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“Ambiguo”, incarnazione impalpabile e misterica, eppure tangibile e inequivocabile, del “tempo” implacabilmente commisurato alle umane pulsioni – perciò obbligato ad assumere le sembianze, di volta in volta, del passato e del futuro – ricama una serie di tormentati dialoghi con altri due ben netti e calibrati personaggi del dramma, Anziana e Fanciulla. L’incontro, che si presenta ambiguamente surreale, avviene in una “misteriosa stanza”, come scrive nella prefazione Luciano Luisi, il quale sottolinea altresì il carattere “audacissimo fino al limite dell’azzardo” di quest’opera, “dettata da una necessità che non avrebbe potuto accettare mascheramenti o finzioni”.

L’evidente riferimento è a quelle striscianti finzioni di cui risultano fortemente impregnate molte delle pièces che affrontano questo “tema ricorrente in fiumi di scrittura” (Luisi), ossia le problematiche legate al fattore tempo, ma dalle quali riesce a distaccarsi con sapiente grazia questo valido testo di Giuseppina Amodei. Le straripanti finzioni – o, meglio, “contraddizioni” – da cui (per chiarezza) si potrebbe trarre spunto, sono quelle ideate a suo tempo da quel geniale caposcuola che fu J.L. Borges, al fine – spiegava lo scrittore argentino – di “ampliare il tempo e lo spazio attraverso la tecnica dell’anacronismo deliberato e delle attribuzioni erronee”. Inutile dire che l’insegnamento di Borges è in seguito – come spesso accade – degenerato al punto che l’ardire bizzarro e unisoggettivo di proposte pseudo-sperimentali e/o postmoderne (ma anche di impostazione classica) appare sovente totalmente arbitrario, “virtuale” e quindi fine a se stesso, se non – ahimé! – addirittura incomprensibile per linguaggio e contenuti.

Giuseppina Amodei riesce a mantenersi nei limiti dettati dallo stretto, impellente e invalicabile rapporto dialettico “concretezza esistenziale/mito” (Luisi), un rapporto che, in definitiva, finisce per dettare le regole del dramma, precisando ruoli e significati – per quanto metaforici – di ciascun personaggio. Così, vediamo entrare in scena altri due personaggi, dialetticamente denominati Contrasti, Primo e Secondo, nitide figurazioni del Bene e del Male. Le situazioni descritte si arricchiscono di “ricerche espressive” che non rifuggono da uno sperimentalismo, soprattutto linguistico, che assume varie forme e ritmi: notiamo, ad esempio – osserva Luisi – “un martellamento di rime come in una litania”. Il significato complessivo della rappresentazione non perde, però, mai la sua estrema linearità e questo perché non occorrono finzioni, dal momento che il tempo – comprendendo in sé passato e futuro, bene e male – non potrà essere “ampliato” né “ridotto” a piacimento.

"L’Ingresso”, dramma in versi e testo per musica, ricorda il canto fermo – ovvero la melodia prosaica – che alcuni critici individuarono nelle Operette morali di Giacomo Leopardi, ove la “poesia della mente” si sviluppa attraverso il dialogo.

 
Recensione
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