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Dopo le perdite

per il Molise

Brillano negli occhi della
notte le luci della tendopoli
rischiarano un sintetico azzurro
che ricorda un cielo sereno,
un mare senza paura,
dove lasciare riposare pensieri
scoraggiati, pensieri di consapevole
caducità.

Fragile la vita avvolta dal
buio senza tempo,
fragili i sensi dopo le perdite
e all’improvviso si ribalta
la scala dei valori,
tutto si confonde nell’impotenza
umana.

Dicembre nel rumore della
pioggia battente sulle tende
racconta di odori buoni in cucina,
del caldo tepore della propria
casa.

Ormai è senza anima quella
casa, ripiegata sulle fondamenta,
persa nella terra,
percorsi da un tremito di paura
ricordando ottobre i sensi
gemono.

Ti stringevo a me

Ti stringevo a me,
oh Dio, se ti stringevo
ubriaca mi perdevo
nelle messi di giugno,
tra distese di pampani in ottobre.
Più ti stringevo più ti allontanavi
lasciandomi sempre più sola.
Ti stringo ancora,
oh sì, ancora stringo
quello che di te è rimasto
polvere, profumo, profili di noi
nelle piovigginose ore di novembre,
tra le fredde coltri di gennaio.
Ma dimmi, amore mio,
cosa stringerò
quando l’ultima alba
spalancherà il suo vuoto di te
sopra di me?

Pioggia di città

Abbriccati ai loro ombrelli
passanti senza ombra sfilano,
il vetro gocciolante del bar,
madido di umani vapori,
trasparire lascia la fretta
l’irraggiungibile fretta.

Il cucchiaino trastullo
in un lago scuro
guardando il pavimento
sporco di umido smog,
parole mi scuotono:
– E dai, muoviti, bevi il tuo caffè
o faremo tardi! –

Sorrido ad agitati piedi,
andare, oh sì andare,
immergersi nella città
senza ombra,
diventare un ombrello
senza volto.

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