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L’“esegesi dipietrana”, come l’autore sardonicamente definisce il proprio pensiero, potrebbe facilmente sviare, indurre a ritenere che Roberto Di Pietro si lasci nichilisticamente andare verso abissi di pessimistica desolazione: “date ad un uomo | di che mangiare e scopare | e davvero non potrà far a meno | di credere in un qualunque dio.”

Elio Pecora fornisce, nella Prefazione, le coordinate esatte per affrontare la lettura di questa complessa poesia: “Quel che più, e subito, si percepisce nei suoi versi è la rara passione di esistere e di rappresentarsi e rappresentare il mondo: come il tanto che ci si porta dentro e addosso, che insieme mortifica ed esalta, annienta e spinge.”

A conferire peso e misura a questi versi, è una non troppo celata propensione all’impegno, frenata dalla consapevolezza di una sconfitta ideale – forse politica – che sa rivestirsi di dileggio e ironia, come ad esempio in “Terso Stato”: “di lor sono i signori, | dell’uno la maestà | dell’altro la santità. | | a me | lasciatemi pure sonnecchiare | incubante | in secco guscio di noce.”

Altre poesie confermano (anzi, tradiscono) questa volontà, che probabilmente l’autore preferirebbe tenere nascosta: “I ben informati dicono”, “Contro-contro riforma”, “Alzo bandiera”.

C’è, poi, il filone relativo alla “domanda religiosa”, e Di Pietro non si lascia certo… pregare per esprimere il suo spassionato parere: anche qui, irrisione e sarcasmo valgono a scardinare le facili e vili “contorsioni verbali” a cui anche Elio Pecora fa cenno. Leggiamo in “Preghiera 2”: “D’io, | ho proprio necessità d’un io | il mio | dio.”

Non si tratta di semplici sfoghi o esternazioni, c’è di più. Esiste un’irrisione di fondo che significa in/sofferenza, malessere esistenziale. Affiora una grande spossatezza, se vogliamo uno sfinimento “intellettuale”, e ciò nonostante il Poeta grida la propria ansia di libertà e di schiettezza, l’impellenza di infrangere le catene delle costrizioni sociali e psicologiche, quelle “burocrazie vitali” che inducono talvolta un “palloncino di carne | gonfiato d’alito divino”, ad… impiccarsi.

Infine, c’è il versante erotico-sentimentale, sessuale. Di Pietro non è un bacchettone ma neppure un libertino, non divinizza la donna ma neanche la schiavizza. Per lui il sesso è una della tante manifestazioni dello stato di profonda alienazione, di “innaturale compunzione” in cui “grovigli asessuati” consumano la loro impotenza, sicché inseguire una “pura emozione” può tradursi nell’avvilito rimuginare che “l’uomo tutto è ciò che mangia”.

Dopo il crollo di ideali (politici?) che si intravedono sullo sfondo – nei quali presumibilmente il Poeta aveva creduto – Di Pietro sembra giunto alla conclusione che l’umanità giaccia perennemente in una condizione esistenziale di connaturato degrado, di stabile “perversione”, senza via d’uscita. Solo così possiamo interpretare metafore come quella di “Dike”: “leggera e famelica vola la zanzara, | seguendo istintuale natura di sanguisuga | indifferente al superfluo, | ignara di finita potenza, | ronza su testa d’uomo.”

È un incedere indocile e astioso, attenuato solo a tratti da frizzanti battute, anch’esse irrequiete e inattese.

Recensione
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