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La ricerca linguistica nella quale appare fortemente impegnato Francesco Mandrino non si esaurisce in quelle labirintiche e confuse espressioni verbali che ricordano gli sfoghi di desolati pazienti adagiati sul lettino dello psicanalista (come sovente si verifica nel deprimente panorama della poesia contemporanea), ma è lucidamente protesa al raggiungimento dell’ “essenzialità dell’espressione” – come scrive Ubaldo Giacomucci – che possa cogliere il necessario “nesso tra scelta lessicale e puntualizzazione del significato”.

Poesia, quindi, ricca di idee felicemente articolate in un discorso compiuto che nelle diverse sezioni del libro si apre ad intuizioni di tipo im/mediato, facendo leva su una irrefrenabile sagacia, corrosiva e nel contempo disarmata, che non evita né teme (e neppure snobba) di effettuare acrobatici “slalom con certe questioni” non soltanto di natura letteraria.

Con disinvolta franchezza Mandrino soppesa una realtà, “un fuori – nota Roberto Roversi – perseguito con sentimenti acuti e molto descritto anche nel dettaglio” che si contrappone a un dentro saturo di umori, alla ricerca comunque d’una stabilità che consenta di superare ansie e dissimulazioni, come leggiamo nella significativa poesia “Incentivazione dell’iniziativa”.

L’autore non disdegna il ricorso ad allegorie e metafore – osserva ancora Giacomucci – anche se paradossalmente una delle sezioni del volume è intitolata proprio “La fine dell’età metaforica” (con palese auto-ironia).

Il fatto è che Mandrino pone la propria esperienza all’interno del circolo vizioso il cui scomposto sistema di individui attempati, gusci svuotati, sentieri tracciati, sagome nere, effetti scaduti, egli stesso aspira ardentemente a smantellare, o almeno a ridimensionare, riportandone i valori, i simboli e le forme verso livelli più umani, razionali e vivibili.

 
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