Servizi
Contatti

Eventi


Col rigore intellettuale che contraddistingue tutta la sua produzione, Domenico Cara torna ai lettori affrontando, in una sorta di “esame di coscienza di un letterato” (per riprendere un celebre titolo di Renato Serra), le tematiche mai scontate del “già visto”, ossia del percepito e dell’ipotizzato, intese tuttavia come inconoscibile – e quindi incontestabile – attraverso i normali strumenti di conoscenza. I nostri sensi si rivelano sempre più incapaci e impotenti, ed allora si rende necessario ricercare e fornire “prove per ridisegnare” la nostra stessa raison d’être fra “logori contrassegni” da ciascuno appena percepibili nel sottosuolo dell’inconscio e della memoria.

Il progetto, viste le premesse, è dei più ambiziosi (e soprattutto dei più ardui). A soccorrere il Poeta interviene una provvidenziale vena ironica che colora di filigrane innaturali il “quotidiano smorto” e le “infelici paure” della monotonia, della malattia e della sconfitta delle illusioni: “Anch’io mi chiedo, quale elegia sopporti | nel tramonto serale, e quale lacerazione l’io burino”.

L’autoironia ingloba in sé la coscienza dell’inadeguatezza degli strumenti di indagine a disposizione, a partire dall’impossibilità – si legge nella Postfazione dell’editore – “di raffigurare idee e archetipi della scrittura”. È l’antico problema già noto a Platone, sicché la situazione assume aspetti insieme grotteschi e drammatici, dal momento che la ricerca delle prove va a cozzare contro la stessa evanescenza delle immagini, né giova più di tanto fare tesoro dell’insegnamento contenuto nel Tractatus di Wittgenstein a favore della “logica della raffigurazione”. Domenico Cara si spinge oltre, fidando nella forza delle proprie intuizioni che trasforma in un “teatro delle interpretazioni” sul modello di Ionesco e di Beckett: “Logica irraggiungibile intimidita da un calcolo sobrio”.

Poesia aforismatica che mira ad esplorare, in verità, più che altro le potenzialità irrisolte di sperimentazioni linguistiche che risentono di quella “esasperazione della letterarietà” che furoreggiò in anni non lontani. Ma Domenico Cara ne esce fuori vittorioso grazie alla scelta di base felicemente operata, che fa leva sull’intrinseco valore della parola e sulla sua “brevità epigrafica”. 

Recensione
Literary © 1997-2020 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza