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Panorama della poesia crepuscolare

L'epopea crepuscolare

Per introdurre questa breve "conversazione" sul crepuscolarismo dobbiamo riferirci all'influenza operata su tutto un modo di sentire da un gruppo di poeti fiamminghi di lingua francese che verso il 1880 vivono la loro giovinezza lungo il corso assopito del fiume Escaut.

La rivelazione dell'io è spesso data dal paesaggio che ci circonda. E da questa terra litoranea immobile, piatta, senza echi proviene come una sorta di malinconia ecumenica che caratterizza di senso di finitudine, di pudore esistenziale, di morbosa sensibilità le opere di questi compagni a cominciare da George Rodenback e Maurice Maeterlinck. Questa influenza non dà però del tutto ragione della simultaneità delle creazioni che avvengono in vari punti dell'Europa, in autori lontani e diversi tra loro se non fossero state sprigionate da un inevitabile ripiegamento spirituale dell'anima decadente.

Nel corso della seconda metà dell'Ottocento si erano mostrati caratteri di schiettezza e primitivismo nella dummheit (stupidità) del Siegfried di Wagner, come nella ingenua sprezzatura dell' "idiota" di Dostoevskij o nel Peer Gynt di Ibsen, tutto proteso verso la purezza di un "se stesso" che non ritrova alfine se non nella innocenza altrui" (come annota Guido Manacorda). E se l'innocenza aveva minato la figura eroica, qualcosa era anche scaduto delle grandi fedi romantiche nell'uomo e nelle sue mete. I miti erano ridotti a ordinarie vicende da Laforgue e i grandi sentimenti adattati a cuori di marionette da Verlain.

Era evidente che una parte degli artisti avvertiva, per indole o suscettibilità, un segno di rigenerazione che li liberava dai vincoli delle verità inalterabili e assolute, facendoli tendere all'esiguo e all'effimero del quotidiano: verso una sublime minorità. In questo movimento spirituale dal carattere esteso ma esclusivo rientra il caso del crepuscolarismo italiano.

L'identità crepuscolare italiana

E' bene chiarire che oltre ai suggerimenti, influssi e orientamenti venuti dai simbolisti belgi e francesi e soprattutto da Francis Jammes, il crepuscolarismo italiano ha una sua genesi parallela e una sua originalità di sviluppo, tale da arrivare a coniare il termine che configura la poesia europea inclusa in questa temperie, manifesta sia nell'Uccellino azzurro di Maeterlinck come nel Canto d'amore di J. Alfred Prufrock di T.S. Eliot.

Assimilati in letteratura gli accenti precursori si avvertono nelle componenti affettive e sensibili dell'esperienza quotidiana espresse in Vittorio Betteloni, nelle tonalità tenere e dimesse ma anche facete di Edmondo De Amicis poeta e narratore, nel mondo agreste e nella commozione infantile di Giovanni Pascoli, nei salotti di un'eleganza sorpassata, nella grazia languida e sfinita dei carillon, nei sogni tristi nei sogni vani delle poesie di Cosimo Giorgieri Contri, e i prodromi psicologici nell'ansia remissiva sorta in opposizione all'esplosione estetica decadente rappresentata da D'Annunzio. Comunque, ciò che avveniva in Italia entro questa influenza combinata con le emanazioni spontanee del nostro ambiente piccolo-borghese era qualcosa di nuovo e abbastanza omogeneo da amalgamare una linea letteraria dai caratteri così precipui come non accadeva dall'epoca barocca. Il momento del raccoglimento nella rinuncia della nostra letteratura fu uno dei suoi più validi.

Tutto questo, insieme alla rarefatta e intima fioritura dell'arte figurativa, creava il clima straordinario del nostro Primo Novecento, più sereno e naturale di quello francese, unico nella storia artistica europea.

Giulio Giannelli

L'emanazione di un candore interiore che dà luce alle umili cose del mondo circostante, quello dei poveri, dei malati, dei lavoratori quotidiani, degli emarginati; una rassegnazione estenuata per affrontare la propria condizione di vittima e martire caratterizza l'opera di Giulio Gianelli. L'indole dolce e appartata, segnata dal ricordo della madre-fanciulla più che mai venerata, lo porta a lenire le sofferenze e la povertà dei bambini orfani come lui. La fisionomia del poeta Gianelli può essere ritratta in questa sua espressione: "Febbre di vita bellissima consumatrice / dell'uomo: ascolta: rifammi, se occorra, mendico / adolescente..."

Olocausto

Ardua è l'impresa; ma non mai più bella
entrò ne' i voti de l'umano orgoglio;
il mio coraggio non vi si ribella
onde, a compirla, sempre più m'invoglio.

Cerco la più delusa anima, voglio
far che riami con virtù novella,
e riscattarla d'ogni suo cordoglio,
con passione e farmela sorella.

La cerco, senza posa, peregrino
spargendo affetti e lacrime fintanto
che incontrandola un dì, sul mio cammino,

le gridi con ardor: «oh! benedetta,
vieni, vieni, confidami il tuo pianto,
e la mia vita, in olocausto, accetta.»

Buio

Io, come raggio consumai, lucendo
ora su questa ed or su quella fronte,
illuminando or l'uno or l'altro cuore,
così naturalmente,
per volontà d'espandermi; e la luce
che sparsi agli uni è duce
e li avvalora a vincere il destino,
feconda, in altri, attività d'amore;
ma niuno m'è vicino
ora che sono spento!
Sparvero tutti con la luce in fronte,
sparvero tutti con la luce in cuore,
e dal buio che sento
io, se riguardo in me, provo terrore.

Giulio Gianelli è nato a Torino nel 1879. Muore a Roma nel 1914. Opere in versi: Tutti gli angioli piangeranno (Litografia dei Fratelli Betero, 1903), Mentre l'esilio dura (Renzo Streglio, 1904), Intimi vangeli (Streglio, 1908). Le sue opere in prosa Scene d'ospedale, Pagine autobiografiche, i saggi critici, le fiabe (tra cui la famosa Storia di Pipino nato vecchio e morto bambino) non sono state mai raccolte in volume. Riferimenti critici: Giuseppe Farinelli, Tutte le poesie di Giulio Gianelli (Istituto Propaganda Libraria, 1973).

Corrado Govoni

Se si rappresenta Gianelli come il "fratellino" maggiormente disgiunto di questa "famigliola" - avendo subito lo spirito critico crepuscolare più che coadiuvarlo - Govoni non fa che rafforzare la convinzione che questi termini, riferendosi ai crepuscolari, siano un abuso di semplificazione che è improprio utilizzare. Ci si accorge che è impossibile trattare all'unisono questo movimento, contenendo ognuno dei suoi componenti soluzioni originali e autonome che avranno ognuna un'eco nella poesia successiva.

"Natura, istinto, inconscio, stato di innocenza" sono le origini più volte indicate per l'estro fluente di Corrado Govoni. Nell'approccio crepuscolare alla poesia egli enumera oggetti presi a prestito dal dizionario simbolista per creare emozionanti composizioni di atmosfere e senso, senza necessità di approfondimento psicologico. L' "oggettivismo" di Govoni assumerà valore per quel linguaggio che, assecondandone la mutevolezza, fiorisce imprevedibile di analogie e metafore, che connoterà di barocchismo la sua poesia.

Il seguito della straordinaria evoluzione poetica di Govoni non è altro che un proseguire dentro la sua stessa eredità crepuscolare. Con lui si può dire che abbia veramente inizio la poesia del Novecento.

Fuori di moda

Oh le camere di palazzi antichi inabitati,
sempre chiuse con la loro mobilia rococò,
come vecchie che portano ori disusati,
letti di mogano a traforo, alti comò

sostenuti da grandi zampe animalesche
e che ànno sui coperchi lucidi a mosaico
delle argentee pendole settecentesche
con dei quadranti adorni d'un disegno arcaico:

armadi a luce che conservan qualche accappatoio
di seta e mostrano nella cimasa una veduta,
sedie a bracciuoli dalle fodere di cuoio,
stipi a smalto di cui la chiave fu perduta,

tartarughe fantastiche di lampadari
appesi a dei soffitti con figure mitologiche,
marimorti di specchi come immensi reliquiari
nelle cornici di peluscio e d'altre cose entomologiche!

Corrado Govoni è nato a Tamara (Ferrara) nel 1884. E' morto a Anzio (Roma) nel 1965. Opere principali: Le fiale (Lumachi, 1903), Armonie in grigio et in silenzio (Lumachi, 1903), Fuochi d'artificio (Ganguzza-Lajosa, 1905), Aborti (Taddei, 1907), Poesie elettriche (edizioni di Poesia, 1911), L'inaugurazione della primavera ("La voce", 1915), La santa verde (Taddei, 1920), Canzoni a bocca chiusa (Vallecchi, 1938), Aladino. Lamento su mio figlio (Mondadori, 1946), Manoscritto nella bottiglia (Mondadori, 1954). Riferimenti critici: L. Fiumi, Corrado Govoni (Taddei, 1918). G. Ravegnani, Corrado Govoni e la poesia del Novecento, Introduzione a Poesie (Mondadori, 1961); F. Curi, Corrado Govoni (Mursia, 1964).

Sergio Corazzini

"La bontà non è mite, non è raffinata e non è quietistica. La bontà è selvaggia e spietata, è cieca e avventuriera. Nell'anima di chi è buono viene meno ogni contenuto psicologico, ogni causa ed effetto. La sua anima è carta bianca su cui il destino scrive il suo comandamento assurdo." Queste idee le esprime il giovane Gyorgy Luckacs alla fine del primo decennio del secolo nel breve saggio "sulla povertà di spirito".

E' soprattutto nella bontà sprezzante dell'etica e delle convenzioni di Corazzini che si trova la trasgressione che perseguivano i crepuscolari. Egli è il più compreso, il più naturalmente portato a far sua ogni ispirazione e ad esasperarla qualora avesse una minima affinità con il dolore e l'umiltà. L'esclusione dalla vita materiale a causa della tisi che lo farà soccombere - riflesso dell'estraneità esistenziale del bambino di fronte al mondo esterno - diventa motivo di estasi intimistica. In questa pseudo-religiosità egli alleva il sacrificio di s‚. Il poeta al pari di un santo vive gli stessi contrasti spirituali ma nella vanità.

L'assoluto a cui aspirava della vita era rappresentato dal suo senso di sofferenza o di inutilità. Che tiene insieme questa inutilità è l'affetto. La sessualità crepuscolare, in Corazzini più che mai viva tanto è coartata, è evocata da monache, sorelle, principesse di cartapesta: tutte emblema di ostacolo alla perdita della verginità, intesa come purezza indispensabile per scrivere. Simili figurine ideali di carta sono le spose che Charles Van Lerberghe descrive nelle note che restano di Mariage mistique: Cappuccetto Rosso, Cenerentola, Sant'Orsola, Melisenda.

Desolazione del povero poeta sentimentale

I.
Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.
Perché tu mi dici: poeta?

II.
Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.
Le mie gioie furono semplici,
semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.
Oggi io penso a morire.

III.
Io voglio morire, solamente, perché sono stanco;
solamente perché i grandi angioli
su le vetrate delle catedrali
mi fanno tremare d'amore e di angoscia;
solamente perché, io sono, oramai,
rassegnato come uno specchio,
come un povero specchio melanconico.

Vedi che io non sono un poeta:
sono un fanciullo triste che ha voglia di morire.

Sergio Corazzini è nato a Roma nel 1886 e ivi morto nel 1907. Opere: Dolcezze (Tipografia operaia romana, 1904), L'amaro calice (Tipografia operaia romana, 1905), Le aureole (Tipografia operaia romana, 1905), Piccolo libro inutile (Tipografia operaia romana, 1906), Libro per la sera della Domenica (Tipografia operaia romana, 1906). Riferimenti critici: S. Solmi, Sergio Corazzini e le origini della poesia contemporanea, Introduzione alle Liriche (Ricciardi, 1952), F. Donini, Vita e poesia di Sergio Corazzini (De Silva, 1949).

Guido Gozzano

Nella testimonianza letteraria di Guido Gozzano vi è rappresentato in maniera più aderente e vasta il senso di perdita, di indefinitezza, di ambiguità, di anonimia che ha assunto il quotidiano di fronte alla trasformazione sociale attuata dalla rivoluzione economica industriale.

Dal punto di vista culturale il decadentismo aveva svelato la crisi esistenziale venuta a crearsi davanti al fallimento degli ideali assoluti di vita presentato dal romanticismo e, di conseguenza, alla vanità del mezzo di espressione di questi ideali che è l'arte. In questa crisi anche la letteratura ne resta coinvolta e la figura del poeta per prima, essendo la vita dominata dall'esigenza di partecipazione concreta ed efficiente. Il Gozzano la assunse perciò a posa ("...Sono un po' smarrito / per vanità..."), ironizzando sulla sua scelta o perfino a volte avendone vergogna: "Io mi vergogno, / si, mi vergogno d'essere un poeta!" Con diverse giustificazioni anche Corazzini contiene atteggiamenti se non di spregio di distacco verso la letteratura: "Io non sono un poeta. / Io non sono che un piccolo fanciullo che piange".

Il linguaggio per affrescare la rinuncia per la sua inadeguatezza non può essere che prosastico, o riecheggiante all'aulismo della tradizione, o addirittura copiatura. I temi trattati sono molto simili agli atti dell'esistenza quotidiana e alle emozioni di superficie. Con questa operazione di ironia e di finzione Gozzano ha mescolato tutte le carte della precedente letteratura, dal Duecento al Romanticismo, facendola convergere verso l'egos. Per divenire alla nascita della coscienza dell'uomo comune senza qualità.

L'amica di nonna Speranza

28 giugno 1850
«... alla sua Speranza
la sua Carlotta...»
(Dall'album: dedica d'una fotografia)

I.
Loreto impagliato ed il busto d'Alfieri, di Napoleone
i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto),

il caminetto un po' tetro, le scatole senza confetti,
i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro,

un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve,
gli oggetti col monito salve, ricordo, le noci di cocco,

Venezia ritratta a musaici, gli acquarelli un po' scialbi,
le stampe, i cofani, gli albi dipinti d'anemoni arcaici,

le tele di Massimo d'Azeglio, le miniature,
i dagherottipi: figure sognanti in perplessità,

il gran lampadario vetusto che pende a mezzo il salone
e immilla nel quarzo le buone cose di pessimo gusto,

il cùcu dell'ore che canta, le sedie parate a damasco
chèrmisi... rinasco, rinasco del mille ottocento cinquanta!

II.
I fratellini alla sala quest'oggi non possono accedere
che cauti (hanno tolte le federe ai mobili. E' un giorno di gala).

Ma quelli v'irrompono in frotta. E' giunta, è giunta in vacanza
la grande sorella Speranza con la compagna Carlotta!

Ha diciassett'anni la Nonna! Carlotta quasi lo stesso:
da poco hanno avuto il permesso d'aggiungere un cerchio alla gonna,

il cerchio ampissimo increspa la gonna a rose turchine.
Più snella da la crinoline emerge la vita di vespa.

Entrambe hanno uno scialle ad arance a fiori a uccelli a ghirlande;
divisi i capelli in due bande scendenti a mezzo le guancie.

Han fatto l'esame più egregio di tutta la classe. Che affanno
passato terribile! Hanno lasciato per sempre il collegio.

Silenzio, bambini! Le amiche - bambini, fate pian piano! -
le amiche provano al piano un fascio di musiche antiche.

Motivi un poco artefatti nel secentismo fronzuto
di Arcangelo del Le£to e d'Alessandro Scarlatti.

Innamorati dispersi, gementi il core e l'augello,
languori del Giordanello in dolci bruttissimi versi:

... caro mio ben
credimi almen!
senza di te
languisce il cor!
Il tuo fedel
sospira ognor,
cessa crudel
tanto rigor!

Carlotta canta. Speranza suona. Dolce e fiorita
si schiude alla breve romanza di mille promesse la vita.

O musica! Lieve sussurro! E già nell'animo ascoso
d'ognuna sorride lo sposo promesso: Il Principe Azzurro,

lo sposo dei sogni sognati... O margherite in collegio
sfogliate per sortilegio sui teneri versi del Prati!

Guido Gozzano è nato a Torino nel 1883. Vi morì nel 1916. Opere in versi: La via del rifugio (Streglio, 1907); I colloqui (Treves, 1911). Opere in prosa: I tre talismani (Mondadori, 1914), Verso la cuna del mondo. Lettere dall'India 1912-1913 (Treves, 1917). Riferimenti biografici: W. Vaccari, La vita e i pallidi amori di G.G. (Mondadori, 1958). Riferimenti critici: C. Calcaterra, Con G.G. e altri poeti (Cappelli, 1944); E. Sanguinetti, G.G. Indagini e letture (Einaudi, 1966); L. Angioletti, Invito alla lettura di Gozzano (Mursia, 1975).

Marino Moretti

Specialmente a proposito di Marino Moretti G.A. Borgese coniava il termine "crepuscolare" nell'articolo "Cronache letterarie / Poesia crepuscolare" apparso su "La Stampa il 10 settembre 1910, destinato a diventare voce indicativa del fenomeno culturale che ha caratterizzato un gusto letterario.

Moretti ebbe una continuità in poesia e in prosa omogenea e fedele alla sua indole crepuscolare. La sua poesia, anche se priva degli empiti lirici di un Corazzini e degli slanci di saggezza filosofica di un Gozzano o di un Vallini fu la meno condizionata e la più colma di sobrietà. Egli raccoglie i significati del colloquio, del gioco e del passato in un comune senso che ha la scrittura: il realismo poetico.

La povertà, il sentimentalismo, la popolanità - cose tanto aborrite dalla poesia italiana - nell'impalpabile lirismo di Moretti sono trattate come qualcosa di intrinseco alla poesia stessa. Ed è su questi temi di uno scarno intimismo domestico quasi condannato al silenzio pubblico che si incentra l'eterna ironia della sua poesia e su cui si basa la forza della sua personalità di poeta e di prosatore.

Io non ho nulla da dire

Aver qualche cosa da dire
nel mondo a se stessi, alla gente.
Che cosa? Non so veramente
perché io non ho nulla da dire.

Che cosa? Io non so veramente.
Ma ci son quelli che sanno.
Io no - lo confesso a mio danno
non ho da dir nulla ossia niente.

Perché continuare a mentire,
cercare d'illudersi? Adesso
ch'io parlo a me mi confesso:
io non ho niente da dire.

Eppure fra tante persone,
fra tanti culti colleghi
io sfido a trovar chi mi neghi
d'aver questa o quella opinione,

e forse mia madre, la sola
che veda ora in me fino in fondo,
è certa che anch'io venni al mondo
per dire una grande parola.

Gli amici discutono d'arte,
di Dio, di politica, d'altro:
e c'è chi mi crede il più scaltro
perché mi fo un poco in disparte:

qualcuno vorrebbe sentire
da me qualche cosa di più.
«Hai nulla da aggiungere tu?»
«Io, no, non ho niente da dire.»

Marino Moretti è nato a Cesenatico nel 1885. E' morto a Cesenatico nel 1979. Principali opere in versi: Fraternità (Sandron, 1905); La serenata delle zanzare (Streglio, 1908); Poesie scritte col lapis (Ricciardi, 1910); Poesie di tutti i giorni (Ricciardi, 1911); Poemetti di Marino (Casa editrice nazionale, 1913); Il giardino dei frutti (Ricciardi, 1914). Opere principali in prosa: Il sole del sabato (Mondadori, 1916); La voce di Dio (Mondadori, 1920); I puri di cuore (Mondadori, 1923); La vedova Fioravanti (Mondadori, 1941); Il fiocco verde (Mondadori, 1948); La camera degli sposi (Mondadori, 1958). Opere critiche di Moretti: I grilli di Pazzo Pazzi (Mondadori, 1951); Il libro dei miei amici (Mondadori, 1960). Riferimenti critici: F. Cazzamini-Mussi, Marino Moretti (Vallecchi, 1931); F. Casnati, Marino Moretti (I.P.L., 1952); I. Cinti, Marino Moretti (Tamari, 1966).

Aldo Palazzeschi

Per la maggior parte di questi poeti la stagione crepuscolare ha coinciso con quella della loro giovinezza, finita la quale alcuni cessarono di scrivere, altri di scrivere in quella maniera, quando non soccombettero alla malattia o alla guerra. Aldo Palazzeschi aderirà poi al futurismo ma nonostante gli sviluppi e gli arricchimenti successivi egli è già tutto definito e completo in queste sue espressioni giovanili. I crepuscolari colsero la coscienza del decadentismo intrinseca in quei motivi a cui ho accennato parlando di Gozzano ed è per questo che diedero più apporto di ogni altra esperienza di quel momento al passaggio nella modernità.

In Palazzeschi è netta la demarcazione tra il modo retorico di fare poesia e una età nuova che Sergio Antonielli ha indicato come "l'età della critica", cioè l'atteggiamento critico dell'autore sulla propria opera. (Spesso si intende come postromantico questa concezione consapevole di fare poesia.) Nell'ambito della rivolta crepuscolare l'arma di Palazzeschi è la corrosività ironica con la quale compiere la demistificazione della letteratura e di ciò che con essa la bonomia borghese ha tramandato.

Per motteggiare i grandi valori, i supremi obiettivi si atteggia a bambino scherzoso, beffardo e pieno di fantasia che gioca soprattutto sulla contraddizione disperazione/gioia: "Vita / orrenda cosa che mi piaci tanto". Avremo così figure strambe, grottesche: deformazioni della realtà di cui egli si serve per arrivare al simbolo. Che è in sintesi l'idea che il poeta si fa della vita.

Il dittico a mezze scale

Dopo la prima branca,
a mezze scale,
è un vasto pianerottolo
con due cassapanche oscure
a cuscino colorato,
un, rosso di damasco,
un, giallo di broccato.
Al muro ancor si ammira,
quasi tutto scancellato,
un dittico in affresco.
Il dittico è in pessimo stato,
ma si può ancor vedere
comporsi la pittura,
da ogni lato una figura.
A sinistra di una donna
nell'atto di fuggire,
a destra d'un uomo a sedere,
un ruvido saio,
nell'atto di serrarsi con le mani
le tempie e gli occhi,
e i gomiti puntati sui ginocchi.
Si vede un occhio lacrimante
della donna
implorante pietà,
si distingue una lacrima a metà,
l'occhio destro è caduto.
Si vede ancora bene,
nell'atto di fuggire,
il volar della gonna
dal vento troppo mossa,
gonna leggera a crespe
di fine seta rossa.
Ancor si vede, sopra di una spalla,
una ciocca di capelli discinti.
Dove corri? Chi sei?
Perché piangi così?
Qual ragione ti mena?
Margherita? ... Teresa? ... Maddalena? ...
Maddalena!
E l'uomo sta seduto,
in ruvido saio,
sopra il tronco di un albero.

Aldo Palazzeschi, il cui vero nome è Aldo Giurlani, è nato a Firenze nel 1885. E' morto a Roma nel 1974. Opere principali in poesia: I cavalli bianchi (Cesar Blanc, 1905); Poemi (Cesar Blanc, 1909); L'incendiario (edizioni futuriste di Poesia, 1910); Viaggio sentimentale (Mondadori, 1955). In prosa: Il codice di Perelà (Mondadori, 1911); Le sorelle Materassi (Vallecchi, 1934). Riferimenti critici: G. Spagnoletti, Palazzeschi (Longanesi, 1971); G. Pullini, Aldo Palazzeschi (Mursia, 1972); E. de Maria, Palazzeschi e l'avanguardia (All'insegna del Pesce d'Oro, 1976).

Archivi del crepuscolarismo

Tra la popolazione di letterati veristi, simbolisti, romantici, neoclassici del Primo Novecento, se affascinò molti, sono pochissimi coloro che recepirono e accolsero questo gusto [1]. Un caso singolare di coinvolgimento forzoso verso questa moda è la deliberata imitazione di Il lutto delle primule di Jammes che è Canti delle oasi (1907-1908), l'opera del momento crepuscolare di Arturo Onofri. Al di fuori dei poeti inclusi in questo saggio antologico, l'espressione crepuscolare fu esigua sia per arco temporale che per partecipazione.

Della cerchia torinese, di cui Guido Gozzano ebbe la leadership, fecero parte oltre a Giulio Gianelli, Carlo Vallini [2] colui che dà maggiori formulazioni filosofiche alla condizione crepuscolare, Carlo Chiaves [3] che con Marino Moretti e Fausto Maria Martini fu il poeta al quale il critico G.A. Borgese si rivolse per coniare il termine "crepuscolare" nel suo noto articolo, Carlo Calcaterra che scriverà ottime testimonianze critiche sui suoi compagni, Nono Oxilia [4] unito da un legame di stile e simpatia con Sandro Camasio che si concretizzerà nella fortunatissima commedia Addio giovinezza, Amalia Guglielminetti [5] amata da Gozzano.

Del cenacolo romano che si raccolse attorno a Sergio Corazzini vi facevano parte Fausto Maria Martini [6] il più fecondo in poesia, romanzi e commedie, Alberto Tarchiani che aveva raccolto sue poesie assieme a quelle di Corazzini nel Piccolo libro inutile, Gin Calza Bini che s'imbarcherà con i primi due per New York dopo la scomparsa del loro confratello.

L'adesione alla poetica crepuscolare di Guelfo Civinini [7] e Tito Marrone [8] - che ebbero modo nel 1904 di fondare assieme a Pirandello la Società dei Pochi in un caffè romano di via XX Settembre - è forse più di carattere che di derivazione. Entrambi provengono dalla poesia tardo-romantica di cui ripercorrono le tipologie ma con toni più bassi e più attuali scopi letterari. Tra i crepuscolari marginali perché territorialmente circoscritti vi è il veronese Sandro Baganzani [9] che canta tardivamente il "male della domenica".

Note

1. Riferimenti critici generali: C. Calcaterra, Poeti all'ombra di Medusa (Zanichelli, 1944), G. Farinelli, Storia e poesia dei crepuscolari (Istituto di Propaganda Libraria, 1969), F. Livi, Dai simbolisti ai crepuscolari (Istituto di Propaganda Libraria, 1974), N. Tedesco, La condizione crepuscolare. Saggi sulla poesia italiana del Novecento (La Nuova Italia, 1970).

2. Carlo Vallini (Milano, 1885 - Milano, 1920). Opere: La rinunzia (Streglio, 1907), Un giorno (Streglio, 1907).

3. Carlo Chiaves (Torino, 1882 - Torino, 1919). Opere: Sogno e ironia (Lattes, 1910; edizione ampliata nel 1956 a cura di A. Camerino), Tutte le poesie edite e inedite (Istituto di Propaganda Libraria, 1971).

4. Nino Oxilia (Torino, 1889 - Monte Tomba, 1917). Opere: Canti brevi (Streglio, 1909), Gli orti (Alfieri-Lacroix, 1918). Teatro: Addio giovinezza, scritta in collaborazione con Sandro Camasio (rappresentata al Teatro Manzoni di Milano il 27 febbraio del 1911).

5. Amalia Guglielminetti (Torino, 1885 - Torino, 1941). Opere: Voci di giovinezza (Casa Editrice Nazionale, 1903), Le vergini folli (Società Tipografico-Editrice Nazionale, 1907), Le seduzioni (Lattes, 1909), Emma (Bona, 1909), L'insonne (Treves, 1913), Fiabe in versi (Mondadori, 1922), I serpenti di Medusa (La Prora, 1934).

6. Fausto Maria Martini (Roma, 1886 - Roma, 1931). Opere: Le piccole morte (Streglio, 1906), Panem nostrum (Cromo-Tipografia commerciale, 1907), Poesie provinciali (Ricciardi, 1910). Opere in prosa: Verginità (Mondadori, 1921), Il fiore sotto gli occhi (Mondadori, 1922), Si sbarca a New York (Mondadori, 1930).

7. Guelfo Civinini (Livorno, 1873 - Roma, 1954). Opere: L'urna (Soc. editrice Dante Alighieri, 1901), La ninna nanna del piccolo Alessio (Soc. editrice Dante Alighieri, 1904), I sentieri e le nuvole (Treves, 1911). Cantilene (Mondadori, 1920).

8. Tito Marrone (Trapani, 1882 - Roma, 1967). Opere: Cesellature (Tipografia Fratelli Messina & C. successori Modica Romano, 1899), Sonetti dell'estate e dell'autunno (In "Aspasia", 1900), Le gemme e gli spettri (Boh‚me editrice, 1901), Le rime del commiato (Tipografia Fratelli Messina, Successori Modica Romano, 1901), Liriche (Tipografia Innocenzo Artero, 1904), Carnascialate, Poemi provinciali, Favole e fiabe e altre poesie pubblicate sparse su varie riviste e sillogi.

9. Sandro Baganzani (1889 - ?). Opere: Arie paesane (Taddei, 1920), Senzanome (Mondadori, 1924), Ritorni alla terra (Mondadori, 1928), Noi, i morti e la primavera (Edit. R. Cabianca, 1933), A bocca chiusa (Edit. Orione, 1944).


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