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L’impresa di scrivere

Come qualsiasi impresa volta all’esecuzione di un’opera, anche il libro deve sottostare a un progetto, con un suo scopo e una sua normativa. Non basta mettere insieme gli appunti che abbiamo nei quaderni e accumulare un numero di pagine tale da formare un oggetto sufficientemente consistente da stare in piedi su uno scaffale. Questa operazione va fatta con discernimento. Non bisogna aver fretta di stampare ciò che si ha scritto. Proporre un libro in lettura alla gente è una responsabilità sia verso l’opera stessa sia verso il lettore. Il lavoro che si propone deve formare qualcosa di unitario e omogeneo: deve trattare argomenti affini e dello stesso genere.

1. Omogeneità di generi

Ci sono persone che mettono assieme poesie, racconti, articoli di costume o altri generi di scrittura o che all’interno della stessa opera compiono salti di tema, cambiamenti di stile o altre lacerazioni letterarie in nome di non so quale libertà artistica. Il libro deve essere un contenitore compatto, come una scatola contiene biscotti e un’altra sottaceti. Non si possono mescolare i gusti, ne viene fuori qualcosa di ibrido e di irritante. Che disorienta il lettore e rende insipida la lettura. Il libro deve assecondare la lettura. Per cui o è un romanzo o una raccolta di racconti o di poesie o di saggi.

2. Omogeneità di argomento

Questo riguarda i libri di saggistica. Sarebbe senza senso trattare i pittori preraffaelliti e insieme poche pagine dopo i filosofi presocratici. Il libro non è una mostra di quadri o una conversazione libera. Un legame ci deve essere che collega i vari argomenti come le palline o le perle infilate in una collana, come ha fatto per esempio Claudio Magris in Danubio. Un fiume è il pretesto. Basta questo. O come ha fatto Machen in Un’avventura londinese dove una passeggiata funge da sinopia per i suoi pensieri. Un buon editor alle volte è utile per evitare quello scempio editoriale che è la spezzettatura del libro. A questo proposito credo che lo scopo per cui la rubrica “Consulenza letteraria” di PdV dovrebbe esistere, è di servizio per gli inediti più che per i libri già pubblicati.

3. Consequenzialità della storia

Nei Frammenti di Novalis troviamo scritto: “Si possono fare racconti senza coesione, ma con una certa associazione delle parti, come i sogni...”. A questa considerazione si può fare riferimento se intendessimo un’opera un insieme fantastico, mistico e poetico, unico genere di scrittura concepito dal poeta tedesco. Ma Novalis dice anche: “La vita comune è prosaica; è un discorso, non un canto”. Nel caso delle narrazioni, come dicevo, un fluire logico e cronologico attorno ad un soggetto anche esiguo deve contemplare sempre una situazione possibile della vita per consentire al lettore di parteciparvi. Baricco in Oceano mare ha voluto sperimentare una struttura narrativa costruita come si fa per la poesia, ma ne è risultata un’opera incoerente, un repertorio di trovate accomodate alla bell’e meglio e in fretta (per sfruttare l’onda del successo di Castelli di rabbia), senza aver ancora maturato per loro una vicenda credibile che ne consentisse la coesione; e gli effetti poetici su cui contava restano fine a se stessi senza centrare questioni importanti.

Dunque non è sufficiente saper scrivere bene e avere delle idee, c’è il rischio di disperdere tutte queste belle qualità se non si sa confezionare un libro. Quello che il libro deve consegnare al mondo e alla storia è un’opera compiuta. Per le prove, i saggi parziali, gli interventi generici, le prose sparse, per tutto quel work in progress di uno scrittore ci sono apposta le riviste e i giornali.

 
 

Proponimenti di uno scrittore

La Parola e lo Scritto

Era mia opinione che le persone si dividessero in due categorie: coloro che scrivono e coloro che non scrivono. Ritenendo, ovviamente, che chi scrive fosse migliore degli altri forse perché, portato alle indagini dello spirito, era fuori della corsa verso il guadagno materiale ottenuto per mezzo delle prevaricazioni e, sempre per quel motivo, affinato in una sensibilità e saggezza particolari. Gli scrittori, invece, non hanno nulla di più degli altri. il loro egoismo è l'egoismo di tutti. Ed anche i loro pensieri sono quelli di tutti (teniamo presente che quasi sempre il lettore di oggi è istruito quanto l'autore del libro che sta leggendo e molte volte di più). La differenza è che essi li scrivono (per vanità, per conforto?...). Chiarito questo, sapendo cioè che quello che sentiamo è simile a ciò che sentono tutti gli altri uomini, il vero scrittore, di ciò che pensa, deve saper distinguere quello che va semplicemente detto da quello che va scritto, per essere comunicato e tramandato. E dimostra tanta più intelligenza quanto meglio saprà valutare questa differenza. L'intelligenza di una persona si definisce nel comportamento e non nella sua istruzione.

