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Il romanzo popolare italiano

Verso gli anni 40 della “monarchia di luglio” di Luigi Filippo d'Orleans gli episodi che più entusiasmavano i lettori dei supplementi letterari dei giornali di Francia erano quelli di Eugène Sue.

In fondo Eugène Sue non aveva fatto altro che trasporre nell'ambiente popolano tutto quello che di malvagio e perfido avveniva nei romanzi del terrore che ancora erano di moda al tempo della Restaurazione. Il male, che nelle trame gotiche è istigato dal Demonio o è opera di forze soprannaturali, in questi romanzi è invece insito nell'uomo il quale lo manifesta quando è forzato dal bisogno o dagli istinti della sua natura. L'ambiente – lontano dai castelli e dai conventi – è la città, il protagonista è la gente, la trama è la vita. E l'eroe che risolve le questioni è spesso il tribunale civile.

Pubblicato dal 1842 al 1843 in appendice al “Journal des Débats”, il suo romanzo I misteri di Parigi diede il modello a una innumerevole serie di “misteri”, e cioè di fatti che avvengono nell'ombra dei bassifondi, compiuti da gente umile e misera.

Come l'autore ha sempre proclamato, l'intento suo era di denunciare le violenze e le prevaricazioni cui questa gente era vittima, conferendo ai suoi romanzi una finalità sociologica e investendo se stesso di una missione umanitaria.

La produzione di queste opere a sfondo sociale si sviluppò in ogni paese d'Europa con progressive e individuali modificazioni, creando l'humus da cui si eleveranno i grandi romanzi del realismo ottocentesco di Dickens e di Dostoevskij.

Da noi questo fenomeno si sviluppò con una morbosità tutta propria a partire da quello che è l'incunabolo del romanzo sociale italiano (secondo la definizione di Enrico Ghidetti) Ginevra o l'orfana della Nunziata scritto da Antonio Ranieri. Vergato con un vigore inconsueto nella nostra precedente narrativa, è permeato di una tetra forza che gli conferisce un alone di opera maledetta. L'autore lo aveva pubblicato nel 1839, per questo si arrogherà il vanto di aver anticipato il Sue nel promuovere questo genere.

Nel Secondo Ottocento la narrativa italiana partecipa con un considerevole afflusso di autori alla congerie di persecuzioni, sevizie, delitti contenuti nelle più svariate situazioni degeneri e scellerate di cui trovava spunto nelle varianti moderne del romanzo nero inglese.

Praticamente tutte le forme di romanzo delle letture borghesi (che richiederebbero a tutt'oggi di essere ordinate) in cui si intersecano quegli elementi di volgarizzazione di tutto quanto l'orrido romantico aveva mantenuto in uno stato di sospensione dell'animo, convergono in un tipo di narrativa che verrà comunemente compresa sotto la denominazione di “romanzo popolare”. Il nome è ripreso da una collana di libri iniziata in Francia nel 1865. “È quindi un termine pubblicitario ... che non designa una fonte ma richiama una clientela” [J. Tortel, Il romanzo popolare, in: Aa.Vv. La paraletteratura, Napoli, Liguori, 1977], perciò, più che definire un genere, appartiene alla storia del costume editoriale.

Benché, da ultimo, siano quelle caratteristiche a definire in senso lato questa letteratura, essa rimane connaturata al romanzo sociale vero e proprio, e l'espressione diviene “l'eco dei grandi problemi del momento... portavoce delle speranze, delle indignazioni, delle difese spesso discrete degli strati popolari” [Y. Olivier-Martin, Sociologia del romanzo popolare, in: Aa.Vv. La paraletteratura, Napoli, Liguori, 1977].

La letteratura a sfondo sociale ebbe non poca influenza sulla emancipazione politica delle masse lavoratrici. E il catalogo della casa editrice socialista – come si nominò – Nerbini di Firenze, accanto ai volumi di propaganda politica e alle raccolte di scritti di Mazzini e di Proudhon, ha un nutrito numero di romanzi popolari soprattutto di contenuto anticlericale.

Ma a differenza della Francia – con Émile Zola – o della Russia – Con Aleksandr Kuprin – in Italia non si raggiunse una vera dignità letteraria se non in pochi casi riscontrabili in Giuseppe Rovani, Francesco Mastriani, Francesco Dall'Ongaro, Paolo Emiliani-Giudici, F.D. Guerrazzi e in Benito Mussolini romanziere.

I conseguenti romanzi dell'inesauribile scrittrice Carolina Invernizio ripropongono, in una mescolanza di tinte nere, sanguigne e rosa, tutti i temi del romanzo ottocentesco, segnando lo stemperarsi del romanzo popolare nella evidente finzione del libro di intrattenimento. Il mondo, di cui il romanzo si era fatto proprio, sfugge dalla pagina, ha acquistato coscienza di sé, non è più modello di desolazione morale ma è diventato dignitoso protagonista dello sviluppo economico, a cui dovrà il suo riscatto.


Antonio Ranieri Francesco Mastriani Benito Mussolini Carolina Invernizio

Antonio Ranieri

Ginevra o l'orfana della Nunziata
Tipografia Elvetica, Capolago 1839

Io non so nel seno di qual donna, né per saziare le voglie di qual uomo, io fui concepita. Non so chi, levatami dal sacro fonte, mi battezzò nel nome di Ginevra. Non conobbi mai colei che mi nutrì col suo latte, né mi sovviene di nessun volto umano che abbia sorriso alla mia infanzia.

La mia prima memoria è l'aver rotto la tenera fronte allo spigolo d'una tavola di marmo, ch'era nel mezzo d'un lugubre corridoio della Casa della Nunziata. Questo mi avvenne per un calcio che mi scagliò una di quelle furie che quivi si chiamano nutrici, della quale mi si è dileguata ogni sembianza. Questa memoria è come un lampo, che mi traluce talvolta alla fantasia e sparisce. Poi tutto è buio: e solo mi sovviene ch'io piangeva molto, abbandonata quasi ignuda sul freddo pavimento, ch'io bagnava delle mie lacrime: ma le cause del mio dolore mi sono fuggite.

Il primo avvenimento, onde mi è possibile di cominciare il racconto di questa mia povera vita, è il seguente.

Era uno di quei giorni cupi e piovosi, nei quali la natura sembra piangere insieme con noi delle sciagure alle quali ella medesima ci ha abbandonati. Io povera bimba, gittata al solito per terra fra le centinaia di mie coetanee, morta del freddo ed estenuata dalla mancanza di nutrimento, era fra questa vita e l'altra, in uno di quei momenti di assenza totale di sensazioni, che si provano nei primi giorni di cui la propria coscienza comincia a riconoscersi ed a contare, per così dire, una storia di se stessa. Una nutrice, e di costei ho presentissimo il laido e sozzo viso, appressandosi a me, mi sollevò di peso per il sinistro braccio, di s¡ mala maniera, che mi slogò la spalluccia. In vano tenterei di esprimere con parole di fierezza del dolore ch'io ebbi. Le mie strida acutissime avrebbero riscosso il carnefice. Ma la donna parve non avvertirle, e sempre nella medesima attitudine mi portò, o pi£ tosto trascinò in una specie di tenebroso parlatorio.

Quivi, sopra molti rozzi scanni che l'ingombravano, erano assai bambini di ambo i sessi, in varie positure, e tutte penosissime. Alcuni avevano le mani e i piedi cos¡ stretti e chiusi nelle fasce, che il sangue, come poscia ho capito, più non circolando, regurgitava alla testa. Però mostravano il viso tutto livido ed annerito, ed erano prossimi a rendere lo spirito. Altri erano sciolti e scalzi; anzi tanto sciolti, e tanto scalzi, che nel cuore dell'inverno altro non avevano indosso che una sorta di grembiule, dal quale parevano, ma non erano, coperti. Giravano per la squallida sala alcune figure come di contadine, brutte, le pi£, come la mala ventura. Queste davano di piglio a vicenda, chi a questo, chi a quell'altro bambino. Lo tastavano tutto, gli squarciavano la bocca, gli storcevano le palpebre, venendolo considerando come ogni altra merce. Molti ne rifiutavano con quel garbo che potete immaginare. Qualcuno che andava loro a grado, lo toglievano in braccio e portavano via senza pi£. Solamente un vecchio bianco e calvo, che, con larghi occhiali sul naso e con un grosso libro innanzi, sedeva a una tavola in un canto della sala, mentre la donna portava via il bambino, notava non so che in quel libro.

