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Nella poesia di Piero Ferrari le estasiate e sgomente riflessioni sull’intimo significato dell’esistere e sul più generale divenire dell’universo si alternano e si affiancano costantemente a lapidarie istantanee carpite all’immediatezza e alla mutevolezza del vuoto “silenzio mortale”.

A guisa di un multiforme mosaico, assistiamo ad un incastonarsi continuo, sullo sfondo di un “rettangolo di cielo”, di sensazioni e stati d’animo che si avvicendano purissimi, tenaci e mutevoli: speranze e disillusioni, immagini e fantasie, ansie e memorie vivono strettamente intrecciate le une alle altre, del tutto incapaci – se private di riscontri concreti con “ogni mondano evento” – di conservare una qualche ragion d’essere.

Scrive l’autore in una Nota che “Chiaria di stelle” – dopo “Le navi che salpano” e “L’albatros ferito” – rappresenta l’ultima parte della trilogia “che scandisce la fase finale della (sua) vita”. Rispetto alle prime due, mancherebbero qui – prosegue Ferrari – “gli orgogliosi scatti prometeici, ma lo spirito non è mai domo”.

La verità è che soltanto la sofferenza consente all’uomo di raggiungere quel superiore grado di maturità che possa renderlo consapevole della sua effettiva substantia:“sic itur ad astra” (Virgilio). A ricordarcelo è Rosario Lo Verme nella sua succosa Prefazione.

Si tratta, come è evidente, d’una ben triste e disperata conquista della ragione – ma anche del cuore – che riconduce alle conclusioni del Grande Recanatese ne “La ginestra”, e che Ferrari fa sue quando invoca una “speranza | di nuovi | mattini”.

Nella raccolta figurano anche composizioni dal taglio breve e intenso, che si caratterizzano per la loro efficacia di tipo quasi epigrammatico, come ad esempio la seguente: “Nel notturno | silenzio assoluto | mi visita | la voce impellente | suadente | serena | della poesia”.

Talvolta il poeta indugia, quasi confessandosi, sui propri malanni fisici, e lo fa senza autocommiserarsi, con ammirevole coraggio, all’insegna dell’oraziano “carpe diem”, che esorta ad assaporare l’inestimabile valore d’ogni attimo che fugge. Ma tutto ciò è possibile – conclude

Piero Ferrari – solamente grazie a quella prodigiosa terapia che è la poesia, che dentro, “ancora urge | e su tutto | prevale”.

Recensione
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