In letteratura è rappresentata dalle scelte e dalle decisioni che lo scrittore dispone della sua raffigurazione narrativa. Nel grande crogiolo di personalità letterarie straordinarie che fu l'Inghilterra a cavallo tra i due secoli, Arthur Machen si conquistò la nomina di maestro dell'orrore decadente. In Hieroglyphics Machen sostiene che per potersi definire "letteratura", distinguendosi dalla rozza "reading matter" che i contemporanei chiamano "libri", un lavoro deve esprimere "l'estasi". Egli stesso nei suoi scritti aspirava a questo, ma ammetteva di non aver raggiunto che approssimazioni di cui fornisce alcuni sinonimi significativi: "rapimento, bellezza, adorazione, meraviglia, sentimento del mistero, desiderio dell'ignoto...".

Dicono che il «Cantico del Sole» fu composto da Francesco dopo quaranta notti di veglia e dopo una lunga estasi. Non bisogna scrivere il pensiero solito. Ma quello che ci fa trasalire. Stare in silenzio finché non si esprime qualcosa che arrivi alla nostra anima e si trovi in risonanza con essa. E questo che contiene l'originale, la rivelazione.

Dove la lettura sia un'ansia continua per la novità che può uscire da ogni parola, da ogni immagine creata da un gruppo di parole. Novità che non è il "mai provato" o il "mai saputo": ma il "mai detto".

La letteratura è una cosa intima. Per questo solo chi è disposto a confidarsi può dare un'opera di valore. Che sia sotto forme più o meno ermetiche. La scrittura è sempre l'espressione di un segreto. Un libro pieno di nozioni retoriche del comportamento e del sentimento comuni è un libro inutile. È un dizionario di pensieri abituali (dobbiamo tener presente che stiamo parlando di una cosa, la letteratura, che non è più necessaria; cioè non ha quasi più fruitori).

Solo con estrema fatica si legge oggi Dickens o Sthendal. Siamo ad un punto in cui il gusto letterario si è rinnovato così tanto da considerare la letteratura immensamente diversa e distaccata da tutta la letteratura precedente. Quella che ha riempito i libri dall'età classica fino alla soglia del Novecento.

La selezione spontanea è stata severissima, da ritenere salvi solo pochissimi autori – quelli che hanno comunicativa moderna – quali Black, Shakespeare, Donne tra alcuni, prima di Rimbaud (quanti libri pieni di cose che sarebbero solo "da dire" gli editori stanno pubblicando, che vanno ad intasare le biblioteche!). Uno scritto utile è quello che contribuisce al progresso del pensiero e all'ampliamento della verità. In modo che il lettore – colto ed esperto di ogni emozione di oggi – possa dire: questo non l'avevo mai sentito; oppure: la frase detta in questo modo amplia il concetto al quale anch'io ero arrivato; oppure: questo mi dà il consenso a pronunciare pensieri che tenevo nascosti perché temevo fossero assurdi o perversi.

Ho presente la frase che accompagna il titolo – quasi sua esplicazione – dell'opera Jukebox all'idrogeno: "Il messaggio è: allargare l'area della coscienza". Non basta dunque voler scrivere per essere un vero scrittore (altrimenti ogni giornalista lo sarebbe). Per essere un vero scrittore non è nemmeno sufficiente scrivere bene, ma bisogna scrivere cose utili. Un libro è utile quando lascia qualcosa a chi lo ha letto; l'originalità, l'interessante in una scrittura – che è il dire e il pensare di tutti – sono dati dalla scelta della situazione e poi dal modo di esporla.

La situazione è la sospensione del dire su una passione di base. Che si chiama anche: l'idea. E l'idea che ne ha fatto dei capolavori dell'Antologia di Spoon River o del Giardino dei supplizi. E poi lo stile. Bisogna scrivere in modo poetico. Scrivere dietro emozioni. Tutto il resto sarebbe noia. La noia è una macchia imperdonabile per un libro. Dobbiamo scrivere come chi ascolta.

Ci vuole più arte nella scrittura per salvarci dal libro noioso! Bisogna curare lo stile di stesura. Lo stile non è niente di raffinato, si ottiene semplicemente buttando via l'erudizione e abbandonandosi al congeniale e dirlo con sincerità. "L'arte per Stifter è quell'esatta corrispondenza tra interiorità ed esteriorità (che) viene concretizzata nello stile..." (da una recensione). È lo stile che trasmette ciò che noi non siamo riusciti a dire. Occorre scegliere una parola che renda giustizia al gesto e al pensiero, ma non che si imponga a questi. La parola non deve vincere sul suo significato. Deve restare più povera. Non deve fagocitare l'idea, nell'esprimerla. Deve contenere il rimpianto di vivere che ha un fatto d'arte. La parola non deve spiegare, ma influire, implicare, infondere. Le parole eclatanti perdono il legame con la realtà. Sono muri di cultura che racchiudono un Io isolato e perso. Resto con una certa amarezza quando esprimo una parola; perché, benché il suo significato sia pieno e preciso, essa esclude tutte le altre. L'incompiutezza ingrandisce l'idea, aprendola all'interminabile. L'importante di un atto, di un discorso, di una vita è il suo seguito. Ford Madox Ford, colui che aveva raggiunto la simbiosi tra la personalità e l'opera, che, a buon diritto, veniva chiamato "maestro", sosteneva il concetto di scrittura impressionistica. "Va usata la parola fresca ma usuale. La parola deve essere sì giusta, ma non troppo giusta...". "... La scrittura deve rendere... l'impressione, non narrare...". Il senso è la terza dimensione della scrittura tra i piani del significato e del significante. Non manchiamo certo di mezzi per spiegare le cose, per farle capire, ma per farle sentire. Ci sono quelli che trattano la letteratura come un bene, alla stessa stregua di una ricchezza, di cui farsi potenti. La letteratura è una espressione di necessità, di disagio. Nell'opera d'arte si mostra ciò che si è, non ciò che si sa fare. Altrimenti l'opera riuscirebbe un manuale didattico, un documento di costume, un esperimento per stupire, un mestiere, ma mai un'opera in cui l'umanità si riconosce. E non è allo scrittore di quei lavori che io voglio riferirmi. Ma a chi vuole scrivere libri che restino. Pubblicare proprio per estenuazione!

La persona

Empedocle operava guarigioni con la poesia. Cristo faceva prodigi sorridendo. Prima di scrivere, bisogna "essere". Quando "sí è" la poesia è il nostro riflesso. L'identità è già poesia. Per scrivere bisogna essere buoni. Intendo bontà come onestà verso noi stessi, disponibilità a ricevere – simile ad una idiozia – come lo è un "sincero".

La nostra anima deve farsi rasa, deserta, deve rifiutare ogni condizionamento, comodità, tornaconto. Il moi puro. Ford diceva che, come nell'eresia di Donato per la quale il sacerdote deve essere in uno stato dí grazia perché il sacramento che somministra sia efficace, così lo scrittore deve trovarsi in una simile condizione perché ciò che scrive sia compiuto. Non si pretende tanto. Semplicemente bontà. Solo la bontà ci dà accesso all'inintelliggibile e alla bellezza. Una persona arrogante non potrà mai scrivere un'opera bella. Ancora Stifter, nella prefazione a Pietre colorate, scrive: «Se in me alberga qualcosa di nobile e buono, questo qualcosa si ritroverà in maniera naturale nei miei scritti, ma se nel mio animo non c'è niente di simile, allora mi sforzerò invano di raffigurare cose elevate e belle, quelle basse e volgari traspariranno sempre».

Occorre più serietà e levità. Dare di più, di più. Ciò che il lettore avverte è il sacrificio. Bisogna che il nostro essere vibri per comunicare, entri in risonanza poetica, altrimenti si trasmettono conoscenze di cui gli altri sono già in possesso per comune patrimonio. Il modello di scrittura è quindi sotto il velo di qualsiasi tema, una continua riflessione estetica che deriva da una fonte unica: la persona dell'autore.


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