Servizi
Contatti

Eventi


Un tema poetico-religioso d’altri tempi
La monaca

La figura della monaca reclusa, forzatamente o per scelta propria ma dovuta a motivi coercitivi richiama sentimenti di indignazione e di pietà. La testimonianza più straordinaria dal punto di vista letterario di questa infelice condizione, resa ancora più grave dalla femminilità repressa che spesso opprime queste protagoniste, è la storia d’amore lasciata da una donna, la cui identità è rimasta sconosciuta, nelle Lettere di una monaca portoghese (1669). Lo scrittore illuminista Denis Diderot, basandosi su un caso giudiziario accaduto, denuncia il costume in uso presso le famiglie ricche di destinare alla clausura conventuale le figlie per motivi di interesse nel romanzo La religieuse (scritto nel 1758, pubblicato nel 1780-83); grazie al successo del quale l’immagine della donna segregata e perseguitata è destinata a permanere in un ampio percorso della letteratura romantica, suggerendo un passaggio inderogabile per le trame dei romanzi gotici, ai quali si ispirò il Manzoni per I promessi sposi. Egli introduce nella sua opera il caso di Virginia di Leyva che, costretta a prendere il velo, non sapendo rinunciare alle esigenze dell’istinto e dell’affetto, per soddisfarli, viene coinvolta in crimini orribili. Nel frattempo si ispirano al tema della monacazione l’Ildegonda (1820) di Tommaso Grossi, la Monaca di Monza (1829) di Giovanni Rosini, che fa da eco ma in forma avventurosa – passata per veridica – alla vicenda di Suor Gertrude e Osio raccontata dal Manzoni, la ballata La suora (1834) di Luigi Carrer

...Giovane appena
fui monacata;
ohimè, qual pena
vedermi in grata!
Ohimè qual pena,
giovine appena!

Ho bestemmiato
li miei parenti,
tutto il creato
e gli elementi;
tutto il creato
ho bestemmiato.

To’ questo foglio
per lo mio amante,
ch’i’ morir voglio.
Dàllo alla fante
questo mio foglio,
ch’i’ morir voglio...,

il poemetto Il monastero della Sambucina (1842) di Vincenzo Padula.

Nella seconda metà dell’Ottocento questo motivo si riaccende nei poeti scapigliati e nell’area verista. Nel 1870, grazie all’interessamento di Francesco Dall’Ongaro il romanzo Storia di una capinera che Giovanni Verga aveva scritto l’anno prima, viene pubblicato a puntate sul giornale “La ricamatrice” dell’editore Lampugnani di Milano, e successivamente in volume. Per un costume duro a morire ancora in pieno Ottocento, in un ambiente particolarmente tenace a conservare consuetudini vantaggiose come quello della Sicilia, una ragazza è destinata al convento dal padre. Attraverso le lettere che la novizia invia a un’amica veniamo a conoscenza di un amore sbocciato improvvisamente che, in contrasto con l’ubbidienza e la fede, la porterà lentamente alla follia e alla morte. “Voglio vederlo!” le scrive, “voglio vederlo! una sola volta! un momento solo... Dio mio, è un gran peccato poi vederlo? Vederlo soltanto...da lontano...attraverso la gelosia! Egli non mi vedrà; non saprà che dietro quella gelosia ci è chi muore dannata per lui...”. In questa vicenda è trasposto il tenero amore del Verga giovinetto per una ragazza, educanda nel convento di San Sebastiano di Vizzini che aveva lasciato temporaneamente per sfuggire al pericolo dell’epidemia di colera del 1854.

Tra le poesie “disperse” di Severino Ferrari, c’è la raccolta Sibi suis (dalla formula sepolcrale romana Sibi suis fecit, Questa tomba fece a sé) che comprende la poesia Per Monaca, nella quale il poeta soffermandosi su una giovane rinchiusa scrive:

Negli antiqui rabeschi dalle rose
si snodan fuori serpentelli ardenti:
i tuoi labbri son fiori e le pietose
calde preci i serpenti.
[...]
Oh, meglio allora tra la macchia folta
goder degli anni tuoi l’età fiorita,
che, a Dio sposata, maledir sepolta
le lotte della vita.
Io, fanciulla, seguir vo’ la tua traccia,
tarparti l’ali che non voli ai cieli:
ti desterai tra le mie forti braccia
sciolta dai turpi veli.

 

da sx: Luigi Conconi, Guido Pisani Dossi, Giachi ed Emilio Praga


Il curatore del volume di Severino Ferrari, Tutte le poesie (Cappelli, 1966), Furio Felcini, compie in nota a questo componimento uno studio celere sulla trattazione del tema in chiave lirica, che mi ha dato lo spunto per questa parte dell’indagine, oltre al materiale per svolgerla. Il motivo del Heine, trattato in “Der Apollogot” e “Himmelsbräute”, egli dice, divenne di moda in Italia in quegli anni (1876-1881) che Enrico Nencioni definì “epoca saturnia della pornografia” (E. Nencioni, Le Occidentali di G. A. Cesareo, in “Fanfulla della Domenica”, 20 marzo 1887): dal Betteloni al Marradi, dal Ferrari al Pascoli, tutti ebbero una prigioniera del chiostro da sedurre con fantasie e allettamenti voluttuosi. Ma che fece da tramite tra l’Heine e il Betteloni, in questa ripresa dell’interesse sulla clausura monacale, dovette essere il Praga di Penombre (1864), dice Felcini. E fa riferimento a “Monasterium”:

...
Oh frescura notturna!
A respirarla uscitene, fanciulle.
Le morte son sepolte e uscir non ponno;
Per  le alcove nascoste e per le calle,
Giovinette uscite,
Ché lo Sposo del ciel non giunge mai!...
Le son fiabe ordite
Dalle badesse perché mai nessuna
Si rompa il capo, alla muraglia bruna! –

Dopo Emilio Praga, scrive Felcini, Vittorio Betteloni affrontò il tema con i versi Nel chiostro pubblicati a Venezia nel 1876 (?) nel periodico “Veglie veneziane”: La giovane suora “... a lungo prega e si percote il seno.

Dai vetri alti e d’imagini
sacre dipinti, un mite raggio, pieno
di caldi affetti scende
nel loco... Quivi penetra pur di maggio il molle
fiato ed il misto effluvio
voluttuoso delle aperte zolle
e degli alberi in fiore... E ricercan le fibre e il seno oppresso
di quella orante pallida,
a cui langue sul labbro e in cuore adesso
la fervida preghiera”,

finché la giovane, a cui nel cuore “fervono venticinqu’anni”, si abbandona a freddi abbracciamenti su d’un giovane guerriero scolpito nel marmo. “La monaca” (Quadro) di Giovanni Marradi (Canzoni e fantasie, Libro I, 1875-77) vive tutta negli inviti del poeta, dice Felcini, che la esorta così:

“O giovinetta, quell’immenso riso
d’aria e di luce brilla anche per te;
la voluttà che ti lampeggia in viso,
che ti palpita in sen colpa non è!
Deh, prima che la tua guancia si sfiori
priva di baci e cupida di sol,
fuggi, alla vita affacciati...”.

Quarto in ordine di tempo, dopo Severino, è Giovanni Pascoli con i due sonetti A Suor... (pubblicati sul periodico bolognese “Pagine sparse”, aprile 1877).

“Ancor penso, o fanciulla, a le fluenti
tue chiome (...) Or penso a te, cui viva in sepoltura
lambono freddi, come vermi, i santi (...)
Or penso a te, se i nembi aspri e le mura
urlano, e a’ claustri battono i giganti
de’ boschi...”.

Per i due sonetti del Pascoli Benedetto Croce pensò a una lettura di Postuma di Lorenzo Stecchetti, che però uscì alcuni mesi dopo, nel giugno del ’77. Era l’interesse per la letteratura tedesca e in particolare per Heine operato dalle traduzioni del Carducci a influenzare, per l’occasione il Pascoli e gli altri suoi studenti e amici, compreso lo Stecchetti, che coglierà un altro aspetto del Heine quello voluttuoso e macabro.

 

La prima edizione dell'opera Postuma di Lorenzo Stecchetti (1877) nella XVIII edizione del 1892 a cura della Zanichelli di Bologna.


Ancora ritornerà il Pascoli sul tema delle giovani sepolte nei conventi con un senso di smarrita compassione nel sonetto “Le monache di Sogliano” in Myricae (1903).

...
Oh! qual colpa macchiò l’anima
di codeste prigioniere?
qual dolor poté precorrervi
la fiorita del piacere?

Queste bimbe, queste vergini
in che offesero Dio santo,
che perdono ne sospirano
con sì lungo inno di pianto?

Manda l’organo i suoi gemiti
tra ’l fumar de’ cerei lento:
di lontane plaghe sembrano
cupe e fredde onde di vento...

Dalle plaghe inaccessibili
cupo e freddo il vento romba:
già sottentra ai lunghi gemiti
il silenzio della tomba.

Sul finire del secolo, la tematica della monacazione forzata si riaffaccia con Angiolina ne I Viceré (1894) di Federico De Roberto e, nei racconti “Suor Maria” e “Una monacazione” compresi nella silloge Cara Speranza (1895) della scrittrice novarese Maria Antonietta Torriani, nota con lo pseudonimo di Marchesa Colombi. Nel primo Maria si fa suora di carità a ventisette anni in seguito a una delusione d’amore e nel secondo Paola prende il velo giovanissima per sottrarsi a una situazione famigliare insostenibile, dopo che il padre rimasto vedovo passa a seconde nozze. A queste motivazioni si aggiunge la vocazione per povertà come nella novella del Verga Vocazione di suor Agnese, pubblicata nella “Gazzetta Letteraria” del 24 maggio 1890, poi confluita nella silloge Don Candeloro e C., del 1893. Venuta a cadere in povertà la famiglia, Donna Agnese, alle soglie del matrimonio con l’uomo che amava, è costretta a riparare in convento per sottrarsi alle malvagità che il mondo le infliggerebbe. In ogni caso, la condizione di religiosa non la salva dalla  povertà più cruda e dalle umiliazioni. (Per queste fonti sulla narrativa cfr. Carla Sandon, La monacazione autoforzata nella Marchesa Colombi, Interlinea, Novara 2000).

Materiale
Literary © 1997-2021 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza