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Lucia Beltrame Menini, fin dai primi versi delle poesie, che danno vita alla raccolta Per mari mai visti, si appresta ad intraprendere un viaggio nel mare tempestoso della propria anima lacerata da uno strappo, da una perdita così dolorosa da scatenare un “uragano” nei suoi giorni. Il suo è “un viaggio” alla ricerca della forza che le consenta di navigare da sola il tempo che il destino continua a concederle.

L’eco di un canto lontano, intriso di malinconia, scaturisce, a tratti, dai versi, dopo che il suo pensiero si è vestito del bianco di un triste Natale e del nero di notti consumate a ricercare le stelle che, una volta, segnavano la rotta verso lidi felici.

La “zattera dei ricordi” (p. 42), lascia affiorare alla sua mente, soprattutto nella prima delle tre sezioni della raccolta, giornate estive piene di sole, quando aveva intrapreso ben altri viaggi visitando luoghi luminosi e misteriosi.

Il presente, sovraccarico di nostalgia e di riverberi autunnali, affligge costantemente l’anima tesa verso l’assente e nella seconda sezione, questa intima tensione, mista alla sofferenza per la perdita subita è quasi tangibile. Quella perdita, infatti, ha provocato lo smarrimento dello spirito di fronte alla vita e senza la presenza, così pregnante d’amore, il vuoto, sembra invadere l’esistere della poetessa e scaraventarla tra venti e tempeste. Così, dopo aver assaporato l’estate di gioie, naufraga in un autunno di pianto. Le stagioni diventano, insieme all’acqua, alla terra, alla notte, all’alba... elementi metaforici ricorrenti, che conferiscono pennellate di liricità alla parola poetica.

Nonostante il naufragare nel dolore, la ricerca di un approdo avviene con pacatezza ed eleganza, senza urlare a gran voce la sua angoscia. Sono gli elementi naturali, specchio del suo sentire, a lasciar affondare, in vortici impetuosi, la speranza di condividere il proprio tempo terreno con la persona amata, trasformandola in illusione amara.

Solo nel momento in cui, la fede è percepita nella sua funzione consolatrice e salvifica la possibilità del ritrovarsi, diventando più concreta, spazza via, o almeno allontana, l’uragano: i venti si placano, le acque si acquietano e la calma risorge nel nome dell’amore.

L’anima, dopo aver attraversato “mari mai visti”, nella terza sezione, anela a librarsi in alto verso una stagione di “Festa”, dove non c’è più posto per la solitudine ma solo per l’attesa del ricongiungimento.

In versi ricchi di levità e di musicalità, Lucia Beltrame Menini, rende visibili le acque scure e profonde di uno specifico dolore umano in cui è possibile annegare ma la consapevolezza di avere amato e di essere stati amati, dopo il viola del lutto, rende tollerabile l’attesa di ritornare a volare, insieme, in spazi incommensurabili.

Recensione
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