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Marialuisa de Romans nella
silloge Ipotesi per un autoritratto proietta frammenti di vita vissuta,
la sua visione della vita ideale, il suo rapporto con l’idea della morte, la sua
aspirazione e inclinazione a vivere il sogno. Queste proiezioni sono già
riscontrabili nella prima poesia della raccolta, Attesa, e nel proseguo
del discorso poetico si ritrovano e si rafforzano, evidenziate da anafore e
similitudini.
In Epitaffio, testo
composto da quattro distinti momenti poetici, domina un’atmosfera irreale,
sospesa tra il sogno e l’incubo. In questa atmosfera, la poetessa legge
l’iscrizione sulla propria immaginaria tomba, vera e propria descrizione del suo
modo di essere e di sentire il mondo – un autoritratto dell’anima. Inoltre,
vengono espressi il doloroso rammarico per la perdita dell’unico amore della sua
vita e la sua religiosità vissuta anche come affettuoso amore filiale verso il
Padre, “le mani in grembo | parvero troppo vuote a lei | per il Signore Dio, |
allora si chinò sull’erba... | e ne strappò con forza | un cespo di primule
rosate...” (p. 23). L’anno in cui il testo è stato scritto, il 1944, le riporta
alla mente momenti personali e storici tragici; ma questo, insieme ad altri
ricordi legati a situazioni, luoghi e tempi diversi la portano a formulare
inquietanti domande esistenziali (Onda inquieta, Figli della paura, E questo
l’essere, Nei millenni, A fil di lama...), rese ancora più laceranti dalle
memorie legate a figure affettive non più presenti (Per mio padre, Per te
figlia). La loro assenza crea un vuoto che alimenta il senso della sua
solitudine e la spinge a meditare sulla morte e sulla vita.
Esprime, con limpida
chiarezza, la sua visione ideale del vissuto in questi versi: “Vorrei la vita
leggera | come il fiore | che si apre al mattino | ancora ignaro | dell’uragano
| che troncherà il suo stelo”. È consapevole, per personale esperienza, che nel
mondo reale il fiore sarà in balia delle tempeste e che forse soccomberà alla
loro forza. La sua consapevolezza la spinge ad accettare con ‘rassegnata’
disperazione gli eventi negativi e traumatici a lei accaduti. La morte è,
invece, sentita come presenza costante nel mondo terreno ed è considerata un
evento che impone un allontanamento temporaneo; uno strappo ricucibile perché è
il passaggio da un mondo ad un altro, da una condizione ad un’altra, da un
colore ad un altro.
In Ipotesi per un
autoritratto il colore predominate è l’azzurro. Azzurro puro, che ricorda
l’immensità del cielo e del mare, che sa di infinito e di pacato silenzio, dove
la “Parola” pregnante di significati sarà sussurrata melodia, non grido
“stratificato”.
Per Marialuisa de Romans, i
colori sono elementi necessari per dipingere le sue emozioni, non solo sulle
tele, ma anche nei versi “Dipinse ardentemente | cantò nei suoi colori...” (p.
21) , per rappresentare la sua esistenza con parole e immagini, per raccontarsi
anche a se stessa, cercando di afferrare il senso delle cose che così spesso
sfugge.
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Recensione |
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Ipotesi per un autoritratto
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poesia
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| Autori |
| • | Marialuisa de Romans |
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Edizione:
Book Editore
Castel Maggiore 2004 |
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| Prefazione di Vincenzo Guarracino - pp. 96 |
| prezzo: € 11,50 |
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| Recensione a cura di |
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Pubblicata su:
Punto di Vista nr.44/2005
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