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Silvana Folliero nella nota introduttiva al primogenito dei “Quaderni di dialettica”, Tracce delle colonne d’Ercole – inseriti nella collana Biblioteca Diana della Fermenti Editrice –, da lei curati e diretti, informa il lettore che: “L’attuale primo quaderno vuole essere una testimonianza forte, decisa su ciò che accade nel mondo e che stiamo vivendo con passione e con rabbia” (p. 5).

I Quaderni sono i diretti discendenti dell’idea che, nel 2002, aveva già dato vita ad un giornale di quattro facciate, “Dialettica tra culture”, di cui sono stati stampati cinque numeri. La curatrice, avvertendo l’esigenza di comunicare più testimonianze, non solo personali, su tematiche ed eventi attuali amplia lo spazio e crea una rivista che riporta opinioni, poesie e interventi, tratti anche da libri già editi. I testi si susseguono senza interruzioni, ma risultano divisi in due raggruppamenti ben distinti; una prima parte in cui è presente la prosa e una seconda dedicata alla poesia, in entrambe compaiono testi di autori diversi: Domenico Cara, Aldo De Jaco, Silvana Andrenacci Maldini, Nino Fausti, Gemma Forti, Alessandro Manganozzi, Lucia Mezzasalma, Stefania Porrino, Cesare Ruffato, Luciano Somma e della stessa Silvana Folliero. Proprio dal titolo allegorico di un suo intervento, Tracce delle colonne d’Ercole, è tratto anche quello del quaderno.

Le colonne d’Ercole, rappresentavano nell’immaginario collettivo, i termini posti dall’eroe sulle soglie dell’Oceano sterminato e pieno di pericoli, termini oltre i quali l’uomo non doveva sconfinare per sete di sapere. Oggi, che non esistono più confini territoriali a delimitare gli ambiti dello scibile, trovarne ancora delle tracce significa che, in fondo, l’uomo del ventunesimo secolo non è ancora totalmente libero da pregiudizi e giudizi errati per poter acquisire “una piena conoscenza” di realtà culturali diverse dalla propria e per potere stabilire con esse un rapporto di reciproco rispetto, scaturito anche dalla comprensione delle differenze che le caratterizzano.

Nel saggio di Stefania Porrino (p. 23) viene trattato, con chiarezza, il diverso modo di concepire la forza creatrice da parte del pensiero occidentale e di quello orientale.

Nell’intervento, denso di profondi spunti riflessivi, di Alessandro Manganozzi, troviamo come input questa asserzione che racchiude in sé una verità incontestabile e verificabile: “La ciclicità della Storia rispecchia, da sempre, la sua smemoratezza. Sprovvista com’è di coscienza, si ripete...” (p. 11).

Nino Fausti da un’esperienza personale, che si intreccia con un episodio di cronaca, trae, invece, lo spunto per esprimere le sue perplessità e le sue conclusioni di fronte a filosofie di vita e comportamenti individuali diametralmente opposti. Episodio importante che porterà l’autore a scelte determinanti per il suo futuro e a scrivere queste parole “la vita è un sogno stupendo che abbiamo tutti il diritto ed il dovere di vivere... al di là dei colori, delle religioni...” (p. 10).

Aldo De Jaco, nel testo Le orme delle cose (p. 14), si definisce “uomo di letture varie più che d’azione” e racconta della sua grande voglia “di apprendere, di approfondire, ...di conoscere” tramite la parola scritta e della difficoltà o della facilità di comprensione da lui trovata avvicinandosi ai lavori di alcuni autori. Un gruppo di nove poesie segue i testi in prosa. I diversi modi degli autori di percepire la realtà attuale forniscono spunti di meditazione su varie problematiche che la caratterizzano.

Nei versi di Gemma Forti, Silvana Folliero, Lucia Mezzasalma e di Luciano Somma c’è il desiderio che le parole pace, uguaglianza, fame riacquistino il loro valore intrinseco e che, al contrario, espressioni come: “venti di guerra” (p. 31), “schiaffo alla libertà” (p. 33), “grida di dolore” (p. 40), “gente che trema e che langue” (p. 39), diventino solo qualcosa da ricordare affinché non si materializzino più.  Silvana Andrenacci Maldini, nel suo componimento in dialetto romanesco (p. 37), tocca un problema inquietante che tormenta la società post-industriale per la sua gravità: il degrado ambientale.

Pensieri e aforismi di Domenico Cara e La vita saziata è una apatia di Cesare Ruffato, sono ambedue testi tratti da due opere edite. Diversi per forma e stile, sono accomunati dalla ricerca sul senso dell’esistenza; nel primo testo è predominante lo spessore teorico-filosofico ed è evidenziata, sia metaforicamente che realisticamente, la funzione percettiva e introspettiva dell’occhio, nel secondo l’analogia tra l’aridità statica del deserto e di una vita “d’abbandono senza attese e speranze” contrapposta al movimento “delle moltitudini in affanno” dà risalto alla ricerca individuale e collettiva di uno spazio esistenziale, non vuoto ma, denso di valori.

Il quaderno si chiude con delle brevissime note ai “libri ricevuti”.

Gli scritti presenti su Tracce delle colonne d’Ercole, anche se caratterizzati da aspetti eterogenei, risultano legati da un unico, importante, filo conduttore: il desiderio che un giorno vi possa essere “un mondo migliore”, costruito da “un uomo migliore”.

Recensione
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