Arrivata nel mezzo della sala, l'arpia che mi aveva ghermita apr¡ l'artiglio e mi lasciò cadere sopra uno scanno. Io fui presa e ripresa, per quel medesimo braccio ch'io avevo slogato, non so quante volte da non so quante persone. Fui stazzonata, sgualcita, pesta in tutte le forme possibili. L'eccesso del dolore mi aveva renduta in apparenza tranquillissima, togliendomi interamente la forza di piangere. Alla fine una donna di mezzana età, ch'avea un occhio cieco, e l'altro cos¡ orrido e spaventato, che pareva una lammia, dopo avermi straziata in mille guise, e postemi le mani in bocca e altrove, come si fa dei cavalli, visto che io né pure fiatava, disse alle nutrici in quel suo rozzo linguaggio:

– Questa bimba mi conviene. Io non posso patire i fanciulli che piangono. Dall'aurora si vede il buon giorno. Io voglio farmene un aiuto alle mie fatiche, ed ho bisogno ch'ella sia d'indole quieta ed obbediente. Che tempo ha ella?

– Quattro anni nei cinque, le fu risposto.

– Or bene, la prendo, – disse la donna.

Allora il vecchio scrisse nel libro, e la donna me ne portò in braccio sulla via.


 

Francesco Mastriani

La Medea di Porta Medina
Pubblicato postumo nel 1915

XXVIII
Il dramma di Casoria

Pochi esempi d'una feroce vendetta sì freddamente meditata ed eseguita offre la storia dei delitti celebri. Coletta Esposito offre agli studi antropologici un tipo straordinario. Questa donna che allatta la sua creatura poco prima di strangolarla è qualche cosa che fa fremere la natura. La Medea dei Greci desta ancora raccapriccio ed orrore. Mito o storia, il dramma antico ha pochi riscontri attraverso i secoli. La gelosa figlia del re della Colchide dovea trovare una imitatrice della sua ferocia della napolitana di Porta Medina. Cipriano fu il Giasone e Teresina la Creusa dell'orribile dramma di Casoria, il quale ci accingiamo a narrare nei suoi particolari. Non leggano le madri questo capitolo della presente istoria.

Se dormisse quella notte del sabato 18 maggio 1793 Coletta Esposito, dubitiamo.

Si dorme forse alla vigilia di un meditato delitto?

Pure, la cara bambina, la innocente vittima designata della materna gelosia, dormì quella notte il sonno delle anime innocenti, che sono vicine ad essere accolte in paradiso nell'amplesso degli angioli.

Che sognò mai quell'anima sì pura ed innocente?

Per la prima ed ultima volta, quella madre impossibile pose accanto a sé nel suo letto quella cara bambina.

Incomprensibile abisso di misteri è il cuore umano.

Fu quella notte una lotta lunga e terribile tra l'amor materno e la febbre della vendetta.

Se Coletta avesse avuto il pensiero di uccidere il suo amante traditore e la felice rivale, sarebbe un pensiero di vendetta razionale, logico e, diremmo, naturale.

Ma la morte è il supplizio d'un momento – dové pensare tra sé la Medea di Porta Medina – ed io voglio che la ferita che io farò al cuore dell'infido sanguini per lungo spazio di tempo: io gli debbo trapassare il cuore con una freccia avvelenata che non lo uccida di un colpo, ma che il faccia spasimare come un'anima dannata. Egli giurò su la vita di sua figlia di non tradirmi giammai, di non amare altra donna che me! Ebbene, egli è forza che lo spergiuro gli ricada sul capo. Colà, a pie' dell'altare, dinanzi al quale il traditore giurerà fedeltà e amore ad altra donna, quando le loro destre saranno congiunte dal ministro di Dio, gitterò ai suoi piedi il cadavere di sua figlia, e sotto agli occhi suoi gli svenerò la sposa.

Il cadavere di sua figlia! di mia figlia!!

E gli occhi di quella madre snaturatissima si rivolgeano alla sua creatura dolcemente addormentata.

Che cosa avveniva nell'animo di quella donna?

Il più fino color di rosa si dipingea su l'angelico visino di quella pargoletta, che avea dinanzi a sé in un lunghissimo avvenire il gran mistero della vita.

Era una bella salute quella fanciulla. Le sue carni aveano quella compattezza di fibre che è indizio di valida sanità e di lunga vita.

La piccola Cesarina non era di quelle costituzioni infantili che formano li scheletrucci prima dei tre anni.

Che placidezza di respiro! che rosei incarnati per le guance! che sonno dolcissimo e fattore di novelle organiche fibre!

E colei che avea formato quella bella organizzazione la distruggerà domani!

Noi comprendiamo il fratello che uccide il fratello, il figlio che uccide il padre, ed anco il padre che uccide il figlio. Comprendiamo queste mostruosità di natura, come aberrazioni e degenerazioni del tipo umano; ma non comprendiamo la madre che uccide il frutto innocente delle visceri sue.

Questa singolarità esce eziandio dall'ordine dei mostri.


