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È un viaggio attraverso i luoghi e gli spazi interiori che gli appartengono, la poesia di Francesco Camerini in questo suo secondo libro. Un poemetto, composto da cinque sezioni, legate l’una all’altra per dare vita ad un insieme compatto. Le denominazioni delle stesse formano un’immagine poetica ricca di significati allegorici, “il sospetto, sequenza eterna | nelle vampe dei segreti”, come è evidenziato dallo stesso autore ad incipit del libro.

Gli occhi del poeta penetrano i luoghi urbani e naturali, ne percepiscono dettagli, che si ricompongono negli spazi dei pensieri, mostrando alla sua sensibilità le crepe dei cambiamenti e fomentando sospetti verso la civiltà contemporanea.

II viaggio, o meglio il ritorno, prende il via da una stazione, posto affollato di parole e di individualità anonime, perse in loro stesse, nelle loro fobie o follie che provocano nell’altro un senso di insicurezza. Camerini si sente sempre più isolato e amareggiato da schemi di vita e di comportamento a lui non conformi. Percepisce di non trovare appigli in nessuna fede o credo e si sente incapace di proteggere persone e cose amate, confuso da modi di comportarsi a lui estranei.

Il suo essere uomo è in perfetta sintonia con la natura e le distruzioni apportate dal progresso all’ambiente sono per lui un vero supplizio. Le ferite inferte, alle macchie, ai boschi, alle colline, agli animali se le sente addosso e nel momento del suo ritorno nel mondo dove è vissuto ai tempi del ginnasio, avverte di nuovo odori e voci a lui note ma sono voci ormai spezzate dal rumore “della sega a scoppio” (p. 23) del tagliaboschi giunto perfino sulle più alte vette dei monti. Quel rumore riesce ad arginare e disfare la forza dirompente della natura, amica del Camerini.

Anche lo sguardo viene ferito da immagini di fiamme che si alzano da ciminiere di altiforni, da “chiazze oliose” (p. 37) sulla superficie del mare e sembra che l’aria si saturi di gas che avvelenano “gabbiani dalle schiene di giada” (p. 38). Lo sguardo è così offeso da fare affermare al poeta di provare “un’invidia di vecchiaia… | per finalmente non vedere più” (p. 35).

Il flusso poetico, scandito da ricercatezza di suoni che gli imprime musicalità, sembra denotare il suo naufragio interiore. Ripiegandosi in se stesso, si sorprende a porsi domande, senza risposte, sul perché delle cose e del loro accadere. La stessa comprensione della parola e del linguaggio è come se fosse svanita o messa in dubbio, ma, ecco, la poesia fa rinascere “muti miracoli” e “seppellisce muti spettri” (pp. 45- 46) per riaprire un dialogo con la speranza vestita di amore per la natura. Amore, che in fondo all’animo di Francesco Camerini, è il simbolo di una fede ritrovata, inconsciamente mai persa.

Recensione
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