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Entrando in questo libro ci si trova immersi (letteralmente) in un paese dove piove per dieci mesi l’anno, tra una nevicata e l’altra, ed il sole spunta solo quel che basta per tramontare sulle tragedie umane, una sorta d’Irlanda senza violini o di una Danimarca dove il marcio non preoccupa. Si ha veramente la sensazione di essere finiti in un sogno dove i chiari, le dolcissime fiabe che vi s’incontrano, servano solo a dare risalto allo scuro dei drammi.

Alcune figure femminili sembrano concepite apposta per dare un senso a quel certo femminismo, autoproclamatosi paladino di uno stuolo di donne (donnacole, direbbe Delfini) incapaci di liberarsi da sole dalle loro catene, collier compresi. Consola che certe figure maschili siano ancora più meschine di quelle che si possono incontrare quotidianamente (e ne abbiamo incontrate nel nostro, che è il bel paese del sole): il tragico è che vi si riconosce la realtà. In questi Lui e queste Lei, a volte scritti in maiuscolo, si trova indubbiamente una parte del mondo in cui molti di noi hanno vissuto ma solo una parte, quella che sempre accettava, per varie ragioni; manca quella che aspirava a qualcosa di migliore.

Dopo lievi oscillazioni e spostamenti lenti dall’asse iniziale, il registro cambia decisamente verso la metà del libro, si esce improvvisamente dal metaforico paese di prima per giungere da noi. Privo di tutti gli ingredienti che ne farebbero un polpettone da libreria radical-chic, con successiva possibilità di sepoltura in telenovela, Una donna e la sua storia è decisamente una saga: una saga finalmente non nobiliare né industriale, non clericale né sindacale, non eroica né famigliare ma una saga, anche se di una donna sola, di una sola donna. Non propone novità stilistiche né sperimentazioni di linguaggio, non presenta un punto di vista inconsueto, è una reinterpretazione dei fatti alla luce del senno di poi, tuttavia la storia appare accettabile nel suo contesto, veritiera nei suoi personaggi, credibile nel suo tempo. È un documento più che una documentazione, come ne sono stati scritti di più ampi ed importanti nel nostro dopoguerra. L’autore l’ha dotata di una raffinatezza non cialtrona e neppure vanesia; cercatela con attenzione, per esempio notate come il personaggio cambia col passare degli anni pur rimanendo fedele a se stesso, confrontate le parole dei suoi dialoghi; questo è certamente meno incisivo ma più efficace della descrizione fisico-psicologica che manca. Si tratta, io credo fermamente, di un lavoro di considerevole peso, considerata la lunghezza che è stata scelta.

Dal metafisico iniziale, in chiusura si passa al virtuale, decisamente più leggero. Senza ombra di grafia, rese poco credibili dalla loro sostanziale mancanza di fisicità, quasi anonime, queste corrispondenze giustamente condannate ad essere apocrife o addirittura all’apostasia, pubblicate invece da una sorella poco rispettosa, sembrano aspirare nei loro testi a quella credibilità che non potranno mai suscitare nel lettore, modalità tipica delle e-mail con caratteristiche da chat. Corrispondenza sicura, protetta, così come si dice del sesso, priva dei rischi derivanti da contatti umani. È bello potersi reinventare come si vuole ma non possiamo pretendere di darci una personalità credibile come quella di una stretta di mano. Se non che la nostra naturale curiosità ci mette in condizioni di rischiare proprio per quell’assenza di contatto diretto, così cade la personalità virtuale ed il rischio diventa reale.

Io, che non mi riconosco aspetti da zitella inacidita, penso che la cara Marussia a quell’appuntamento ci sia andata ma senza la rosa, in incognito, e dopo aver visto il suo Mirco (senza neppure la K) gli abbia preferito il futuro sposo che non amava.

Recensione
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