 

Benito Mussolini

Claudia Particella o l'amante del Cardinale
Pubblicato a puntate sul quotidiano
“Il Popolo” di Trento dal 20 gennaio all'11 maggio 1910

Don Benizio accompagnò i colleghi in sulla porta. Ritornato nella stanza, non poté trattenere un gesto di trionfo. Mentre si svestiva per andare a dormire, pensieri di vendetta, di conquista, di godimenti gli turbavano il cervello. «A domani! A domani!», diceva fra sé. «La pecorella non potrà sfuggirmi. Impiegherò i mezzi buoni e cattivi. L'eloquenza gentile e la minacciosa, farò delle promesse, delle grandi promesse. Ah, Claudia, domani tu sarai mia! Lo voglio!»

E la donna dalle nudità lungamente agognate, quali appaiono nei furori di un erotismo coartato, ai forzati della castità, la donna bella e impudica che domani gli avrebbe gettato le braccia al collo, Claudia dagli occhi neri come quelli del diavolo, dagli omeri rotondi, dai capelli odorosi, dalla bocca paradisiaca, dalla pelle bianca e tenera, Claudia la cortigiana turbò il sonno di don Benizio, coll'incubo dei desideri insoddisfatti, colla speranza di carezze ignorate, di voluttà ineffabili sino all'esaurimento, sino all'esasperazione. La carne di questo prete fremeva, come freme un dio all'esasperazione. La carne di questo prete fremeva, come freme un dio silvano nel mirare una ninfa nuda che si specchi nell'acqua di un ruscello limpido e silenzioso.

Don Benizio era stato respinto da Claudia, come si respinge un mendicante importuno. Egli l'aveva amata dapprima, in segreto, rodendosi per l'indifferenza di lei, in una gelosia impotente. Le aveva dedicato dei versi, fatto umili servizi colla premura deferente degli innamorati che non osano. Poi si era dichiarato. Il cardinale si trovava a Roma. Una sera don Benizio affrontò Claudia che passeggiava sola pei giardini della Cervara. Le parlò del suo amore, le chiese uno sguardo benigno, una buona parola. Fu eloquente, a scatti, a singulti, come gli uomini che davanti a una donna non possono più trattenere l'impeto della passione. E Claudia sorrise di scherno e di pietà. Don Benizio non era il primo! Molti altri l'avevano assediata, ma invano! Di qui la ragione recondita dell'odio inestinguibile che gli ecclesiastici nutrivano contro di lei. Ella aveva respinto le loro dichiarazioni d'amore, li aveva derisi, cacciati; aveva fatto punire i più insistenti, i più cattivi.

Don Benizio vide nel sorriso compassionevole di Claudia una ripulsa eterna. Ma non disarmò. Durante lunghi anni impiegò ogni diabolico mezzo per rompere la relazione fra Claudia e il cardinale. Artefice instancabile creava dei malintesi, spargeva voci diffamatorie, calunniava. Claudia non ignorava l'opera di questo prete intesa a scavarle l'abisso, ma non se ne preoccupava. L'amore di Emanuele le bastava e le faceva dimenticare le insidie del prete amatore respinto e beffato. Da ultimo, don Benizio, dopo dieci anni di varie manovre, ricorse alle minacce. Cercò di atterrire Claudia. Non ne cavò vendetta allegra. Claudia era troppo intelligente, troppo superba per cedere alle minacce apocalittiche di don Benizio e dei suoi emissari. E il prete non aveva, tuttavia, rinunciato al suo sogno. Ne aveva fatto lo scopo della sua vita. Pur di giungere al possesso di Claudia, avrebbe venduto l'anima a Satana e preferito alla beatitudine dei cieli i roghi infernali, per tutta l'eternità. La passione, in cui l'odio e l'amore s'alternavano, aveva finito per irrigidire l'animo di questo prete. Egli si era pietrificato, fossilizzato nel suo desiderio, ed ora che la virilità accennava al tramonto, fiamme ossessionanti di libidine gli torcevano le carni. Egli era come l'arco teso alla meta, teso sino al punto in cui cede e si spezza.


 

Carolina Invernizio

Il bacio di una morta
Salani, Firenze, 1886

La Luna era salita a poco a poco sull'orizzonte, ma i suoi raggi erano ancora troppo deboli per rischiarare la cupa ombra dei cipressi e mandava soltanto una luce pallida, velata, misteriosa sulle tombe di pietra e di marmo, alcune abbandonate, altre ricoperte di ghirlande e di fiori.

Chi ha visitato un cimitero di notte, sa quale triste e funebre impressione se ne ricava. Il solenne silenzio che regna in quel luogo, sacro al riposo dei morti, i grandi alberi, le croci mortuarie, tutto è propizio alle più folli ed angosciose visioni.

Là è morte: davanti, di dietro, al nostro fianco, sotto i nostri passi, sotto l'erba che calpestiamo; è impossibile sottrarsi al suo pensiero. Anche l'uomo più forte, più scettico trema, si sente il cuore stretto da una gelida pressione. I monumenti assumono ai nostri occhi un aspetto fantastico, bizzarro; ombre vaghe, appena delineate, sembrano librarsi dinanzi a noi, tra le tombe, nell'aria; un sudor freddo scorre per tutto il corpo, le labbra diventano mute.

Tale impressione non mancò di provarla anche Ines, mentre, stretta al braccio del compagno, seguiva il custode sotto i loggiati del cimitero. Pur soffrendo molto, tuttavia, la giovane donna si manteneva calma, cercava di far forza al marito.

Alfonso rivolgeva attorno sguardi inquieti, smarriti; sulle sue guance erano due macchie di un rosso ardente, ma le sue labbra erano livide e Ines lo sentiva di quando in quando tremar convulsamente, come colto da brividi improvvisi. Ella lo guardava atterrita, ed egli, come se comprendesse il significato di quello sguardo supplichevole, pietoso, tentava un sorriso; ma quel sorriso era così straziante, così amaro, che strappava le lacrime.

Il custode solo si mostrava del tutto indifferente. Egli camminava senza riguardo per i passaggi tra le tombe, agitando un mazzo di chiavi che aveva appese alla cintola.

Fatto il giro del loggiato, voltò a destra e dopo pochi passi si fermò dinanzi a una porta di legno scuro, che aveva dipinta nel mezzo una gran croce bianca.

Era la porta della cappella, dove era stata deposta provvisoriamente la cassa che conteneva le spoglie della contessa Rambaldi. Ines si sentiva il cuore serrato come in una morsa. Alfonso trasse fuori di tasca un fazzoletto per asciugarsi il viso, irrigato da grosse gocce di sudore.

Il custode aveva aperto la porta, ed era entrato per il primo. I due giovani lo seguirono. La cappella era debolmente illuminata da una lampada ad olio appesa al muro, e a quel chiarore vacillante si poteva appena intravedere una specie di tavola, su cui era posata una cassa di legno di noce, con maniglie e borchie dorate.

– Eccola là, – disse a bassa voce il custode.

Alfonso fece un balzo come se fosse stato investito da una scossa elettrica e strinse la mano di Ines con una tal forza, che ci volle tutto il coraggio della giovane donna per non mandare un grido di dolore. Il custode era ritornato sulla porta.

Ines guardò Alfonso temendo che egli non riuscisse a sopportare la violenta commozione che l'agitava, ma il giovane teneva gli occhi fissi, spalancati sulla cassa.

– Ella... è là... là... vicino a me... – balbettò – ma quel coperchio mi toglie la vista del suo viso... Clara... io voglio vederti... –

Ines si era avvicinata al custode e tirò fuori dalla valigetta, che aveva portata con sè, una borsa con dei denari.

– Questa è per voi, – disse a bassa voce – se acconsentite al desiderio di mio marito; fategli vedere sua sorella.

– Mi dispiace, signora, ma non posso... non posso.

– Oh, non siate così crudele!... Voi siete padre... se la morte vi dovesse rapire un figlio diletto... non desiderereste vederlo più e più volte, prima che la terra ricoprisse per sempre le sue spoglie? –

Il custode s'inteneriva. Ines se ne accorse e facendogli scorrere destramente la borsa in mano:

– Suvvia, siate buono! – esclamò. – Dio vi ricompenserà più di quello che io possa fare! –

Due grosse lacrime caddero sulle guance del custode. Egli si avvicinò, senza far parola, alla cassa, e cercando dolcemente di allontanare Alfonso: – Aspettate che l'apra, – disse – così potrete rivedere la vostra povera sorella. –

Oh, quanta passione, quanta ineffabile tenerezza apparve sul viso poc'anzi impietrito del giovane, alle parole del custode! Sulle guance sbiancate ritornò un caldo respiro di sangue, e gli occhi ardenti, asciutti, gli s'inondarono di pianto.

– La rivedrò... la rivedrò... – disse a voce sommessa, quasi credesse di sognare.

