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Arte, moralismo e mercato

Goffredo Parise, la pornografia ed altro

Una sera come tante Goffredo Parise viene a Venezia e tiene una conversazione all’Ateneo Veneto in una sala stracolma di gente. Il testo che segue è l’inizio di tale conferenza da me registrata e trascritta, non ricordo con esattezza in quale data. Eravamo intorno agli anni 1976-77. E gli argomenti affrontati da Parise un quarto di secolo fa, condivisibili o meno, hanno comunque un carattere di forte attualità considerando le polemiche che oggi si fanno in tema di globalizzazione.

Ecco dunque nel ricordo di una lontana serata l’esordio di Parise che incomincia a parlare leggendo da alcuni fogli: “Argomento di questa conversazione è la pornografia nel mondo. Argomento vastissimo e oggi assunto a valore, più che di argomento, di fenomeno. Ora noi cercheremo di esaminarlo qui come appunto fenomeno e nient’altro. Per un’operazione di questo genere è necessario mettersi di fronte alla pornografia, o meglio del mercato del sesso, adottando nei limiti delle nostre individuali capacità l’atteggiamento dello scienziato, e prima ancora, dello studioso di scienze umane, del biologo, dell’entomologo. Cerchiamo dunque di vedere il comportamento dell’uomo nei confronti del mercato del sesso come quello di un animale o un insetto nei confronti di un mutamento dei rapporti naturali che lo hanno accompagnato per tanta parte della sua esistenza. Per prima cosa diremo dunque che la pornografia è sempre esistita. Poi diremo subito che la pornografia è oggi una morale. Infine che ha uno stile. L’atteggiamento che noi dobbiamo cercare in tutti i modi di tenere lontano da noi è quello del giudizio moralistico,  cioè quello dettato da una particolare morale limitata entro spazi geografici e religiosi angusti. Per cui è necessario, per il momento, tenersi lontani così dalla morale cattolica come da quella dei paesi socialisti, entrambe morali puritane che condannano il mercato del sesso e la pornografia, e porsi diciamo così su di un terreno neutro, per il momento, e privo di morale, come appunto il terreno dove lavora e studia lo scienziato. Vestiti questi panni di scienziati o fenomenologi noi saremo liberi di osservare, studiare, analizzare, perfino di giudicare liberamente il fenomeno del sesso e la pornografia come fenomeni e non come argomenti proibiti.

Vediamo per prima cosa l’universalità anche storica, oltre che geografica, della pornografia nel passato. Essa è sempre esistita in tutti i paesi del mondo in forma che si potrebbe dire perfino religiosa. I graffiti di Pompei e gli affreschi di Tarquinia si potrebbero e si possono giudicare, agli occhi di una morale puritana e repressiva, come illustrazioni pornografiche. Così le sculture dei templi indiani di Khajurao che illustrano appunto le molte positure dell’accoppiamento. Così si possono considerare pornografia molta pittura cinese, indiana, e molta scultura negra, e perfino i totem degli indigeni americani. Eppure per quei paesi e quei popoli simili rappresentazioni non erano affatto pornografiche perché la morale non riteneva di dover condannare quelle illustrazioni e quelle sculture. In realtà il concetto di pornografia nella rappresentazione di amplessi e positure erotiche nasce e si sviluppa e cresce come morale negativa in tutti quei paesi le cui società hanno necessità di reprimere e di nascondere, quando non di condannare, tutto ciò che riguarda l’azione sessuale. E ciò è tipico di quanto avviene nelle società puritane, nel mondo cristiano sia preconciliare o post conciliare: mi riferisco al Concilio di Trento.

Queste poche parole valgano da preambolo alla nostra conversazione che però si articola sulla pornografia oggi e non sulla storia della pornografia. Infatti oggi, più che di pornografia, cioè di graffiti o illustrazioni o altre opere fatte a mano che simboleggino l’accoppiamento, si può e si deve parlare di mercato della pornografia. La pornografia moderna, o per meglio dire attuale, non è altro che il prodotto dello sviluppo dei consumi. Un film, un libro, un’illustrazione, un fumetto pornografico, non sono niente altro che prodotti equivalenti a qualunque altro prodotto di consumo in vendita in qualunque negozio. In altre parole, i consumi sono giunti al punto di produrre e consumare non soltanto oggetti utili e inutili all’uomo, ma l’essenza primaria dell’uomo stesso, cioè l’accoppiamento, cioè la meccanica della riproduzione.

