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Nevio Nigro è poeta affermato. Di lui hanno scritto i maggiori e più autorevoli studiosi: Giorgio Bàrberi Squarotti, Stefano Jacomuzzi, Dante Maffia. La sua poesia rispecchia un solitario attingimento, una orfica essenzialità, come notò Bàrberi Squarotti. Per questo ho indugiato a lungo prima di decidermi a scrivere queste brevi riflessioni, nel senso che ho avvertito l’esigenza – in questa circostanza – di conoscere meglio l’uomo Nigro, al fine di capire la sostanza della sua poesia.

Mi sono ricordato ciò che aveva scritto Carlo Bo a proposito di un altro, più famoso, “isolato nel tempo e per condizione”: Alfonso Gatto. Un solitario tutto particolare, perché Gatto frequentò assiduamente gli ambienti letterari fiorentini – “viveva quasi sempre nei caffè”, osservò Bo – eppure fu perpetuamente assillato da una “persistente instabilità che lo soddisfaceva e anche lo tormentava” (è sempre Bo che scrive). Anche Nevio Nigro, medico e già docente universitario, mi dà l’impressione d’essere un “isolato fra la gente”.

La stessa Introduzione a questo pregevolissimo volume, che reca la firma dell’autore, è assai indicativa d’una tale condizione: da un lato Nigro appare quasi rassegnato a recitare il ruolo di clandestino delle emozioni, dall’altro dichiara espressamente l’intenzione “di far sognare a ciascuno il suo sogno personale”.

Penso che la poetica di Nigro non sia poi così distante dall’unicità di Gatto, dalla sua straordinaria “facoltà di stabilire incredibili equazioni fra immagini reali e immagini fantastiche” (Bo).

Ciò tanto più è vero se pensiamo che ogni poeta può esistere ed operare in maniera proficua solo a condizione che riesca a stabilire dei contatti ideali – non necessariamente in senso positivo, ma anche nel segno di un “sorpasso o radicalizzazione o rottura”, scrisse Giovanni Raboni – con quelle che sono le linee di forza in campo.

Se tutto questo è vero, allora occorre sottolineare – trasferendoci sul piano formale – che Nigro appare animato da un’ansia di nonchalance (L.M. Marchetti) che ricalca la leggerezza e la fragilità del frammento, a cui si accompagna la necessità di un recupero della “ricomposizione del mondo lirico”, come scrisse sempre Bo a proposito di Gatto.

In effetti i versi di Nevio Nigro posseggono la pienezza e la compostezza di forme limpide e piane, insieme con la ricchezza d’una tumultuosa riflessione ineffabile e misteriosa, e quindi metafisica e un po’ surreale.

“Forse non è bello il giorno”, canta Nigro sottovoce per non scalfire il silenzio che il vento cancella. Ma la memoria felice continua il suo eterno sussurro: “Forse la luna è sorta” (Gatto).

 
Recensione
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