Il custode aveva con lentezza fatto girare le viti e, senza alcuno sforzo, aveva sollevato il pesante coperchio. Un gran velo bianco copriva il cadavere. Il custode l'alzò con grande delicatezza ed un rispetto strano in un uomo del suo mestiere, e scoprì il corpo pallido e bello della contessa.

Alfonso ed Ines congiunsero le mani, e per qualche minuto il loro dolore parve tacere davanti alla serenità di quel corpo, che dormiva nel sonno tranquillo, solenne della morte.

La contessa era vestita tutta di bianco: i suoi capelli sparivano sotto una cuffia di trina che le scendeva fino sulla fronte: al collo aveva una croce di brillanti. Ella era bella, bellissima.

Il viso era pallido, ma non aveva quella lividezza spaventosa, propria dei cadaveri. Nessuno, vedendola, avrebbe creduto alle sofferenze che erano state il preludio della sua morte. Uno sguardo sembrava scivolar fuori dalle pupille semichiuse; dalle labbra aperte a un principio di sorriso, sembrava uscire ancora una parola di amore, di addio per i suoi cari.

– Com'era bella! – mormorò Ines portandosi il fazzoletto agli occhi.

– Bella e buona, – disse Alfonso con un brivido.

E scotendosi dall'estasi che l'aveva per un istante dominato, si gettò piangendo su quell'adorato cadavere.

– Clara... mia Clara... – diceva singhiozzando – eccomi a te... ma tu non mi vedi... non odi il tuo povero fratello che ti è vicino; tu sei morta pensando che io t'avessi dimenticata... morta scrivendo... e pronunziando il mio nome... Clara... mia Clara... –

Le lacrime gli scendevano sulle guance.

– Sei sempre bella... – continuò – ma Dio solo vede ora i tuoi dolci sorrisi!... Oh, Clara... dimmi: chi ti ha reso infelice sulla terra, chi ti ha fatto morire così giovane?... Parlami... parlami... sono Alfonso, il fratello che tu amavi tanto... –

S'interruppe con un palpito angoscioso, e le braccia gli caddero abbandonate lungo il corpo. Ines cercò di sorreggerlo, di trascinarlo lontano. Ma egli si svincolò da lei. Pareva non potersi saziare di guardare quel cadavere; egli s'ostinava a credere che colei alla quale aveva voluto tanto bene non poteva esser morta, e che forse stava per risvegliarsi.

V'era ancora tanta vita in quel suo dolcissimo viso, tanta grazia in tutta la sua persona!

Le pupille di Clara non avevano l'aspetto vitreo, spento che sogliono prendere gli occhi dei defunti. Alfonso le fissava e gli pareva che esse ricambiassero i suoi sguardi. Eppure quelle pupille erano immobili, come la fronte di Clara era ghiaccia. Ma il giovane non sapeva allontanarsi dal corpo della amata sorella.

– Ah, se Dio volesse... se Dio volesse!ÿ– mormorava come in delirio. – Clara... Clara... guardami ancora... dammi un bacio... un bacio solo... per mostrarmi che mi hai perdonato. –

Ed appoggiò le sue labbra ardenti su quelle della povera morta. Ma allora gettò un grido, che risonò lungamente in tutta la cappella, e si alzò barcollando come ubriaco, con i capelli scomposti, gli occhi sbarrati.

– Le sue labbra si son mosse! – esclamò. – Ella mi ha baciato... ella è viva... sì, è viva! –

Ines e il custode credettero che Alfonso fosse improvvisamente impazzito: ma appena ebbero gettato uno sguardo sul cadavere, essi pure divennero pallidi quasi al pari di quello.

Le labbra della morta si erano dischiuse ed avevano acquistato un leggerissimo color rosa; la luce che sfuggiva dalle ciglia semiaperte di lei si era fatta più brillante.

– Che sia viva davvero? – si domandò il custode sbalordito. – Per l'anima mia, sarei in un bell'imbroglio! –

– Sì... è viva... è viva, – ripeté Alfonso. E con atto subitaneo pose una mano sul cuore della sorella. Il cuore non batteva.

Egli appoggiò allora la testa sul petto di lei, e gli parve di sentire come una impercettibile pulsazione. Appoggiò di nuovo le sue labbra alla bocca di Clara, e quelle labbra ebbero un leggiero brivido.

– Bisogna subito portarla via di qui!ÿ– esclamò Alfonso cercando di dominare la sua estrema agitazione. – Ella non è morta... vi ripeto, mi ha baciato un'altra volta! –

Un brivido di ghiaccio percorse le vene del custode.

– Ma se v'ingannaste!? – balbettò. – Se qualcuno venisse a scoprire...

