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La stimolante – e davvero illuminante – Introduzione di Francesco Muzzioli vale a chiarire, a precisare, alcuni aspetti fondamentali della poetica di Domenico Cara, che io ritengo uno dei più validi e originali autori del nostro tempo (e qui, per ‘originalità’ non intendo la gratuita ‘stravaganza’, ma il reale e positivo contributo di ‘novità’ e di ‘idee’ ai fini della ‘ricerca poetica’). Muzzioli parte dalla constatazione dei paradossi della poesia moderna, costretta ad assumere le forme di una “concentrazione comunicativa” che, tuttavia, si ritorce contro se stessa a causa del linguaggio “semplice e facile” del sistema comunicativo vigente. Il ‘parlare metaforico’ di Cara si presenta come “il discorso stesso”, privo cioè di un livello base e caratterizzato da un interminabile “intreccio degli ambiti di significato, degli archetipi simbolici”. Del resto, sarebbe inutile – spiega Muzzioli – “scommettere su queste un po’ acrobatiche parafrasi”: il problema è capire cosa voglia dirci un autore che scelga “volontariamente questo modo di esprimersi”.

Una spiegazione può venire dalla macrostruttura del testo, qui dialetticamente diviso in tre sezioni, che ricalcano la triade dei termini del titolo. La base su cui innestare un tale processo dialettico è data, sempre secondo Muzzioli, da quella “impostazione, in origine romantica, che distanzia la lingua della poesia dalla lingua sociale appellandosi ad un rapporto profondo con la natura”.

Da questo rapporto si dipartono i tre momenti della speculazione dialettica del poeta (per nulla esente da appigli filosofici). In tal senso, magistrali mi paiono i riferimenti alla dialettica del negativo, a Benjamin ed al suo Angelus Novus. Senza proseguire oltre nella dotta esposizione presente nell’Introduzione – che lasciamo al lettore desideroso di penetrare nell’amalgama labirintico di questa poesia – preferiamo sviluppare qualche ulteriore riflessione. Innanzitutto, non sottovaluterei un certo orfismo sbigottito (più che trasognato) eppure accorto, al punto da sembrare quasi ingegnoso, ma non strumentale (come si evince dalla misurata essenzialità, appena percettibile e ovattata, quasi strisciante, dei riferimenti al mito): una sorta di cubismo orfico applicato alla letteratura, una transumanazione simbolica, per l’appunto, verso la natura e i suoi misteri. Muzzioli, al riguardo, concludeva che “lo sblocco di questa poesia non è la soluzione, ma l’enigma”.

Leggendo questi versi, inoltre, mi è tornata alla mente una fondamentale affermazione di Luciano Anceschi a proposito di Mario Luzi (risalente ai lontani anni Cinquanta): “Luzi con la parola fonda la metafisica dell’angoscia, e su di essa accende la sontuosa ricchezza metaforica del negativo.” (In Lirica del Novecento, Vallecchi, Firenze 1953).

Epperò, più che all’ontologia luziana, io penserei a Roberto Sanesi e al suo “riflettere in versi” (la definizione è di Maurizio Cucchi): un piglio intellettuale che avvicina fortemente Domenico Cara alla tradizione anglosassone (chiamata in causa anche da Muzzioli), soprattutto perché nel nostro a prevalere è una spiccata tendenza non all’angoscia, ma ad una consapevole e sempre crescente ironia, non di rado accesa e pungente (per quanto elegante e sottile).

Cardini macerie flumina a ragione può essere considerato autentico e antidannunziano poema infernale (e quindi orfico, ossia anti-paradisiaco): una discesa negli inferi “infalciabili di un Oltre” che riflette il malessere ferale del nostro tempo, “in assenza | spietata di tutto”.

Recensione
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