondo – un’isola, una laguna, una moderna leggenda ancora vivente all’ombra di un sottile campanile – non avremo una visione più completa, e di più valida poesia, di quella che in tanti anni di assiduo amore Vellani-Marchi è andato componendo in esaltazione del piccolo mondo degli incantesimi di Burano». «Perché Burano» osserva Orio Vergani nel suo delizioso saggio «è un’isola da scenari evangelici che si è difesa per una semplice legge della natura: quella della sua appartata solitudine».

È infatti qui che nei primi del Novecento arrivavano con le loro tavolozze i pittori Gino Rossi, Moggioli, Pio Semeghini. Ed è qui che per alcuni decenni Mario Vellani-Marchi venne a riprendere, con precisi e delicati tratti di penna, i suoi pescatorelli e le sue aggraziate merlettaie. Ora naturalmente Burano non è più quella che Vergani e Vellani-Marchi hanno descritto. Io stesso la ricordo quando intorno agli anni Sessanta il paesino lagunare si offriva ancora in tutta la sua calma bellezza estiva con i canali sonnolenti, l’osteria da Romano, e le basse case dipinte con colori a calce che sbiadendo si fondevano in morbide tinte pastello. Mentre adesso le stesse case sono state ridipinte a colori forti o addirittura violenti, con vernici sintetiche, e l’impressione che se ne ricava è quella di un vistoso involgarimento. Anche il resto del paesaggio urbano è grandemente mutato. Sono sorti una quantità di negozi che al posto degli autentici merletti di Burano, divenuti sempre più rari, vendono imitazioni di produzione asiatica. D’estate i vaporetti scaricano sulla piccola isola folle di turisti che l’intasano in ogni sua parte. Sicché parlare di scenari evangelici direi che oramai non è più proponibile. Fermiamoci comunque al saggio di Orio Vergani poiché fu proprio grazie al suo bellissimo libro Burano e la laguna veneta che io venni a conoscere l’opera di Vellani-Marchi. Ne rimasi talmente suggestionato che decisi di conoscerlo. E non tardò molto che, avutone l’indirizzo, andai a trovarlo a Milano dove, se la memoria non m’inganna, aveva lo studio in via Appiani. Ma di quest’ultimo particolare non sono sicuro perché da quell’epoca molto tempo è trascorso. Purtroppo, delle cose che appartengono al passato molte si dimenticano facilmente, altre sfumano, e di altre ancora solo poche tracce rimangono vive. Così della mia visita a Vellani-Marchi non è che posso dire più di tanto. Ricordo vagamente il suo studio con il cavalletto al centro, una tela appena abbozzata, e accanto una sedia su cui c’era un libro di Thomas Hardy. Ricordo che quel giorno il pittore mi regalò generosamente un suo disegno.

Ed è un disegno che non solo custodisco gelosamente ma dal quale voglio partire per parlare di Margherita Guidacci. In effetti non si sa per quali vie e per quali curiosi riferimenti spesso tra cose e persone, tra luoghi e distanze, si creano delle connessioni dovute a somiglianze o a rimandi sottili. Resta il fatto che quel disegno di Vellani-Marchi rappresenta una donna, una merlettaia, china sul proprio lavoro.

L’atteggiamento composto della persona, ma soprattutto l’espressione del volto, fanno sì che dall’intera figura, fissata con tocco leggero, si ricavi un senso di femminile grazia. Ed è proprio questa espressione pulita, direi onesta e trasparente, che ogni tanto mi riporta al mio incontro con Margherita Guidacci. Quando infatti andai a trovare a Roma la Guidacci in qualche modo mi apparve una figurina così. Mi accolse nella sua casa un pomeriggio, non so se di primavera o prima estate, facendomi accomodare in una stanzetta dove la luce era piuttosto scarsa. E il ricordo che conservo di lei è di una donna dall’aspetto modesto, credo che gli occhi fossero di un grigio-azzurro, seduta davanti a me come una qualsiasi donna di casa. Ciò che emanava dal suo modo di porsi e di parlare era nella sostanza un tono mite, smorzato, ma con una nota di gentilezza pudica, direi in certi momenti perfino mesta, simile per certi versi al disegno di merlettaia di Vellani-Marchi. Più che avere l’aria di una studiosa, raffinata conoscitrice di letteratura inglese e americana, ciò che in lei mi colpì fu proprio questo aspetto riservato e normale. E se non avessi già letto cose sue, di grande rilievo, in quel momento l’avrei scambiata per una di quelle donne che passano il pomeriggio curve su di un ricamo per poi magari preparare di sera, al ritorno dei figli, una crostata o una torta di mele. In realtà quella che avevo di fronte era una donna di grande intelligenza, assai colta e preparata. E si deve a lei una delle più belle traduzioni in italiano delle poesie di Ezra Pound, ma soprattutto di Emily Dickinson (Sansoni 1961) alla quale sicuramente la Guidacci ha dedicato tempo e cure amorevoli per una sorta di profonda e innata sintonia. Il risultato è che le poesie della Dickinsin, spesso brevi e folgoranti, sono rese nella traduzione con singolare efficacia. E in particolare con quella chiarezza che è alla base di tutto il percorso della Guidacci, non unicamente come traduttrice, ma come validissimo poeta in proprio. In proposito desidero riportare una sua dichiarazione che mi sembra importante. Scrive infatti la Guidacci: «Quando mi volto indietro a considerare la mia esperienza poetica mi pare che sia caratterizzata da tre costanti. La prima è un impulso di conoscenza. La poesia è sempre stata per me uno strumento conoscitivo. La seconda costante è la volontà di comunicazione. Fin dagli esordi ero pronta a scrivere nel deserto e per il deserto. Ma se le mie poesie fossero capitate nelle mani di qualche lettore, non doveva essere per colpa mia che questi non potesse riceverle. Conseguenza delle due prime costanti è la terza: un linguaggio estremamente semplice e concreto, da cui ho tenuto lontano non solo ogni mistificazione volontaria, ma anche ogni possibile ambiguità». Come si vede sono affermazioni sulle quali vale la pena di riflettere. La Guidacci, nata a Firenze nel 1921, ha tenuto fede al proprio impegno dichiarato. La sua poesia è pensosa, controllata, pervasa da un grande senso dell’eterno fluire delle cose. Mi permetto di citare dal libro edito da Vallecchi nel 1946, La sabbia e l’angelo, due versi malinconici e struggenti: "Non inchinarti alla tristezza essa è un evento del sogno".


Margherita Guidacci, tra Carlo Betocchi e Nicola Lisi, stringe la mano a Fryda Rota.

Ma soprattutto voglio rammentare il libretto Giorno dei santi (edizioni Scheiwiller 1957), con la bellissima poesia contrassegnata dal numero 6 in cui si parla di una madre che allatta la propria figlia: "Mia nata dorme il misterioso profondo sonno dell’infanzia, ancora ospite più che cittadina in questo nostro mondo per lei straniero. Sento la dolce ondata del latte salirmi al seno: tenerezza che di sè gonfia tutte le mie fibre, dilata i miei confini. Qui lo stanco sangue si rifà puro a una segreta sorgente, si rifà vergine e può colmar la sete di vergini labbra".

Tralascio il resto di questa poesia che continua con intensa partecipazione. Ma spero che come esempio, seppur così breve, sia utile a ricordare Margherita Guidacci la cui opera è tutta ricca e degna di essere segnalata. Si tratta di una donna dalla presenza schiva, direi in penombra, dalla cui penna sono uscite molte altre liriche. Io so di averle lette sparse su riviste e tratte da libri di cui non ricordo più i titoli: sarei grato se qualcuno vorrà suggerirmeli dal momento che nelle biblioteche di Venezia non sono riuscito a trovarli tutti. Ma ho trovato in ogni caso uno stimolo a interessarmi, della Guidacci, e a riproporne il nome con ammirazione, seguendo istintivamente i lontani sentieri che partendo dalla laguna veneta, e da un disegno di Vellani-Marchi, mi hanno condotto dilatandosi e come per magia al mio incontro romano con questa poetessa fiorentina. Perché avviene spesso dentro di noi che le cose ci chiamano, si sposano tra di loro, creano legami ed intarsi. Un po’ come quelle scatole di lacca orientali che si aprono, simili a matrioske, e quando ne apri una trovi che dentro ce n’è un’altra, e poi un’altra ancora, suscitatrici di ricordi e moti di meraviglia. È allo stesso modo che da Vellani-Marchi sono passato alla Guidacci con naturalezza intrecciando momenti diversi e affinità. Attraversando confini spesso solo apparenti. E compiendo così un altro viaggio tra quelli che hanno ingentilito la mia vita.

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