– Nessuno saprà nulla.

– Ma io non posso trasportare la morta in casa mia, – disse il custode, esitanteÿ– ho moglie e figliuoli, ed una sola camera.ÿ–

Alfonso aveva ripreso il suo sangue freddo.

– Ascoltatemi: – disse brevemente – non ha detto vostro nipote che abita qui vicino, in una casetta isolata?

– Sì, signore... abita in una casetta solo con la madre, ma non tanto vicino; è di là dal Ponte a Ema.

– Bene, questo non importa; la sua carrozza ci trasporterà.

– Ma questa cassa, che domani devo mettere nella fossa...

– E vorreste seppellire una donna viva?! –

Il custode chinò il capo confuso.

– Verrà qui il conte Rambaldi? – chiese Alfonso vivamente.

– No, signore, egli ha dato a me l'incarico di tutto, e mi ha pagato anticipatamente. –

Alfonso mandò un'esclamazione di gioia, mentre ricambiava un rapido sguardo con Ines.

– Tutto va per il meglio dunque... nessuno saprà ciò che è accaduto... voi manterrete il segreto con tutti; ve lo pagherò a prezzo d'oro. Nella tomba mettete la cassa vuota.

– Ma non vedete che la signora contessa non si muove... che essa è proprio morta? Voi siete vittima di una allucinazione! –

Le parole del custode erano sicure, ma la voce tremava.

– No... non è morta... non è morta, vi ripeto! – esclamò Alfonso prendendo una gelida mano di Clara e inondandola di lacrime.

– E vorreste seppellirla con questo dubbio? – disse a sua volta Ines, con un singhiozzo.

Il custode commosso dalla terribile insistenza di quel dolore, e forse temendo la verità di quelle supposizioni, disse:

– Ebbene, ammettiamo che non sia morta... dove vorreste condurla?

– A casa di vostro nipote, ve l'ho detto... egli è un bravo giovanotto... farà silenzio con tutti. –

Il custode era in una terribile alternativa.

– Oh, non mi dite di no! – implorò il giovane. – Voi non correte alcun pericolo, ve lo giuro; ed io vi darò tanto denaro da assicurare il vostro avvenire e quello della vostra famiglia.

– Basta... basta, signore.. non è già l'interesse che mi spinge ad esaudire il vostro desiderio, ma bensì il dubbio che la povera signora non sia morta... Farò quanto vorrete; però, segretezza... per segretezza.

– Sul mio onore, nessuno saprà quanto è accaduto, – disse Alfonso portandosi una mano al petto.

– Ma se fosse morta davvero?

– In tal caso, vi riporterò... con lo stesso mistero, il cadavere. –

Il custode era persuaso.

– Aspettatemi qui un momento, – disse – vado ad avvisare mio nipote. –

Ed uscì in fretta dalla cappella.

– Dio mi ha ispirato! – esclamò Alfonso, sollevando il corpo di Clara tra le sue braccia, e stringendolo al petto.

Ines era tutta un brivido. – Io temo, povero Alfonso, che tu t'illuda: le sue mani sono di marmo.

– Ma ella non è morta!

– La sua fronte è gelida.

– Ma ella vive, ti ripeto; lo sento.... e mi pare che mi intenda, mi pare che il suo cuore palpiti sul mio. –

Mentre così parlava, il custode ritornò insieme col vetturino. Questi era bianco in viso come un lenzuolo, ed aveva gli occhi pieni di lacrime.

– Mio zio mi ha detto tutto... davvero, signore, la povera signora vive ancora?

– Sì... io lo spero... lo spero, perchè Dio è buono... Ma affrettiamoci; ella potrebbe tornare in sè e sarebbe terribile per lei, se si dovesse ritrovare qui. –

Con molti riguardi, la povera contessa, che continuava a rimanere immobile, rigida come un cadavere, fu trasportata nella vettura. A quell'ora la strada era deserta, e nessuno avrebbe immaginato la scena che era avvenuta nel cimitero.

Quando la carrozza fu partita, portando seco la giovane coppia e la creduta morta, il custode riprese la via della cappella col capo chino e le mani incrociate dietro le reni. Egli chiedeva a se stesso se non aveva sognato.

«Che la morta sia viva davvero...» mormorava. «Oh, sarebbe strano... ma sarebbe ancora più orribile pensare che se non ci fosse stato quel signore, il fratello, la povera contessa domani sarebbe stata sepolta viva! Brrr... mi vengono i sudori freddi solamente all'idea! Del resto nessuno saprà mai questo segreto... Al conte poco importa di sua moglie, tanto è vero che ha lasciato a me la cura di tutto... Quel conte mi sembra un poco di buono, e mi ha fatto una brutta impressione fin dalla prima volta in cui l'ho visto... Protestò perchè la tomba non era ancora preparata: che avesse voluto proprio seppellir viva la moglie?...

«Uhm, non sarebbe difficile!... Ed io sarei stato il complice di un assassinio? Ah, il fratello della signora contessa, quello sì ha davvero il viso di galantuomo, e ci si può fidare di lui!... Ma che cosa sono tutte queste ombre che vedo stanotte?... Non so perchè mi tremano le gambe... Che qualche volta, senza volerlo, abbia seppellito delle persone ancora vive?».

Egli diceva tutto ciò tra sè, mentre si guardava attorno molto sconsolato. Tonino era sempre stato un uomo forte ed energico, non aveva mai creduto agli spettri, ma in quella notte si sentiva agitato da un insolito sgomento. Gli pareva di veder proiettarsi delle ombre sulle bianche pietre, gli pareva veder tombe schiudersi ed uscirne dei fantasmi avvolti nel lenzuolo funebre che tendevano verso di lui le braccia, dicendo con una voce che non aveva nulla di umano:

«Anche noi ci seppellisti vivi».


 

Appendice

1. Indicazioni bibliografiche sul Romanzo Popolare

  • A. Bianchini, Il romanzo d'appendice, Torino, ERI, 1969
  • G. Zaccaria (a cura di), Il romanzo d'appendice, aspetti della narrativa popolare nei secoli XIX e XX, Torino, Paravia, 1989
  • E. Ghidetti, Il sogno della ragione, Roma, Editori Riuniti, 1987
  • A. Bianchini, La luce a gas e il feuilleton: due invenzioni dell'Ottocento, Napoli, Liguori, 1988
  • R. Reim (a cura di), L'Italia dei misteri, Bologna, Editori Riuniti, 1989
  • La paraletteratura, a cura di N. Arnaud, F. Lacassin, J. Tortel, con un contributo di Michele Rak per l'edizione italiana, Napoli, Liguori, 1977

2. Un elenco di titoli di romanzi (nell'ordine cronologico della data di apparizione)

  • Antonio Ranieri, Ginevra o l'orfana della Nunziata (1839)
  • Sterlich, Misteri di Napoli (1847)
  • Antonio Bresciani, L'ebreo di Verona (1850-1851)
  • Paolo Emiliani-Giudici, Beppe Arpia (1851)
  • Francesco Mastriani, La cieca di Sorrento (1852)
  • B. Del Vecchio, I misteri di Roma contemporanea (1851-1853)
  • Cesare Monteverde, I misteri di Livorno (1853)
  • Angiolo Panzani, I misteri di Firenze, scene moderne (1854)
  • Giuseppe Rovani, Cento anni (1856-1858)
  • Carlo Lorenzini, I misteri di Firenze (1857, interrotto al primo volume)
  • Alessandro Sauli, I misteri di Milano (1857-1858)
  • I misteri di Venezia, di autore ignoto (1857)
  • Giuseppe Garibaldi, Clelia o il governo dei preti (1861)
  • G.A. Cesana Tommaso, Scene della vita torinese (1862)
  • I misteri di Napoli, “per l'avvocato L.I.” (1862)
  • Francesco Mastriani, I vermi, studi storici sulle classi pericolose in Napoli (1862-1864)
  • Igino Ugo Tarchetti, Paolina (Misteri del Coperto dei Figini, 1865)
  • Vittorio Bersezio, La plebe (1867-1869)
  • Francesco Mastriani, I misteri di Napoli (1869-1875)
  • Lodovico Corio, Milano in ombra (Abissi plebei, 1876)
  • Paolo Valera, Milano sconosciuta (1879)
  • Roberto Del Mare, I misteri delle prigioni (1883)
  • Demofilo Italico, I misteri del Vaticano (1883)
  • Carolina Invernizio, Il bacio di una morta (1886)
  • Carolina Invernizio, Paradiso e inferno (1888)
  • Carolina Invernizio, La sepolva viva (1896)
  • Antonio Maselli, La figlia di Maso. Scene garganiche (1898)
  • Paolo Valera, La folla (1901)
  • Benito Mussolini, Claudia Particella o l'amante del cardinale (Pubblicato a puntate sul quotidiano di Trento “Il Popolo” dal 20 gennaio all'11 maggio 1910)
  • Luigi Natoli (William Galt), I Beati Paoli (1909-1910).
Materiale
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