A questo punto possiamo far entrare in campo la morale, cioè l’atteggiamento delle persone dotate di morale di fronte al fenomeno. Si scandalizzano queste persone di fronte al fatto che noi viviamo sommersi da oggetti di consumo? No, non si scandalizzano. Esse non trovano immorale o amorale il fatto che l’uomo sia diventato un consumatore, cioè un produttore-consumatore. Milioni di persone dotate di morale sono ottimi produttori e ottimi consumatori. Milioni di persone dotate di morale ritengono in questo modo di essere a posto con la loro coscienza, per così dire produttiva. Ma anche l’energia sessuale è in modo assolutamente naturale un’energia produttiva. Cosa produce? Produce accoppiamento: cioè qualcosa che può essere illustrato e venduto né più né meno di un qualsiasi altro prodotto. Noi dovremmo quindi discutere qui quanto sia immorale, ai fini della morale dell’umanità intera, la produzione e il consumo, compreso quello pornografico e sessuale. Dovremmo discutere se quella che viene denominata civiltà, o per meglio dire civiltà dei consumi, è realmente una civiltà, è veramente una morale utile all’uomo oppure non lo è. Dovremmo discutere insomma fino a che punto sia lecito e morale, ma soprattutto umano, produrre e consumare oltre e ben oltre i limiti della necessità che è la sola misura dell’umano. Oltre la necessità, la pura necessità, le nostre società cosiddette del benessere, sono andate ben oltre con risultati ed effetti a cui noi tutti assistiamo con profonda angoscia proprio in questi ultimi tempi. È noto a tutti che la grave situazione economica in cui ci troviamo non riguarda soltanto l’Italia, ma praticamente tutto il mondo occidentale, tutto il mondo dei consumi, tutto il mondo del benessere creato da quella “morale” che ha il suo vertice e il suo punto più basso di decadenza morale proprio in America, paese della morale consumistica.

Personalmente non sono uso a tenere conferenze e non ho mai creduto al monologo come strumento efficace di conoscenza. Ho invece sempre creduto strumento enormemente più efficace il dialogo. Ci siete voi uditori, ci sono io che parlo. Ma anche voi parlate e anch’io sono uditore. Ognuno di noi è potenzialmente e oggettivamente un interlocutore. Ognuno di noi, se è qui per dire la sua, deve dirla. Per cui da questo momento non mi resta che cedervi la parola”.

Qui Parise s’interruppe, smise di leggere, e subito dalla sala partirono a raffica tutta una serie di domande cui lo scrittore vicentino cercò di dare esaurienti risposte. Ovviamente gli argomenti, scottanti, ne suscitavano altri come succede in questi casi per una sorta di effetto domino. E tutto ciò è presente nel nastro da me registrato che qui, per ragioni di spazio, non è possibile riportare per intero. A un certo punto, di fronte a una precisa domanda se considerava la pornografia un bene o un male, Parise risponde: “Il male è una parola vaga”. Affermazione questa, insieme ad altre successive, dalle quali si ricava l’impressione di uno spirito smagato e scettico, assolutamente laico, pronto a lanciare frecciate contro la chiesa cattolica, contro la società dei consumi, e in particolare come si è visto contro l’America.

Ora, e ne abbiamo conferma in questi tempi, tutto ciò riporta, come inizialmente si è rilevato, a problemi di pregnante attualità. E sarebbe interessante sapere come Parise, se fosse ancora vivo, avrebbe commentato i fatti e le accese controversie che oggi con i no global trovano spesso séguito su scala planetaria.

Che la disputa sul consumismo esista è un dato presente e reale. Chi abbia ragione, tra le parti contendenti lo dirà il futuro: io non sono una sibilla. Di sicuro a me sembra che il consumo, quando rimanga equa distribuzione di beni a livello mondiale, sia un fatto positivo. Va condannato, come del resto altre cose, quando diventa regola unica ed eccesso. Ma indipendentemente da ciò, e dalle idee espresse in quella lontana conferenza, a me fa piacere ricordare qui lo scrittore Parise: un uomo amico di artisti e pittori, giornalisti e letterati. Quando Parise si sposa, è un particolare curioso, Giovanni Comisso gli regala un anello fatto con i pennini delle sue penne stilografiche e alla morte di Comisso, avvenuta in un ospedale di Treviso, proprio Parise ne ricorderà la perdita con commosse parole. Ma al di là di esse, che ci rivelano un uomo capace di affetti profondi, tutta l’opera di Parise è pervasa da malinconico strazio proprio di uno scrittore che nei confronti dell’esistenza ha avuto uno sguardo di estremo disincanto. Per rendersene conto basta aprire il suo libro Sillabario N.2 – edito da Mondadori nel 1982. C’è ad esempio, a p. 23, un breve racconto dove viene descritto crudamente un bimbo africano affamato che arrostisce a fuoco lento un topo per poi mangiarselo. La scena è lucida e impressionante. Si rimane addirittura sgomenti: altro che consumismo! Ma dovunque vi sono pagine che descrivono in maniera mirabile, e priva di retorica, destini umani che s’incrociano malamente, solitudini astrali, disperazioni silenziose. E tutto è offerto con una misura e con una pietas in fondo ben nascosta, che fanno sicuramente di Goffredo Parise non solo un grande, ma un grandissimo scrittore.

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