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Silvano Demarchi dichiara di aver "voluto trattare, dei singoli poeti del ’900, solo alcuni aspetti particolari e forse poco noti". In realtà, dal saggio emerge un quadro sintetico, ma netto e preciso, delle principali problematiche poetico-letterarie del XX Secolo.

Il capitolo iniziale "La discorsività di Cardarelli" affronta la disputa relativa al presunto "andamento discorsivo" della poesia di Vincenzo Cardarelli, il quale aveva confessato in una lettera: "Tutti mi danno addosso perché discorsivo. E che hanno mai fatto i poeti se non discorrere? Voi direte: cantare. Ma è proprio quel certo canto dannunziano o pascoliano che io volli fuggire fin da principio, cercando di far poesia col mio naturale e non artificioso linguaggio." Cardarelli ispirò la propria lezione sull’esempio leopardiano, "in nome di un’essenzialità derivata dai classici e trasposta in chiave moderna spesso precorritrice", scrive Demarchi. Spaziando dalla lettura di alcuni significativi versi di Cardarelli a riflessioni sulla poetica di altri autori, fra cui Hölderlin e Campana, Demarchi conclude che trattasi di una "poesia composita, dove l’abbandono lirico si alterna a momenti di arguzia intellettuale".

Il successivo capitolo è dedicato ad Eugenio Montale, posto accanto a Giacomo Leopardi: "Da una totale e decisa negazione dei valori della vita nasce il fiore di una poesia purissima che quegli stessi valori canta con la nostalgia di irrevocabili lontananze o l’angosciosa consapevolezza di non poterli mai toccare." La poesia di Montale è fortemente ancorata nelle immagini del paesaggio marino della Liguria, e da esso trae ispirazione per ritrarre "la stupefatta scoperta della natura nella sua fissità minerale". Come già scrisse il Flora del Leopardi, anche in Montale "una fede assoluta resiste: è la fede nella poesia".

Sempre in Giuseppe Ungaretti la poesia, "ridotta al momento aurorale, presenta quel brivido che scuote, quell’enigma che invita ad un ulteriore approfondimento". Ungaretti seppe rinnovarsi costantemente, "rinascere ad ogni stagione, (…) anche nell’ultimo splendore di un fervido autunno". È per questo che la sua poesia si colloca in una centralità assoluta – definita tolemaica – per buona parte del Novecento.

Ciò che incuriosisce Demarchi della poesia di Salvatore Quasimodo è la ricerca del "momento religioso", che lo scrittore ritiene di individuare nell’angoscia della solitudine e nel tormento etico. Anche il linguaggio poetico di Quasimodo denota una profonda sofferenza, è quello di chi sente "l’incapacità di adeguarsi ai troppo rapidi mutamenti della storia". È un "larvato pampsichismo naturalistico", che si nutre di stati d’animo contrastanti, dall’abbandono al bisogno di corrispondenza, dal "deserto" (ossia dall’isolamento intellettuale e affettivo) alla "pienezza di vivere".

Molto acuto e interessante è il parallelo che Demarchi stabilisce fra Cesare Pavese e Franz Kafka, e infatti scrive: "Anche Pavese come Kafka si sentì straniero nella città degli uomini, intuì l’insignificanza di ogni evento umano e si assunse l’ingrato compito di ritrarre con precisa e analitica obiettività il negativo". Mi piace l’asciuttezza con cui Demarchi sintetizza talune riflessioni, come quando evidenzia come "non vi fu inizialmente in Pavese, assetato di comunicazione, la vocazione alla solitudine, che maturò e ingigantì in seguito a vicende biografiche di amore non corrisposto". Più avanti, lo scrittore di Bolzano spiega come "lo scacco dell’ Amore" sia una "simbologia sotto cui si maschera l’incomunicabilità".

Parlando della "purezza lirica" di Sandro Penna, Demarchi cita un giudizio di Gaetano Mariani, il quale ritenne di individuare, tra l’altro, nella mancanza di "una linea evolutiva che permetta di stabilire un prima e un dopo, una conquista o un regresso" la peculiarità di una tale prodigiosa limpidezza e genuinità. È una "poesia della visione" che si carica di atmosfere oniriche e rarefatte, sovente popolate di fanciulli attraverso descrizioni semplici e disadorne, che mirano ad esprimere tutta la "gioiosa vitalità" del Poeta. Come ben chiarisce l’autore, tuttavia, l’ispirazione di Penna non è mai naif, per via dell’assoluta e raffinata ricchezza e padronanza stilistica del Poeta.

A proposito della poesia di Luigi Bartolini, Demarchi cita il lapidario giudizio di Massimo Grillandi, che ne ricondusse le scaturigini profonde a Cecco Angiolieri e persino a Jacopone da Todi, "per quella sua estrema tensione interiore che riesce ad appassionare di sé, (…) a creare un tramite di passione, di accorata consentaneità tra ciò che il mondo è e dovrebbe essere". Bartolini si caratterizza per la commistione di "idealizzazioni fantastiche e bizzarre" da un lato e di "accentuazioni spregiudicate e anticonvenzionali" dall’altro, ed ancora, quando necessario, per "la misura classica e la notazione realistica, precisa".

È nota la predilezione di Umberto Saba per gli animali, un attaccamento sincero che spinse il Poeta triestino ad accostamenti curiosi, come quando paragonò sua moglie a una cagna, a una rondine e ad una formica. Demarchi ricorda le origini ebraiche di Saba, e spiega come nel "Cantico dei Cantici" troviamo analoghe raffigurazioni simboliche. Saba amava gli animali perché essi "avvicinano a Dio come espressione dell’atto della creazione".

Aldo Capasso fu il fondatore della rivista "Realismo lirico", nonché il promotore della "Lettera aperta ai Poeti italiani sul realismo nella lirica" (1949). Questo "manifesto poetico" predicava due concetti fondamentali: rendere la poesia accessibile a tutti e far sì che essa rispecchi i sentimenti degli uomini. Le teorie poetiche di Capasso trovarono un fedele riscontro nelle sue opere, a cominciare da "Il passo del cigno" (1931), con Prefazione di Giuseppe Ungaretti.

L’ultimo capitolo del volume è dedicato a Davide Maria Turoldo, approdato alla poesia non per sterili frequentazioni letterarie, ma "per un insopprimibile bisogno di comunicare una sua folgorazione interiore", scrive Demarchi. La voce di Turoldo si distingue per due aspetti essenziali: la fitta e persistente solitudine del sacerdote, un isolamento – notò Apollonio – di tipo esistenziale; il bisogno di amare donando se stesso al prossimo, sì da attuare alla lettera l’insegnamento evangelico.

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